Archive for febbraio 2010

La cattiva strada

28 febbraio 2010

Sì, perché qualcuno pensa di potermici portare, con subdoli stratagemmi, infami mezzucci e così via. Puah, illusi. Io mi trascinerò a fondo da solo, non mi serve la spinta altrui, e nemmeno l’incitamento. Forse la compagnia, quello sì, ma qui le selezioni sono ardue – arduo è iscriversi, non passarle, s’intende. Ora, è davvero K. Terzo classificato per altro, cheffigo. Tensione quasi sprecata, ché alla fine si era noi cinque della classe, la sesta esclusa che già lo sapeva e così via. Però un po’ di sorpresa, anche. Anche la madre urlante, anche il padre che finge di accettare una situazione che è palese non gli vada giù, zucchero o non zucchero. C’è stata anche dell’euforia, che non è esattamente da me, ma non è assolutamente da me la tensione pre-colloquio o quella pre-risultati, quindi il K mi sta cambiando dal profondo. Ha preso un po’ larga la questione però, beato lui che la può gestire. L’euforia di ieri mattina s’è tramutata in un sabato scolastico volato – mai successo, credo, né nella mia storia, né in quella del mondo, ché se per i miei compagni non passa perché fremono per la serata, a me passa molto malamente in attesa del pomeriggio – e nel professore di storia convinto che io scrivessi, al posto degli appunti, dolci parole d’amore per la mia compagna di banco. Ora, le stavo scrivendo davvero, ma in quel frangente stavo insultando lui, il suo amore malcelato per l’insegnante di filosofia, la mia gelosia per la loro relazione che non esiste e così via. Niente sincere parole d’amore per Èdit, solo false dichiarazioni. Poi ovviamente l’euforia è passata – complice mia madre, che voleva uscire a festeggiare. No dico, e il giorno che combinerò davvero qualcosa nella vita? Ammesso e non concesso che arrivi, questo è creare false aspettative e non è mai un bene. Vorrò un festone da McDonald’s, allora, poche palle. Tutto questo per una madre snaturata che non sa reprimere la tristezza in modo comune, ma deve tramutarla in una gioia smodata, tutt’altro che contagiosa. Complice anche il fatto che son stato male tutto il pomeriggio, un peccato, un peccato. Ma un pomeriggio a letto mi ha salvato da un pomeriggio al pc, chissà dove sarei stato più solo. – e mi son messo a leggere. Second Hand, bel libro. Qualcuno potrebbe dire che è un harmony – qualcun altro potrebbe invece apprezzarlo in quanto tale – e potrebbe pure aver ragione, giacché fino a dove sono giunto io c’è un incontro tra due esseri di sesso opposto piuttosto stucchevole. Non che ci sia niente di male per me, ma insomma, questo alimenta le mie false speranze e non mi piace. Soprattutto, comunque, il libro l’ha consigliato Cam e tanto vale per leggerlo, harmony o non harmony. Ne sto scrivendo un po’ perché mi ha occupato il pomeriggio ieri – è stata una lotta impari tra lui e la mia vita, il risultato era davvero scontato – un po’ perché qualcun altro sostiene che io mi stancherò di questo blog piuttosto velocemente (purtroppo ha ragione, ecco perché sto pensando a come cambiare la mia vita – nota, pensando – per poter poi avere qualcosa di cui amabilmente discorrere con voi. Ah, sì, sempre ricordando che Il pensiero che non conduce ad azione si traduce in sega mentale) e ho bisogno di argomenti e un po’ perché ci ho trovato un po’ di me. E non solo nei ragionamenti totalmente anacronistici e insensati – non ce ne sono molti, in realtà – ma in questo frangente:

Io: …ed è stato circa cinque anni fa, quando è morto mio padre. Altra persona: Oh, mi dispiace. Io: Ti dispiace? perché? L’hai costretto tu a fumare tre pacchetti al giorno per trentacinque anni? Collezionava i tagliandi premio delle sigarette Galaxy, convertibili in ricchi premi, per conto tuo? L’hai convinto tu a ignorare i sintomi per sette mesi? Hai riso di lui quando restava senza fiato dopo un paio di scalini? Gli hai portato le sigarette di straforo in ospedale? Gli hai nascosto la bombola dell’ossigeno? Gli hai fatto esalare tu l’ultimo respiro? No? Allora non devi scusarti proprio di niente.

Vorrei sapere dopo quanto tempo si smette di dire “Mi dispiace”? Due mesi? Un anno? dieci anni? devo scusarmi, se qualcuno accenna all’assassioni di Lincoln? Ecco perché ho deciso di smettere. Ora mi limito a guardare intensamente la persona in lutto. Spedisco un biglietto di condoglianze telepatico. Scusarsi sembra così insensato. Se non lo so io, che mi scuso praticamente per tutto. La cosa di cui mi dispiace davvero è di non essermi sforzato di più con questa Theresa; non le ho chiesto dove abita, dopo lavora, o se posso chiamarla. Di questo mi dispiace un sacco. Però ve l’ho detto, sono abituato a dispiacermi. Io abito nello Stato delle scuse permanenti. Il mio orologio è regolato sul fuso orario delle scuse. Me ne sto da solo a leggere fumetti in una capanna su un albero di scuse. Ci sono state persone che si sono arrabbiate con me perché mi scusavo troppo. Dicevano che uno che si scusa tanto spesso, praticamente è dispiaciuto di esistere. Io ho dato loro ragione, e poi indovinate che ho fatto? Mi sono scusato.

E qui intervengo io, che sono così e lo sono da oltre un anno ormai. Forse pure prima, ma mi è stato fatto notare la prima volta all’inizio del 2009, quindi non so dire con certezza. Questo mi ha portato a scrivere un sms, questa mattina, attorno alle 8.36 (dopo il TG5 e dopo la non-colazione con mio padre, alè! ora, ogni momento con lui, sarà buono perché mi faccia domande circa il K. Io, sinceramente, non so nemmeno dove sia e di certo non mi va di spiegarlo a lui) che recitava più o meno Bello Second Hand. A pagina 70-71 ci sono io. Che è un po’ vero e un po’ no, perché  sulla questione lutti non avevo mai riflettuto. Soprattutto perché m’è capitato solo una volta e mi dispiaceva davvero e perché in italiano abbiamo parole diverse per “Scusa” e “Sono dispiaciuto”. Quanto al mio fuso orario, il problema – se così vogliamo chiamarlo – è che io ne ho poi cercate le ragioni. E, con un po’ di fantasia da parte vostra, le ho pure trovate.

Sì, io chiedo tanto e spesso scusa. Me lo fece notare per la prima volta la nostra doppia elle (Ludovica), quando eravamo vicini di banco. Io mi appoggiavo al muro con la schiena, distendo amabilmente le mie brevi e non ingombranti gambe sotto la sua sedia facendo sì che ogni suo movimento causasse un mio “Scusa”/”Perdonami”/”Pardon”.
Ho elaborato quindi tre teorie.
La prima parte dal presupposto che non mi piace il contatto umano quando non gradito e quindi cerco di evitarlo anche agli altri. E se accade mi scuso.
La seconda prevede che io sia piuttosto di troppo a questo mondo e debba scusarmi se il mio esistere entri in relazione con l’esistere di chiunque altro.
La terza si rifa a una considerazione meramente idiota che ho pensato in qualche frazione di secondo dopo l’ennesima richiesta da parte di Doppia Elle. Prevedeva che il perdono fosse l’istituzione più idiota del mondo (fammi capire, tu fai un torto e poi chiedi scusa? sticazzi, non fare il torto e non menarmela) e che quindi io dovessi togliere ogni significato alla parola “Scusa”. Così facendo avrei creato un mondo migliore.

Ovviamente, la terza è un po’ forzata. Io credo nel perdono, soprattutto ché ho bisogno che Gesù mi perdoni per il PO e mi salvi, ché da solo non ce la faccio. Per la cronaca, è un sacco bello rileggere di quando ero intelligente. Finché poi non arrivo al punto.

