Renato, l’allegro mercato

Torno a scrivere qui, giacché altri spazi e altri mezzi mi impongono di usare una calligrafia decente – grosso sforzo – di scrivere lungo una linea retta – enorme sforzo – e di avere un’eccessiva attenzione per i lettori – che qui non ho, debbo essere sincero, siatene offesi, ma non siate offensivi o siatelo subdolamente, senza anestesia. Nessun fanatico religioso mi ha assalito in questi due giorni ed è un peccato, mi ci stavo affezionando, uno spera che la sua vita ribalti in seguito ad incontri simili, spera che venga riconosciuto in qualcuno il nuovo Messia e finalmente tutti possano vivere e felici e l’Età dell’oro e così via e poi niente. L’umanità sta sprecando occasioni una dietro l’altra e io le seguo per guardarle e riderne, ché ci son dentro anche io. Non ricordo più che ho fatto da che ho premuto “Pubblica” martedì, ma mi sento di ritenere che non fosse eccessivamente interessante e che fosse anzi un semplice diversivo alla versione di vita che ho scelto di questi tempi l’anno scorso. Perché io ho scelto, no? I momenti anoressia vanno moltiplicandosi a scuola, sempre più pesanti, sempre più patinati, sempre più rivestiti di gelatina, sarà che è un tunnel in cui sto lentamente finendo anche io – punto a morire per anoressia a 61 anni, dopo la morte effettiva per sifilide a 35 – e quindi mi disturba per quello, sono pudico. Pudìco, aggiungerei. Il progetto di quelli che si progettano e poi non si gettano l’ho gettato. Per convincermi a farlo avevo anticipatamente comprato il libro, non che questo fosse servito a granché, ma alla fine s’è dimostrato quantomeno propedeutico. Ora, la dedica era chiaramente penosa – scritta in modo da poter essere rappresentata in una scena oscena, aggiungerei – e forse forzatamente rivolta alla persona sbagliata, ma si vedrà. Gliel’ho consegnato all’intervallo, dopo aver meditato lungamente su come piegare l’articolo riferentesi all’iniziativa nella prima pagina – ho optato per una piegatura in quattro, forse creava un rigonfiamento vagamente visibile, ma niente di eclatante, erano solo due fogli – e su dove trovare un segnalibro nelle prime tre ore scolastiche, ho finito per privarmi del mio – non che io l’abbia ben presente, ne avevo una dodicina appartenenti a un calendario/segnalibro che un po’ di foto di Parigi. Ecco, non ricordo quale ora ha Renato – ma poi gliel’ho dato. Stavo parlando con un amichetto della verifica di spagnolo, ma non lo stavo ascoltando e stavo rispondendo meccanicamente, ché non parlo di scuola da che la frequento, quindi non mi pareva il caso di iniziare oggi con tale compito da compiersi da un momento all’altro. Devo dare un libro a quella persona con gli occhiali. – Quale? Ce ne sono due – Quella a sinistra (un segno, un segno) - Okkèi – Renato? – Sì? – Per te – Per me? Perché? – Leggerai – e sono fuggito, per evitare di forzarla a leggere di fronte a me – per evitare che necessitasse traduzioni della mia scrittura, ché avrei fatto una figura quantomeno barbina e barbarica – per evitare di dover spiegare qualcosa a parola, ché avevo le gambe che tremavano e di conseguenza la voce. La missione era relativamente compiuta, icché scritto avevo scritto e consegnato avevo consegnato e mancava solo che lei leggesse e chissà se l’ha fatto e se lo farai mai. Eh vabbè. La giornata è stata poi prosciolta, quando ho rubato un buon voto in matematica, mi sono poi immerso nella vergogna depressa e così via, ma poi è passato, ché dovevo immergermi in Lutero – metafora inside – e non l’ho fatto – metafora e non metafora inside – e dovrò svegliarmi domattina più o meno presto oppure dovrò sperare che infarto mi colga stanotte, chissà. Poi ho comprato l’album dei Baustelle e aspetto che passi il carro funebre, fondamentalmente. L’ho ascoltato durante il tragitto – là e poi di nuovo indietro – verso lo studio di un medico, giacché mia madre ha severamente deciso che sono severamente malato e quindi mi sta portando in giro per capire cos’ho che non va – a scanso di equivoci, non mi porta né da psicologi né da psichiatri né da psicoterapeuti e così via, quindi penso che cozzeranno contro un muro di inutile nulla (a proposito di inutilità, nello studio del medico ho constatato quanto inutili siano le scarpe per bambi [non volevo usare scarpine e non mi è sembrato giusto usare il diminutivo di bambi per quegli esseri] giacché questi non camminano, al massimo si trascinano, mettendo a rischio le loro caviglie e quelle altrui. È un bel business, indubbiamente. Il medico era una persona discutibile – va di moda, ultimamente, ma soprattutto c’era aria di pioggia all’interno e pioveva all’esterno, pioggia trasversale, quella che piace a me – e dopo avermi chiesto se avessi l’asma ha deciso, alla luce della mia risposta negativa, di prescrivermi un medicinale per l’asma. Un luminare illuminato, con le cose che si escludono vicendevolmente. Poi per fortuna son tornato a casa – ancora niente Lutero – e ora debbo uscire. Non uscire uscire, ma uscire di casa per andare a scuola. Pacchiano e bizzarro fare una cosa simile, ma andrò a fare il babysitter come solo io so fare – quando la mia compagna di banco doveva gestire circa 45 bambini le suggerii di proporre loro un gioco all’ultimo sangue a coppie per dimezzarli e così via fino a che non si fossero ridotti a un numero gestibile, penso che stasera riproverò – e spassarmela per tutta la serata. Bene così.

Quel che impari dalla vita, non è vero.

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