È domenica

E sono qui – no, non amo dirvelo – ed è davvero strano. Strano perché oggi in un paio di frangenti ho pensato “Questo lo metto nel blog!”. Normale perché poi ho dimenticato quei frangenti. Normale che io non abbia fatto ciò che mi ero prefissato di fare ieri (Qualcuno ha detto Cavalcanti? perché se non l’ha detto nessuno, c’era pure Dante, vabbè). Sono stato a teatro. È stato figo. Commedia divertentissima – La locandiera, maledetta donna di cui non ricordo assolutamente il nome, grazie ZioGoogle che mi dici che si chiama Mariolina e invece si chiama Mirandolina, l’ho letto, ho chiuso la pagina e l’ho dimenticato, maledetto diminutivo -, peccato che non mi abbia fatto ridere nemmeno in un frangente. Non avevo voglia nemmeno di applaudire, alla fine. E io applaudirei pure dei cani per il loro festoso scodinzolare. Vabbè, forse non era giornata. Perché si sa, la domenica non è giornata da vivere e mi auguro non sarà nemmeno giornata in cui morire. In compenso, è stata una giornata piena. Piena di tristezza, di Kansas, di egoismo, di misoginia, una bella giornata insomma. Tante risate al pranzoconfratello, ho davvero un fratello simpatico, peccato averlo realizzato solo ultimamente. A lui si lega il Kansas, ma vi dirò, miei cari 47 lettori (e la mia, caro Alex che non mi leggi da laggiù, non è modestia spassosissima come lo era la tua. Tra l’altro ho appena visto il gruppo su Facebook di quelli a cui la tua ironia non scatenava proprio alcuno spasimo ridanciano, ma chissenfrega no? eri un figo comunque). Di misoginia era intriso lo spettacolo, in modo palese nel primo atto, in modo nascosto nel secondo, come una cappa complessivamente. Goldoni dev’essere stato uno stronzo colossale. Ma pure un simpaticone, mi suggeriscono le risate in sala. Anche la vecchietta alla mia sinistra, rideva, rideva tanto. E insultava tanto i miei compagniucci di scuola che giacevano davanti a me, che si muovevano, e spostavano i giubbini, e si soffiavano il naso, e tossivano, e respiravano e così via. In due o tre frangenti avrei voluto pure io vederli in preda a convulsioni, ma tant’è. Non sono ancora dio e nemmeno mi accingo a diventarlo, peccato. Alla mia destra avevo invece una donna con un cappotto rosa shocking sparaflesciante, mi sono limitato a un “Salve” e a un “No”, quando mi ha chiesto se per permettermi di raggiungere il mio posto avrebbe dovuto spostarsi. Nell’intervallo sono pure riuscito a fare il terzo incomodo di una coppia che non esiste – e non è mai esistita e a occhio mai esisterà -, è stato davvero bello e affascinante, la ritengo quasi una conquista personale. E poi, e poi, in questa bella domenica ad accompagnarmi c’è stato pure Socrate, lui e il suo “Lamorteèdavverofigaperchénonsocom’è”, e mi trova pure d’accordo. Ora sta tutto a convincermene, no? E oltre a Socrate, assieme a Socrate, perché la sapienza di uno ferma a 2400 anni fa va di pari passo con la sua, gestita però da un corpo che è vivo e vegeto e che quindi pensieri di senso compiuto potrebbe produrne. Il caro Boh, non ho ancora deciso come chiamarlo, ché non ancora deciso se userò nomi veri o pseudonimi o non parlerò mai della mia vita, solo di quella altrui e così via. Il punto è che LoStronzoBoh ha le chiamate gratis – urbane e interurbane e così via – e pare intenzionato a chiamarmi ogni sera con una frequenza spaventosa – mi piacerebbe dire da qui all’eternità, il che significherebbe che un po’ dio lo sono e che soprattutto sarò per l’eternità dotato di telefono e questo è davvero buono in prospettiva – e stiamo per minuti su minuti su minuti a parlare di nulla. Questo complessivamente, nello specifico forse mi chiama per cose scolastiche o giù di lì, a me parlarne non piace eccessivamente – mi deprime fottutamente, ecco com’è che non mi piace eccessivamente – e quindi cerco di divagare. Ma mi deprime anche che mi dica quanto e come s’è divertito la serata precedente, mi infastidiscono le sue sentenze, il fatto che mi definisca intelligente, il suo organizzare uscite al cinema con i suoi amichetti a cui vuole invitare pure me – mi auguro che se ne dimentichi, perché sarebbe una serata terrificante, così a occhio -, a vedere un horror, cribbio. L’horror con gli amici ridenti (non che facciano ridere, io ne sono infastidito, ma a lui che uno parli con i demoni sullo schermo e dica “Prenditelo nel culo, ora che mi sono messo la sciarpa non mi becchi più” fa tanto ridere, quindi capitelo) mi pare il paradigma della tristezza adolescenziale. L’assordante nulla della realtà da fuggire attraverso emozioni che solo un horror può dare. Mammamìa, è terribile. Dimentica, LoStronzoBoh, dimentica.

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