Mi dici che ti emoziona il tramonto

26 febbraio 2010

Però a me non verrebbe da chiederti se ce l’hai per caso in tasca un chewing gum. E, beh, mi spiace, ché se fossi così geniale ora non sarei qui ad allietarvi, sarei quantomeno su Splinder. O avrei un dominio tutto mio, di quelli che poi quando muoiono un po’ di spiace perché pensi che sia morta anche la persona che ci stava dietro, di certo la sua identità, sicuramente la sua voglia di pubblicizzare il proprio nome attraverso in URL. Ma comunque. Avevo scelto questo titolo, oggi. Forse attorno alle 13, forse attorno alle 7 stamattina, proprio non ricordo. Un’altra cosa che proprio non ricordo, oltre ai motivi che hanno spinto i miei genitori a procreare nuovamente – ridondante, dico, ridondante – è perché l’avevo scelto. Non solo per scoprire come si scrive chewing gum, spero (sì, ho scoperto ora che è il gerundio di chew. Anni buttati nel cesso, sciacquone tirato, tubature rotte, sono in prossimità del centro della terra e inizio a evaporare, ormai). Buona notizia: mia madre dormiva ancora quando sono uscito di casa, questo significa colazione santificata e sacrificata (sì, grazie a una ricerca su Google ho scoperto che pure sacralizzare esiste, ma questo giocone di parole è così spassoso che non potevo fare a meno di lasciarlo. Ahah, questa è l’eco della risata). Tanto sacra che ho pure studiato latino, nella mezz’ora che occupa lo spazio temporale compreso tra le 6.05 e le 6.35. Mancavano caffè e Baustelle e poi il post si chiamava Come ai bei tempi o Si stava meglio quando si stava peggio. Non ho ancora deciso, ché fino a due-tre decine di secondi fa non mi ero posto il problema. Ora. Un’altra notazione circa la giornata riguarda il latino. Il verbo Fuisses esiste davvero, non era uno scherzone del mio insegnante. Peccato, quello spazio bianco poteva essere riempito con più fantasia. Il resto è scivolato, al solito, ché magari uno, leggendo, pensa a altro. No, non è così. Pioveva, stamattina. Questo fu molto buono. C’era pure un odore vagamente particolare, sempre quando sono uscito di casa. Ora, non è che nella mia vita accada tutto in quel frangente, è solo che per il resto non accade proprio nulla e devo dare risonanza a quello per riempire questo spazio che ormai ha senso di esistere solo se straborda di parole che non hanno né capo né coda né corpo. L’odore non era particolare e schifoso come quello di ieri o di settimana scorsa, solo particolare. Non ne ho trovato fonte, ovviamente. Però pioveva e tanto bastava a essere. Forse, oltre a essere, ero pure, non dico felice, ma quantomeno appagato. La pioggia mi cadeva addosso, le goccioline si depositavano sui capelli, sul giubbotto, sullo zaino, sulle scarpe, sulla mia aura di egoismo e questo mi rende un po’ più parte del mondo. Quindi sì, senso di appagamento, ché se fossi morto lì per lì, la pioggia non avrebbe raggiunto il terreno nello stesso modo. Sono praticamente parte dell’ecosistema. L’asfalto non si sarebbe nutrito della pioggia a quel modo se non fosse stato per me. Gesù, se mi senti, ti ringrazio per il ruolo fondamentale che mi dai ogni giorno. Non saprei come fare, senza di te, senza fungere da grondaia. Ora, il punto della giornata è stato un altro. Questa è l’ultima giornata di ignoranza – non in senso lato. L’ultima mia giornata di ignoranza in senso lato sarà quella del mio funerale, ché non assicuro che nei giorni che intercorrono tra la fine dei battiti del mio cuore e la mia bara che sbarra la strada alle auto l’eco della mia incompetenza si smorzi – ma ignoranza riguardo il Kansas. Quindi, posso dire nuovamente che adesso aspetterò domani e stavolta davvero per avere nostalgia. Qualunque sia il responso, era meglio non saperlo.

È una ruota, che gira, che gira e se ne va.

Sing me something new

25 febbraio 2010

Giusto per dovere di cron(ì)ca, avevo iniziato ieri un post con questo stesso titolo – ho pure riletto ciò che avevo scritto ora, ché era salvato nelle bozze, sebbene io ne fossi completamente all’oscuro – ma alla lunga proprio non piaceva. Quindi, titolo-Oasis, ché alle volte capita di ascoltarli e il Sing me something new di Stand by meeeeee mi piace sempre un sacco. E lo trovo sempre un sacco calzante, soprattutto quando riesco a inserirlo in un soliloquio. Cioè sempre. Quindi, vorrei qualcosa di nuovo da me, vorrei fuggire da me, vorrei morire da me. Troppe cose, tutte insieme. Inizierò a cenare, per stasera. E quindi, le ultime due colazioni sono state rovinate dalla presenza aleggiante e aleatoria del genitore di sesso femminile che, pur alzandosi ogni mattina alle 4 e andando a dormire non prima delle 23, lamenta il sonno. Sempre sia lodata la coerenza, ché Gesù ne ha ricevute troppe di lodi per i miei gusti. E forse pure per i suoi. Ora, la mattinata di ieri è stata parecchio così, come la di oggi. Niente di che, insomma. Pomeriggio particolare, dopo aver speso qualche frangente in modo a me consono, ho finto di studiare latino e poi mi son messo a leggere. Iréne Nèmirovsky. Beh, poche storie, trattasi di capolavoro. Mi dilungo su ogni cosa in questo blog, ma questa è addirittura la terza/quarta volta che lo cito, mi è davvero entrato dentro, come m’è entrata dentro lei, un po’ in punta di piedi, come il protagonista del libro, che si chiama Sylvestre, ma si fa chiamare Silvio, per una ragione che non ricordo. Via, al riguardo, mi cito:

Non so bene che dire, posso però partire dal fatto che mi è entrato dentro. L’ho iniziato domenica mattina, tra il 12.00 e il 12.30, che doveva arrivare mio fratello per pranzo e quell’attesa va trascorsa in qualche modo e domenica era una bella giornata e il pomeriggio sarei voluto correr fuori, portandomi dietro il libro, ma non l’ho fatto. L’ho letto lunedì mattina, prima di andare, a scuola. Mi ero alzato molto presto e avevo una mezz’ora da trascorrere. Ne ho parlato in più frangenti sul mio blog, perché l’ho trovato calzante davvero ovunque. Ne ho parlato ieri a un colloquio per una borsa di studio (bla bla bla) Kansas (bla bla bla) tre mesi (bla bla bla) e mi hanno chiesto che mi piacesse fare e gli ho detto che leggevo e mi hanno chiesto che genere preferissi e sono andato in panico e mi hanno chiesto che cosa stessi leggendo e ho detto Nemirovsky e una sapeva di che stavo parlando e sentire il nome pronunciato come andrebbe pronunciato (io proprio non son capace) mi ha infuso un senso di pace interiore. E in questo triste pomeriggio ho deciso di trascurare sia il latino che la fisica che la matematica che la mia vita per leggerlo, mi mancavano una cinquantina di pagine (45 di libro+10 di postfazione (?)). Ed è andato e non so se è un problema mio, ma pensando a un commento (a questo, commento?) a venti pagine dalla fine mi dicevo che Silvio era stato estraneo a tutti i fatti e non aveva fatto nulla ed era proprio un narratore inutile, per quanto come personaggio fosse interessante. E non so se è un problema mio, che non capisco proprio mai quello che sta per accadere in un qualsiasi libro-film – mi immedesimo parecchio, sì, anche se il regista è una capra – o se qui è cosa comune, ma mai e poi mai mi sarei aspettato una conclusione simile. Mai e poi mai mi sarei aspettato una conclusione. E ci sono pure alcune citazioni, che ho segnato come note a margine qui – non ho ancora finito, sono credo a due – che un po’ mi son piaciute un po’ forse le ho esagerate, ho voluto vedervi più di quanto ci fosse.

Poi mi son scusato con la persona a cui l’ho scritta, questa cosa, così mi scuserò con voi. Ieri sera, poi, ho visto un film. E un po’ m’è piaciuto e un po’ no. Insomma, non m’è dispiaciuto, ma nemmeno griderei al capolavoro – per quanto io lo faccia piuttosto facilmente, ma questo non dovrebbe andare a sminuirlo. L’idea è che se il regista – o chi per lui, insomma – avesse osato un po’ di più, mi sarebbe piaciuto da morire. Da morire, tsè. Frase paracula, ché poi magari uno crede davvero che possa succedere. Beh, poi c’è stato oggi, passata la colazione e uscito di casa, di nuovo quell’odore. Come venerdì scorso – sì, ho controllato qui. Terribile, insomma. E oggi non pioveva, quindi le salde basi scientifiche della mia spiegazione sono andate, come dire, a puttane. Peccato eh, il Nobel era a un passo. E non solo quello. Non pioveva. Già. Perché non pioveva? Perché oggi c’è stato un bell’assaggio di primavera. Di quelli che poi ti viene voglia di rimandare indietro il piatto, però. La giornata è stata bellissima – i canoni non li stabilisco io, s’intende – ma ho realizzato quanto il cielo azzurro terso e il sole caldo facessero primavera solo quando, aprendo la porta per rientrare alle 4 (16, s’intende) ho avuto uno scontro a fuoco con una vespa. Paralizzata. Ma incuteva un sacco di timore. Vabbè, tornano le vespe, che sinceramente non so dove siano state negli ultimi mesi, certo è che potevano starci pure tutta l’estate che le lacrime le avrei versate per altro. Quindi oggi il sole ha illuminato la giornata. Non che alcuno gliel’avesse chiesto, anche questo s’intende, eppure lui ha voluto essere radiante e rischiararci et alluminarci come faceva già in quel dell’Umbria qualche secolo fa. Quindi grazie sole, senza di te non avrei proprio saputo come fare oggi. Nessun viaggio alla cieca per il cortile a causa della tua radiante luce, niente caldo infernale alla terza ora – dopo educazione fisica. Oh sì, educazione fisica. Niente cavallina. Gaudio!. Ha ben pensato di essere sostituita dal fratello che non ha mai avuto (probabilmente un aborto), il salto in alto. Ohssì, ho fatto proprio un bel salto, credo di aver superato l’elastico (!) posto circa a due spanne da terra. – niente afa all’intervallo perché figurati se ‘sto sole scalda. Si vede che è stronzo e che fa solo finta di scaldarti, niente psicosi collettiva perché è uscito il sole e praticamente dopodomani è giugno e tanto vale che inizi ad abbronzarmi ora. Quindi tanto tanto grazie sole. Senza di te, non saprei proprio andare avanti. Sta’ attento, che se ti manifesti ancora un paio di volte, finisce che ti amo. In questa giornata di sole splendente – un inciso che mi è sovvenuto orora. Mi fastidia tanto che manchi il participio passato di splendere. Insomma, come se qualcuno, un giorno, avesse deciso che il sole avrebbe dovuto splendere per sempre e che l’azione era obbligatoriamente continuata e non puntuale. Fottiti non glielo diciamo a questo linguista che mi ha rovinato il futuro? – avrei dovuto/dovrei/dovrò studiare latino e spagnolo. Latino avrei già fatto, insomma, tra le 17 e le 18.30 sono stato a letto, già in pigiama, con un paio di libri in mano, a leggerli e sfogliarli, armato di Nutella – altro inciso sulla Nutella. Nella sua visita di martedì, fratello se ne è nutrito, con cucchiaino. Caso e uso, nella storia, hanno portato il cucchiaino in una posizione molto scomoda, ossia quella di dover passare dall’alimento alla saliva dell’alimentando in un attimo, cosa che immagino possa essere sgradevole. Beh, fratello, usando il cucchiaino in modo non igienico ha portato la saliva dalla sua bocca al mezzo al barattolo. Barattolo da cui io mi son nutrito con lo stesso schema. Questo per dire che la commistione di saliva passante per la Nutella un po’ mi mancava. – e di non-voglia. Poi alle 18.30 c’era StudioAperto, che almeno una puntata a settimana la devo vedere e c’era il Lambro e così via e ho guardato quello. E ora sono qui, l’altra metà di latino che mi manca sta aspettando, così come aspetteranno Manrique e i suoi amichetti. Ah, un’ultima cosa. La terza ora è stata davvero foriera di cose interessanti – insomma. Il libro di scienze diceva che in un’ora un bulimico può ingurgitare fino a 50000 calorie. Trovo la cosa tendente all’inconcepibile, ma tant’è. Ora, giacché la borsa è misurata tramite il prezzo dei BigMac, ho pensato che avrei potuto calcolare quanti barattoli di Nutella da 400g sarebbero valsi 50000 calorie. E così ho speso una buona metà dell’ora. Altra cosa interessante, la scheda sulla sifilide. Beh, ho ufficialmente deciso che mi piacerebbe davvero un sacco morire così.


I ricci sulla fronte
Le lettere d’amore
Sfumare l’orizzonte
Stare male
Il senso della morte
E la sifilide
Per archiviare il caso
Riguardante te

E adesso aspetterò domani

23 febbraio 2010

Non necessariamente per avere nostalgia, anche solo per aver qualcosa da aspettare, che non fa necessariamente male avere del tempo impegnato da attività non lesive della propria persona. La giornata di ieri non è stata particolarmente entusiasmante – più di altre in realtà, ecco cosa mi ha frenato dal correre qui a raccontarlo al mondo – e stanotte ho fatto alcuni sogni particolarmente scabrosi – a imperitura memoria, basti quello in cui ho accompagnato una persona a fare delle analisi del sangue in un’edicola. E gliele hanno fatte. In un altro, il quarto della serie, il tempo era terribilmente impazzito. Tim, fanne un film, io ho altro a cui dedicarmi – e poi basta, grazie al cielo è arrivata la mattina, col freddo, il tema le prime due ore, le ultime due ore con fisica e matematica – oggi niente sensazione sensazionale di smarrimento, sarà che non ho seguito nulla, un po’ perché non mi andava, un po’ perché proprio non mi andava – e poi il pomeriggio. Pomeriggio anticipato da un pranzo con due compagniucci di classe. Che non ha avuto grossa utilità, a parte farmi capire che la pizza non fa proprio più per me. Nemmeno l’acqua naturale. Fredda. Tutto da evitare. Nel pomeriggio, il concorso per il Kansas. E l’esposizione del tema, il timore che sia troppo lungo, che sia troppo corto, che salterai una parte parlandone, che non ti verrà quella parola che non sapevi e che hai dovuto cercare, che non farai un discorso coerente e conciso, ma salterai di palo in frasca e questo non sarà gradito e così via. Poi ti vengono a chiedere se sei apatico. E per quanto tu abbia scritto, in altra lingua e contesto, che alle volte è così, proprio non ce la fai a tradire la fiducia di quelle faccine. La tradisci poi, quando ti chiedono perché vorresti andare e dici loro che tuo fratello ha promesso che ti picchierà se non passerai. E tuo fratello è grande, tanto grande. Trenta, anche se in realtà sono ventinove, ma proprio non ce l’hai fatta a stabilire che settembre non è ancora passato quando ti hanno chiesto quanti anni avesse. E poi la Nemirovsky, che anche solo pronunciare il nome del libro – Il calore del sangue – ti rende un po’ più felice, sentire pronunciare poi il nome dell’autrice come si deve – e non ricordarlo più, pochi secondi dopo – è ancora meglio. E poi un’altra domanda, di quelle per cui avresti dovuto prepararti, ma ieri non ti andava e hai pensato solo alla (finta?) minaccia di tuo fratello, che forse una risata l’avrebbe strappata, forse solo un po’ di pena perché fraintesa, Se mi piacerebbe vivere in una nazione straniera? Sì, per poter attraversare la strada senza rischiare la vita. Poi esci. Respiri. Cerchi di ricordarti come si fa, quantomeno, perché là dentro – che è la tua classe, tra l’altro – alla lunga hai disimparato. Ne andava della tua vita? Assolutamente no. Eppure ti piace pensare che forse un po’ di importanza questa cosa l’aveva. Poi passi a salutare il tuo insegnante di italiano, che sta giocando a tennis in palestra – Don’t say, don’t ask – giusto per farti perculare un po’ e tornare a casa un po’ più felice. Poi a casa scopri che passerà tuo fratello per l’ora di cena. Ma non per cena, ché quella la consumerà altrove. Però passa, come ai bei tempi, quando usciva di fretta dal lavoro, arrivava attorno alle sette, mangiava un panino al volo (la Fiesta a pranzo, probabilmente) e poi volava a sfrecciare – con ritmo blando – sul parquet della palestra vicino casa. Stasera no, stasera ha una cena, stasera è in camicia, stasera indossa dei pantaloni neri che sono lunghi quanto me. Stasera s’è ricordato di un suo vecchio gioco che ha rivisto sabato dopo una ventina di anni di latitanza. Il Control Center Lego. Quella cosa che tu, che hai visto solo le Lego degli anni ’90 e soprattutto le hai odiate, non hai idea di come possa funzionare. Ma lui è esaltato, lui è contento, lui è eccitato all’idea che inserendo otto pile di dimensioni esorbitanti quel coso possa controllare ancora. Quindi si mette a costruire una delle cose controllabili, ché le pile le recupererà e un po’ ha fretta e un po’ no, quindi lo aiuti a cercare nella scatola, come mai hai fatto prima, perché con le Lego non hai mai giocato, con lui non hai mai giocato. Ti confida che da grande gli sarebbe piaciuto costruire Lego e l’ingegnere l’ha fatto per quello. Gli suggerisci che progetta corde perché non era sufficientemente bravo. Silenzio colpevole, complice e concorde. Bravo. Quindi è bello, arrivare a sedici anni per giocare per la prima volta con le Lego, per soffrire staccando due pezzi che erano stati uniti anni la bellezza di venticinque anni fa e che il tempo ha tenuto agganciati, per vedere un fratello che a settembre – ammesso che non sia già passato – di anni ne avrà trenta e sembra più vicino che mai giocare a unire dei mattoncini, per scegliere quei mattoncini da una scatola enorme e piena fino all’orlo – <Questo è il tuo famigerato ordine maniacale?> <No, solo tua madre poteva sistemarli così> – per poi risistemare tutto. E non importa se prima erano in ordine sparso e ci stavano e ora che ci hai messo mano e dovrebbero essere ordinati il coperchio non si chiude e anzi naviga. E non importa se tu hai davvero sedici anni e lui ne ha davvero praticamente trenta. E non importa se lui è sposato e pare che debba ancora prendere il diploma elementare. Importa l’irrequietezza di tuo padre, che non vuole proprio credere che forse in Kansas ci andrai davvero.

<È un problema> e forse si riferiva al delitto, forse alla vita.

Sono un non so borghese

21 febbraio 2010

Altra domenica, tendenzialmente molto triste. È stata piuttosto strana, dopo le ultime due, spese tra il teatro e il voyerismo sugli altrui Carnevali, è stata in vecchio stile. Mattina passata a leggere, pranzo con fratello e affini, pomeriggio depressivo tra compiti e simili, serata probabilmente a leggere, ancora devo decidere. La mattina è stata emozionante, sì, per la lettura – non Internazionale come ai bei tempi, ma Grossman che ha detto tanto e l’ha detto in modo non consono – ma il vero culmine è stato quando ho pensato che nel pomeriggio avrei fatto qualcosa. È successo mentre apparecchiavo il pranzo per fratello – era il compleanno della moglie, tra l’altro, le ho pure fatto un regalo che sembra essere stato gradito, yay. Soprattutto perché la confezione era piuttosto scarna, grossa sorpresa – e ho pensato che nel pomeriggio sarei pure potuto uscire di casa, ché c’era il sole – non che questo mi rendesse felice, s’intende – e tutto il resto, quindi forse poteva essere un buon modo per passare il pomeriggio, pentendomi di essere nato solo in un paio di frangenti e non nella sua totalità come invece è accaduto. Avevo anche pensato una cosa carina, che avrei voluto scrivere immediatamente sul blog. Suonava – o rimbombava, verso più adatto ai pensieri – più o meno come Ho sempre voglia di fare un sacco di cose diverse da quelle che sto facendo mentre ho voglia di fare altro. E la cosa che avrei avuto voglia di fare – tra le tante, s’intende – era scrivere qualcosa sul blog. Qualcosa che non ricordo, che era certo qualcos’altro rispetto a quello che stavo pensando, mentre stavo pensando che mi sarebbe piaciuto scriverlo. Più o meno contemporaneamente, pensavo a quello che mi sarebbe piaciuto fare nel pomeriggio. Uscire di casa, fare una passeggiata, una corsa, sinceramente non sapevo e di certo non so ora, bastava uscire, ché il cielo era azzurro e la luce tanta e mi piacciono i miei occhi quando c’è parecchia luce. Ho pensato quindi a dove sarei potuto andare e non ho trovato meta. Non nel senso poetico della cosa, del camminare senza meta, della vera ragione del viaggio – viaggiare – del fuggire verso il nulla che qualcuno ha ripreso per scrivervi delle stronzate, dell’amore per la ricerca di una cosa e la delusione per il ritrovamento e tutte queste cose. Ma un problema fisico, quello di non sapere dove andare, perché non c’è posto dove andare, in questo posto. Nei miei progetti, uscivo pure di casa con un libro e una segnalibro sotto braccio, mi cercavo un posto carino per leggere – Irene Nemirovsky, per la cronaca, già l’adoro – all’ombra del sole, per passare un paio d’ore lontano dal classico assordante nulla della realtà. Poi ho pensato che un posto simile in un raggio raggiungibile a piedi non esiste. Quindi mi sono scoraggiato, ho accolto fratello nel modo caloroso in cui ci si accoglie noi vicendevolmente – lui mi salta sempre addosso, ma è semplicemente per schiacciarmi, non credo sia un eccesso di un affetto che non mi ha mai trasmesso durante l’infanzia (mia) – e ho riso delle sue (finte?) scenate di gelosia per i regali ricevuti dalla moglie. Poi basta, poi è stato Kansas, elucubrazioni sull’amore degli Americani per la televisione che non ho saputo giustificare in alcun modo, di certo non in inglese, pensieri sulle serie televisive americane, sulla ragione per cui c’è gente che si riconosce davvero in un serial killer che ammazza dove la giustizia non arriva e non prova emozioni che siano definibili tali, considerazioni senza scopo né destinazione. Considerazioni su Sanremo – queste esterne al Kansas – sul comportamento dell’orchestra, sulla canzone di Cristicchi, sul fare l’amore in tutti i luoghi e soprattutto in tutti i laghi. E poi sono arrivato qui, mi sono trascinato qui, evitando certe cose che andavano evitate per il bene del (mio) mondo.

L’ironia è un’arma della borghesia, ma se potessi mangiare un’idea, forse avrei fatto la mia rivoluzione.

-È uscito il sole!- -Dovrei essere felice?-

20 febbraio 2010

Altro dialogo tipo, con compagna di banco. Non proprio tipo, giacché è successo davvero, però ne succedono molti e tutti simili e questo lo rende un dialogo tipo. Io sono quello che constata che è spuntato il sole, dopo un’interminabile mattina di nubi soffocanti e offuscanti la felicità (che sta oltre il velo nero) e ne sorride. Lei è quella che scaccia la meteoropatia. Poco credibile? Forse. Altra mattinata piuttosto comune, non posso nemmeno dire che sia iniziata male con una buona ragione, posso però dirlo in senso assoluto e, per quel che mi riguarda, è più che sufficiente. Però c’è stata una vagamente interessante constatazione durante l’ora di italiano, a proposito di Cavalcanti, credo. Suonava tipo Non è che, se uno scrive cose infelici, è uno sfigato: questa è una vostra balzana idea. Conseguenza diretta di un’affermazione di tale portata è che io sia felicissimo, soddisfattissimo di me e della mia vita e del mio passato e del mio futuro – nel suo essere ipotetico, le basi le ho poste nel migliore dei modi. È così? Al sole la risposta. E quindi, poi c’è stato il pranzo. Pranzo con padre, che è la cosa più terrificante che possa accadermi subito dopo la perdita dell’udito e subito prima della morte per percosse. Ora, io e mio padre non parliamo, praticamente mai. C’è il classico discorso genitore-figlio sul come è andata a scuola, sul fatto che sia andata bene, sul fatto che uno vuole, freme, pretende (nulla)/per/di sapere che cosa è stato fatto nel suddetto edificio e sul fatto che, proprio là, non s’è fatto nulla. Sì, un bel giorno di tanto tempo fa ho deciso che avrei risposto così a tale domanda da parte dei miei genitori. Poi padre si prodiga pure a chiedermi se ho avuto interrogazioni o verifiche, a volte dico che sì, altre dico che no, spesse volte mento perché il discorso cada. Poi si parla del tempo, giacché credo sia l’unica cosa che ci accomuna al mondo, tolto il vivervi. E quindi un pranzo con lui suonava terrificante, trenta minuti con lui di fronte. Siamo stati in pizzeria, via. Al tavolo dietro di noi c’erano due signori anziani. Che chiamarli così suona un po’ ipocrita, ma vecchi non gli si addice sicuro. Sono entrato, mi sono seduto. In questo frangente, hanno infilato quattro luoghi comuni di fila Eh, la vita va avanti, ma non si può giudicare dalle apparenze, alla fine l’abito non fa il monaco e… E boh, il quarto l’ho dimenticato, ma mi ha stupido davvero tanto che fosse riuscito a legarli così magistralmente. Chissà il discorso precedente com’era, spero qualcosa di parecchio doloroso, ché arrivare a parlare così senza traumi non lo trovo un bene per l’umanità. Oltre a loro, grazie al cielo c’era un televisore, padre l’ha guardato, io ho fatto finta di farlo con lui. Poi ogni tanto lanciava sentenze lapidarie (nel senso di lapide), mai che le motivasse, mai che io gli chiedessi di farlo. Così, mentre s’aspettava la pizza. Poi è arrivata. È arrivata, l’hanno posata, l’ho guardata, rimirata, rivoltata, e così via. Poi padre ha mosso una mano, così, giusto per e c’ha rovesciato sopra un bicchiere pieno di Coca-Cola. Eh vabbè, ho pensato, chissenefrega. Lui era mortificatissimo – mai visto dispiaciuto per qualcosa, tra l’altro, che non fosse finto dispiacere – a me non importava nulla. Tanto nello stomaco è tutta poltiglia e così via, poco importava. Questo è dovuto al mio rapporto conflittuale col cibo e così via, ma non m’è importato granché. Senza contare che una volta rimosso il laghetto di liquido, era tendente al normale, come pizza. Normale per i miei standards. Ecco, l’ho visto dispiaciuto, davvero tanto, tendente al piangente, tanto mortificato da arrivare a fare battute tristi – se fosse stato un po’ più allegro magari le battute l’avrebbero seguito su quella strada, ma voglio sperare che no, perché poteva solo peggiorare – come mai prima d’ora. E quello che è dispiaciuto a me è pensare che si vergogna più di rovinare (? parliamone) una pizza, che di insultare il mio essere un essere pensante. E mi trovo a stasera, dopo un pomeriggio passato meno peggio del solito, con i programmi (e che programmi, al solito, volevo vedere Lost in translation, che ho in pausa da due settimane) saltati causa arrivo di quattro prozii, quattro e dell’amico ignavo e democristiano dei miei. Tutto è ciò è molto male. Ora mi lavo i denti, torno da loro, fingo di star male – a sufficienza perché mi dicano di andare a letto, ma non troppo, per evitare che mia madre cacci tutti a casa per assistermi tutta la notte e tutto il dì di domani e tutta la notte del dì di domani, dimenticandosi di nutrirsi e di nutrire altri esseri umani che potrebbero varcare la soglia della casa nel futuro prossimo (sì, domani c’è fratello a pranzo. Fratello con moglie. Lunedì compleanno di moglie di fratello, devo ancora incartare il regalo, merda), per evitarmi di fingere di delirare durante la febbre per farla sentire meglio, perché un figlio che parla con lei mentre non ha pieno possesso delle proprie facoltà mentale è comunque meglio di uno che con lei non ci parla.

-Sei triste?- -Oh, sì- -Perché?- -Perché è venerdì.

19 febbraio 2010

Altro stralcio di dialogo, altri pensieri a posteriori alla luce di ciò che il mio subconscio ha prodotto. Subconscio guidato da una battuta di Luttazzi (Domani Berlusconi si farà un’altra legge ad personam “perché è mercoledì”) e da considerazioni precedenti alla considerazione che mi porta a ritenere ogni venerdì una giornata discretamente triste. Quindi sono triste perché è venerdì. Ma anche per altri motivi, eventi verificatisi in altri frangenti per altre ragioni – parrà strano, ma il mondo girerebbe comunque anche senza i Venerdì. Ecco perché andrebbe abolito.
E quando sarò Dio, lo farò. Fino ad allora, preferisco mettermi in stand-by il giovedì sera, saltare il venerdì e, già che ci sono, pure il weekend. Poi il lunedì è una giornata triste, perché ricomincia la vita, la scuola, il lavoro e così via, quindi si salta. Si salta anche il martedì, ché è vicinissimo al lunedì e il sabato è lontanissimo. Il mercoledì è lì a metà, un ignavo, Dio lo vomiterà – lascerò che Dio vomiti tutti gli ignavi prima di prendere il suo posto. Per favore – e la sua fine sarà pubblica e umiliante. C’è poi il giovedì, giorno per cui non riesco a trovare alcun lato negativo dato dalla sua posizione nella settimana. Pensavo di averne trovato uno, ma, non essendo supportato da alcuna prova storica, ha la stessa validità che ho io. Quindi, il giovedì non mi piace perché ho educazione fisica a scuola e tanto (vi) basti.
Ora, la giornata è iniziata male. È iniziata male più tardi del solito (non inteso come Mi son svegliato tardi, ma inteso come La parte peggiore è arrivata più tardi del solito), uscendo di casa. Già uscire di casa ha un suo perché (perché preceduto da È una merda), ma farlo con la pioggia scrosciante – accettabile tendente al fantastico – e un odore terribile, non è stato il massimo. Nei quindici passi che ho fatto sotto la pioggia e sopra quest’odore ho pensato che potesse essere l’odore della cappa di smog che c’è sopra (in senso lato) casa mia, che la pioggia l’avesse trascinato al terreno e che questo puzzasse da morire. Ho poi realizzato che probabilmente non c’era supporto scientifico alla mia teoria, considerando pure che in pochi minuti l’odore è passato. Però prima c’era. E mi ha rovinato la giornata, che già partiva male, ché il calendario recitava Ven (o Fri, sinceramente è una cosa che ho inventato, non ho un calendario che guardo, ne ho due che non guardo, sapevo che era venerdì perché sono cose che somatizzo lentamente durante il giorno precedente). Poi sono arrivato a scuola e mi pare sia stato tutto tutto sommato nella norma, per un po’. Considerando che c’è una classe interamente sospesa, la cosa è mediamente interessante. Tutto nella norma, fino alla terza ora. Anche lì niente di eccezionale, s’intende. Ma ho realizzato sempre di più che Manrique ne sapeva a pacchi. Soprattutto perché lo scriveva nel ‘600 e lo scriveva in spagnolo – non un Leopardi qualunque, insomma, uno figo. Quindi:
[…]
cómo, a nuestro parecer
cualquiera tiempo pasado
fue mejor.
E va così anche col venerdì. Venerdì scorso è stato fighissimo, rispetto a questo. E sarà così, all’infinito, finché non mi convincerò di essere stato felice e a quel punto smetterò di provare. Trovo che sia bello dare un senso alla mia vita scrivendo cose che non ne hanno – la citazione, qui, è totalmente involontaria. Poi è arrivata matematica, che ultimamente è la mia lezione preferita [Benedetta sia la sensazione di smarrimento dopo un’ora di matematica, ché è l’unica cosa che mi mantiene vivo (mia-cit. delle 12.20 del 12 gennaio {me la sono scritta sul diario, non è che l’ho detta a qualcuno}, ne vado quasi fiero)], in cui la frase, durante una dimostrazione, Qui possiamo elevare tutto alla seconda, perché non abbiamo problemi di esistenza, mi ha dato da pensare. Io ero parte di quel noi. E io non ne ho, vero? Non ne ho con la vita solo perché mi permette di vivere, no? Proverò a elevare la mia vita alla seconda, uno di questi giorni. Giusto per vedere se trovo una circonferenza o, per dire, una parabola con concavità verso il basso. Poi la mattina è andata, ma il peggio doveva ancora arrivare. Il caso volle che – storia noiosa da cui non riesco a estrapolare proprio nulla di raccontabile – io oggi fossi a pranzo con i miei compagni di classe. Maschi, per la precisione. Non tutti, ma gli elementi migliori c’erano e si sono fatti sentire. Uno di quei pranzi da preservazione del genere della specie, terrificante. All’arrivo delle pizze – loro [solito acronimo] hanno preso la schiacciata, perché è più grande e se è più grande è più buona e se è più buona fa più maschio. Nulla che abbia fatto sospettare loro che, il fatto che essa si spezzasse solo guardandola, indicasse che una schiacciata è più larga perché più sottile e non perché richiede una quantità mascolina di pasta la battuta clou della giornata, direi. Qualcuno ha una canna? Per finirla serve la fame chimica. Ora, devo dire che a posteriori la sto pure apprezzando, se non fosse per il fatto della grandezza della pizza di cui sopra, ma vabbè. Mi dispiace che abbia generato altre battute pessime poi – da chi non sapeva cosa fosse la fame chimica e millantava si trovasse in farmacia sotto forma di pastiglie o, peggio, scappasse da laboratori farmaceutici sudamericani. Poi il discorsone. Fossimo stati vecchi e bavosi, sarebbe stato il tempo – tempo di merda, oggi, per altro – ma giacché siamo tutti giovani e rampanti e scattati, ci si interrogava sulla patente. Mioddio. Poi, in tre, a scaglioni da uno, ci hanno abbandonato. Peccato, eh. Siamo rimasti in cinque. Uno voleva il caffè – io ne ho sempre un bisogno fisico che non soddisfo mai – quindi abbiamo deciso di spostarci altrove per il caffè. Un altrove vicino, giacché pioveva a dirotto ed eravamo appiedati e i passanti – automuniti – erano piuttosto divertiti dallo spruzzarci pozzanghere addosso. Beh, dove vuoi andare, se non all’oratorio? Fortunatamente, complice la pioggia, il fatto che uno dei cinque di cui sopra – non io, a scanso di equivoci – non sappia portare una cartella a tracolla e l’abbia fatta cadere in un fiumiciattolo che stava formandosi lì appresso, il fatto che la madre di uno dei cinque di cui sopra stava per arrivare a prenderlo e così via, siamo andati a casa di uno dei cinque di cui sopra. Non senza incontrare due persone che qualcuno conosceva, qualcun altro no. Io ero tra i qualcun altro. Che poi, dico, com’è che il paese pare il deserto dei Gobi per tutto l’anno e poi, quando piove, sono tutti fuori casa? Tutti con l’ombrello, tranne me, ma io ho una scusa. Capisco che la pioggia nel Gobi sia rara, ma insomma, un po’ di ritegno per questo voyerismo, no? Poi ho scoperto che due dei soggetti di cui sopra potrebbero essere in procinto di cambiare scuola – Io voglio fare il maestro di sci! – e Andiamo all’IPSIA, là non si fa un cazzo – e la giornata è svoltata. Non c’era pioggia che tenesse, ero felice. E poi è finita, com’era presumibile.

Tu prova a non avere un mondo nel cuore, pur riuscendo ad esprimerlo con le parole

18 febbraio 2010

Sto cenando davanti al pc. Non succede da, beh, penso l’inizio del 2009. Ed erano, in un certo senso, occasioni speciali. Quindi questo è strano. Strano almeno quanto la cavallina che Loro si ostinano a farmi saltare (per Loro intendo, chiaramente, il LatO OscuRo), cavallina che peraltro va alzandosi. Arriverà quindi il giorno in cui non riuscirò più a saltarla semplicemente scavalcandola, ma dovrò staccarmi da terra e fare tutte quelle cose strane e sono già in panico. Magari giovedì prossimo salto. La lezione, non la cavallina. Non sto studiando latino. E nemmeno spagnolo, in caso mi fossi detto No, non studiare latino, fai qualcosa di utile per l’economia del mondo, non sto facendo nulla, insomma. Scrivo qua, che è pure peggio, vado gravando sull’economia del mondo. Orbene, alcune note sparse. Lo spettacolo teatrale che ho visto nel pomeriggio è stato tendente a Lammerda per buona parte della sua durata. Il problema sono certamente io – ero stanco, sono stupido, etc – ma l’Otello con dei palloncini e una chitarra elettrica in scena ha un che di, quantomeno, pittoresco. I primi quaranta-cinquanta minuti sono stati proprio infernali – sono riassumibili nei gesti di quattro persone che, scandite da una litania che recitava suppergiù La benedizione del Signore ci segua, ci preceda e ci circondi su ogni lato, gettavano il contenuto di alcuni bicchieri (uno a testa, s’intende) travasato da una bottiglia trasparente (doveva apparire come un qualche superalcolico, suppongo) dietro le loro spalle per poi berne l’avanzo. La quinta persona girava con una chitarra elettrica o un microfono, a seconda dei frangenti. Beh, bello. Della seconda parte – per quanto fosse un solo spezzone da 100 minuti, altra cosa che non ho apprezzato eccessivamente – salvo qualcosa in più. Mi duole che siano i palloncini a essere salvati, ma il lato tragico del tutto è emerso solo lì. Beh, riassumendo e banalizzando – ma nemmeno troppo, purtroppo – i due personaggi principali si sono impiccati appendendosi al collo una corda che veniva trascinata – posso solo immaginare con che forza – verso l’alto da dei palloncini. Di quelli colorati, che ci sono (? da dimostrare) alle feste, solo che alle feste non volano. Beh, lì volavano. E uccidevano. Penso che, ora che è stata donata loro la capacità di volare e di uccidere, sia necessario regolarli in qualche modo. Insomma, sono gli ultimi arrivati, devono adattarsi. Beh, so che è una porcata, ma a me l’idea è piaciuta. Il resto è stato terrificante. Così come è stata terrificante la mattinata. Mi accingo a prendere il diario, dove mi sono segnato alcune cose particolarmente terribili – la cavallina è impressa nella memoria, difficile dimenticarsene – della giornata. Orbene, si parte dalla terza ora, ché le prime due se ne sono andate correndo in tondo senza scopo né destinazione. Metà classe era verificata da una verifica di recupero, l’altra metà schiacciata nella parte destra dell’aula. Io, ovviamente, in prima fila. Così, giusto perché la lezione era eccessivamente interessante e necessitavo di staccare un attimo per evitare che i troppi concetti assimilati tutti contemporaneamente mi causassero un aneurisma cerebrale, mi sono soffermato a guardare il bordo del banco rivolto verso il fruitore. Beh, v’era scritta una lista di nome di gentili donzelle (con l’Uniposca lilla), alla fine della quale c’era un cuore. Di quelli che al pìccì si fanno con <+3. Beh, sorvolando sul fatto che i nomi erano tutti terrificanti (Ines, dico, Ines, cazzo), il concetto era altrettanto pessimo. Era comunque il banco del truzzo (fighetto, no rozzo), dovevo aspettarmi qualcosa di simile. Ma mi ha comunque messo tanta tristezza. La mia è invidia, ovviamente. Però insomma, il binomio lezione di scienze sulla riproduzione e tentativi del truzzo di riprodursi mi è risultato piuttosto stucchevole. Sensazione ripropostasi poi, a teatro, quando ho scoperto, magno cum gaudio, che ello mi sedeva accanto. Lo spettacolo era terrificante e ho potuto chiedergli dell'ipotetica interrogazione di matematica di domani – era una domanda fine a sé stessa, però, ché io son già stato interrogato – e pure l'ora più e più volte. Quindi, in un certo senso, gli ho trovato uno scopo nella vita. Buon per lui, male per me. Poi c'è stata l'ora di fisica, che da sempre fonte di particolari porci che dicono stronzate ad altri porci, le due di oggi suonavano più o meno come La molla, soggetta a una forza, si smolla e un’altra di ben più complicata elaborazione. Si parlava di moto su piani inclinati o qualcosa di simile – io ero già impegnato a pensare a cose che illustrerò sotto – e c’era la forza tangenziale (?) e, beh, quale rapido e ovvio collegamento se non quello con la battuta più triste di un’infanzia, ossia Vai a giocare a moscacieca in autostrada, dai, in risposta a qualcuno di particolarmente fastidioso. Quando ti augurano così di morire, la voglia viene davvero. Credo che l’inventore fosse un fine psicologo. O un fine idiota. A occuparmi per l’ora successiva è stato Il gufo con gli occhiali, di Gianni Morandi. Già. Per quanto io pensassi avesse a che fare con lo Zecchino d’oro, a casa c’è stata l’amara scoperta. E vabbè. La canzone è un capolavoro, poche palle.
Una cosa che dimenticai di accennare ieri – e questo dimostra che ieri non era giorno in cui scrivere – è un discorso fattomi da un compagniuccio di classe per intrattenersi durante il viaggio di ritorno dal Rito supremo e solenne di ieri. Orbene, mi si è seduto accanto senza una buona ragione, che non sia la mia estrema simpatia, e quindi senza una buona ragione. Non ho idea di come sia iniziato il discorso, non ho idea di come mi abbia potuto rivolgere la parola, ma è comunque successo. Sarà che sono buono e gentile. Mi ha parlato delle sue aspirazioni future, perché, cito testualmente, La vita te la costruisci ora. E, procedendo con ordine, questa è la prima cosa che mi ha messo i brividi. Comunque essa sia intesa, quanto al lato sociale della vita, a quello culturale, a quello economico o chessò io. Noi ora si dovrebbe, secondo lui, decidere che ne sarà di noi e come lo sarà. Illuso, pazzo, maniaco, ipocrita, stronzo, lungimirante in modo accecato. Per quanto io mi ci strugga, è impossibile. E lui è ciò di cui sopra e sarebbe pure altro, se ora riuscissi a tirare fuori un sesto aggettivo negativo, ma proprio non va. Beh, la vita ce la si costruisce ora. Scegliendo gli amici, scegliendo il percorso di studi, scegliendo gli hobbies, scegliendo quanto essere infami (oh, guarda, ciao Sesto!), etc. Bene, lui si costruisce la vita andando a studiare economia in un qualche paese anglofono. Fa piacere, dovrebbe pure fare altro? Tipo procurarmi un prurito in qualche luogo non meglio identificato? Perché forse così è accaduto. Perché il discorso era pure vagamente interessante, finché non è riuscito a virare su Dubai. Oh, lui andrebbe a Dubai, ma non sa se costruiranno in tempo le università. Tanto ridere. Poi mi ha chiesto cosa vorrei fare io. O Medicina o Lettere, dico, ché mi attirano e le emorroidi delle ottuagenarie e tutto quell’altro mondo là. All’estero, mi chiede. Panico, penso di rispondergli. Non gli rispondo. Cambia argomento. Politica. Seguito tacendo – o annuendo, che ognuno ha le sue convinzioni e soprattutto le sue sono ben radicate – come mio solito, ché ormai ho rinunciato anche solo a pensarle, le mie idee.

Piesse. Nella versione disgrafica, il titolo conteneva la parola “fondo”. Yay.

-Tutto bene?- -Sì, ormai.- -Ormai? Come fosse finita.- -Praticamente lo è-

17 febbraio 2010

Rimaneggiato, è stato il mio dialogo con il mio insegnante di italiano/latino dell’anno scorso. Ho tolto il vocativo del mio cognome dalla sua prima battuta e il soggetto della sua seconda (la scuola, ndr). E m’ha fatto un po’ riflettere, perché forse questa rassegnazione c’è davvero e non è solo millantata e ipotizzata qui e là. A cosa io sia rassegnato, non è assolutamente dato sapere. È la sostanza che conta, non l’accidente (queste pseudocitazioni colte filosofiche che spargo qui e là non sono sempre consapevoli e ragionate. Questa, non lo è). Era chiaro che io non dovessi scrivere qui, ieri. Palese, lapalissiano e così via. Era ovvio, insomma, non dovevo. Eppure l’ho fatto lo stesso, senza ragione, senza motivo, senza scopo o destinazione. L’ho fatto così, per farlo, e si son visti i risultati. Ho dimenticato la colonna portante della mattinata di ieri, ossia un sms (in realtà due, unirò i testi) che recitava Chi sei? Non è per cattiveria, ma il mio gatto ha distrutto il vecchio cellulare. Cui ho risposto con una mezz’ora di ritardo, venti minuti per il Tg5, dieci per pensare la risposta. Che rispondere? Il nome era banale e dispersivo. Chissà quanti Ermenegildo conosce. Quanto al cognome, non ero sicuro lo associasse a me, ma forse sì, solo non mi piace chiamarmi Rossi di cognome. È stato un bel dilemma, il chi sono per qualcun altro. Qualcuno che non è un compagno di classe o un parente, qualcuno con cui non ho un contesto sociale o una vita in comune, ma comunque qualcuno che è amico. Ho risolto con il nome, aggiungendo la postilla che una risposta così scarna era triste e vaga e questo era un po’ più da me. Poi suppongo abbia capito.
Ora, per la cronaca, sto male. Non male male, solo male, ma non mi reggo eccessivamente in piedi per mia volontà. “Per mia volontà” va attaccanto a “in piedi”, non a “non mi reggo”. Questo per chiarezza. Mi tremano le gambe e non è amore e non è caffeina, chissà cos’è. È iniziato dopo che son venuto a scrivere, prima della morte, vi prego, o dolci 47, di indicarla come causa probabile e plausibile, ma soprattutto apparente, di morte.
La giornata è iniziata comunque male, per la solita questione della colazione che non faccio solo. O meglio, l’ho fatta solo anche stamattina, ma non me la sono preparata io. Mia madre soffre di insonnia o qualcosa di simile insomma, si alza tra le 4 e le 6 del mattino a fare cose. È fastidioso, soprattutto perché se lo faccio io, poi mi insulta. È fastidioso anche perché stamattina mi ha preparato la cioccolata calda. Ora, già mangiare è per me tendenzialmente faticoso di mattina – ben più faticoso è ascoltare lei che non trova tracce della mia colazione e mi rimprovera e così via – la cioccolata non era esattamente ciò che avrei gradito. Eh vabbè, mi son detto di prendere e portare a casa come al solito, ché qualsiasi osservazione l’avrebbe presa come insulto e non la volevo vedere piangere di nuovo per ragioni più futili di quelle di cui sotto (sotto all’altro post, non sotto e basta).
Comunque sia e comunque stia, non so quanta censura applicare a questo blog. Ci sono lati della mia vita di cui proprio mi vergogno, ma offrono tanta ilarità gratuita, non posso non trattarne. Esempio pratico, la mattinata. Ora, che io frequenti una scuola terrificante è risaputo o, quantomeno, palese. Che però questi mi portino in città per l’inizio della Quaresima e l’Imposizione delle ceneri è tutto un programma. Già dal viaggio in pullman, la cosa, buttava male. E lo dimostrava lo spazio tra la fine del sedile su cui siedi e l’inizio del sedile su cui siede la scarna persona davanti a te. Penso che questo spazio non arrivasse ai venti centimetri. Mia distanza culo-ginocchio, cinquanta/sessanta, netti. Mi son messo orizzontalmente, con buona pace del mondo, dei miei bronchi che, col solo intermezzo della schiena, erano appoggiati al finestrino gelido, con buona pace della parte inferiore del mio corpo che era esposta al riscaldamento e con buona pace della malattia che mi è venuta e mi sta venendo e mi verrà e mi porterà via come hanno tentato di portare via il mio iPod. Fortunatamente sono riuscito a salvarlo, certo, aprendo dibattiti etici, ma ormai è salvo. Quindi il viaggio è andato, ma, giacché the best is yet to come è una frase che nella mia vita può essere applicata in ogni frangente, dovevo ancora confrontarmi con una predica e le confessioni – volontarie, s’intende, per quanto di volontari ce ne siano sempre troppi, per i miei gusti – e la cerimonia in sé. Beh, la predica prevedeva pressoché la solita sporta e sacco di stronzate e banalità e ovvietà, a tratti inascoltabili. Uscendo ho sentito pure dei complimenti per quei tre quarti d’ora di discorso, altri brividi, altra tristezza, altro pessimismo, altra banalità nei miei pensieri sui modi in cui avrei voluto vedere quelle persone (quelle che si complimentavano, non considero l’oratore responsabile delle sue parole) morire. Eh vabbè. Il resto è più o meno scivolato via, tolta la parte che diceva che gli amici servono per discernere la volontà di Dio quando essa non è ben chiara, affermazione che mi ha fatto accapponare la pelle, non ce l’ho fatta soprassedere. Per il resto, ho il potere di ignorare – nel senso di non considerare, non nel senso di ignorare e basta – alle volte, grazie Gesù che me l’hai dato. Ti ringrazio un po’ meno Gesù, perché non hai ascoltato tutte le preghiere che ti ho rivolto questa mattina circa quel candelabro che pendeva e circa la fine che avrei voluto vederlo fare. Peccato, eh. Io poi con la cenere mi son convertito e ho iniziato a credere al Vangelo anche per te.
Avevo scritto la parte di cui sopra attorno alle 16.30, torno ora dal cinema, Welcome. Oltre a un profondo senso di vuoto, una tristezza infinita – quella che hai quando guardi la trasposizione di una storia vera. Solo che non era una storia vera. Solo che sembrava che lo fosse – mi son ricordato di un sogno che avevo da bambino. Mettermi un testa un sacchetto di plastica.

Un piesse. Il titolo è così, in versione oscena, perché la versione con è stata censurata da Gesù.

La considerazione è semplice

16 febbraio 2010

Ho pensato millemila aperture per un ipotetico nuovo post in questi due giorni, ma, ovviamente, ora che ne necessito una, non c’è possibilità di produrre qualcosa di decente.
Quindi la considerazione semplice del titolo era tutt’altra, ma ho preferito aprire così, ché non c’era altro modo.
Ieri sono stato a Brescia, con due amichetti – sorta di amichetti, insomma, sono persone discutibili e con cui non vorreste vedere i vostri figli circolare, ma i miei non mi ci hanno mai visto, quindi il problema proprio non si pone – e s’è girato in modo concentrico ed inutile per parecchio tempo. Sono stato in libreria però – subito dopo essere stato accusato di loghismo – e ho comprato regalo per cognata. Devo scegliere come incartarlo, che è il passo fondamentale, ho notato che fa molta più presa quello del contenuto dei miei regali (e parlo dopo una vasta esperienza). Oltre al regalo ho preso Il più grande uomo scimmia del Pleistocene, consigliato dal più grande uomo scimmia dell’Olocene – grazie Wiki – che non aveva fretta e poi l’aveva e poi ha smesso di averla di nuovo. Non avrà un mio parere prima dell’estate e non lo saprà perché ha troppa fretta per leggere il mio blog. Lineare, no?
Quindi son tornato a casa, con relativa tristezza da post-abbuffata di socialità (grasse risate per questo termine in quest’ambito, a occhio dico che i due sanno di che parlo) e poi la serata. La nota di costume del pomeriggio – tolta la battuta sul loghismo che non mi va di spiegare in questa sede perché fa davvero pena, per quanto io l’abbia apprezzata e sia dispiaciuto di non essere autore e fautore – è stata occupata interamente da un bar, situato non so dove, ché già il senso dell’orientamento di un coniglio in autostrada, con le bancarelle eravamo al delirio. Anche nel bar eravamo al delirio, poco male. La proprietaria – ne aveva tutta l’aria, vai a capire se lo fosse o meno – girava con un vassoio vuoto sulla testa millantando prove da indossatrice all’età di 6 anni (periodo anteguerra, s’intende). Quando il vassoio era pieno, correva invece con un’andatura caprina scostando chiunque sulla sua strada. Quando era senza vassoio, preferiva lanciare bottiglie d’acqua a spettatori non paganti della scena (non paganti non solo in quanto non avevano pagato il biglietto per entrare, ma in quanto prendevano l’acqua e se ne andavano così, come se nulla fosse). C’era poi particolare attrazione per il bagno (2-3 persone fisse in coda, gente non morta all’interno per ore, doveva piacere proprio molto), frequentato anche da gente che entrava e usciva come se nulla fosse. Almeno salutare, dico io. Ultimo, il ragazzo che ha inserito 85 € in monete da 1 € in una slot machine dall’improbabile nome Mayan Temple. Dietro a tutto ciò c’era ovviamente una logica, ma io non l’ho recepita, spiace. Quanto è infinitamente tristo tutto ciò.
Coronamento del post, non ricordo che ho fatto ieri sera. Non era eccessivamente interessante, questo è fuori di dubbio, ma almeno non rimuoverlo completamente, sarebbe carino.
Facciamo che sono uscito, mi sono dato al trittico pub-disco-bordello di antica memoria e son rientrato alle 6 stamattina. Ecco, così mi spiego l’attuale stanchezza, giacché alle 6 sono sicuro di aver guardato il TG5 – ho sentito pure il mio oroscopo che diceva (non ho prestato attenzione)(non ho prestato attenzione)(cambiare i tuoi programmi), cheffigata. Non avevo programmi e li ho sovvertiti tutti, che bello seguire le stelle. Poi ricordo di aver letto, in attesa della versione extended del Tg (è incredibile come sia il fulcro delle mie giornate, credo sia la cosa più citata del blog, dopo Gesù e me). Poi Platone (altro argomento gettonatissimo) e un po’ di sanno nulla. Tolta mia madre che girava per casa con un pezzo di nastro adesivo e, non sapendo cosa farne, l’ha attaccato sul tavolo. Per poi passare cinque minuti abbondanti a staccare ogni pezzo. Assurdo. Poi m’ha fatto discretamente ridere anche un bigliettino che ho letto qui e là, recitava Comprare lavastov., vai a capire. In compenso, inizio a sospettare che mia madre sia piuttosto nuova nel mondo. S’è praticamente messa a piangere, davanti al telegiornale, per il ragazzino francese morto in seguito al ribaltamento di un autobus. E se vai in gita e torni morto? Non devono succedere queste cose. E sarebbe lei a dovermi insegnare a vivere? Ed è lei che millanta di spingermi a vivere – con frasi che nella sua testa rimbombano come non-insultanti, ma che, quaggiù, giungono piuttosto pesanti? Non so e non capisco. E non voglio nemmeno.