Divergere

Mi dissero, mi disse Cam, che dovrei divergere. Divergere dalla mia solita vita, prendere un’altra direzione, cambiare qualcosa ogni tanto, fare cose e vedere gente, in poche parole. Perché, secondo lei, il mio vero problema è la noia. Sono annoiato, insomma. La noia normale e mortale, il Non so bene non so cosa non so quando non so dove. Quindi mi son ricordato di quel discorso che mi fece un amichetto, circa la sua utilità nel mondo. Sosteneva che essa fosse il fatto che lui, dall’alto della sua abilità nei giochi di prestigio, nell’ironia spiccia e ricercata, nel giudizio critico circa qualunque cosa lo circondi, nella semplice erudizione, era in grado di far ridere la gente. Lui farebbe dimenticare alle persone, per qualche frangente (sì, hai letto bene, se hai letto), lo schifo della loro vita, la pena della loro famiglia, la disgrazia dei loro figli, il lento incedere verso la fine dei loro respiri. E quindi ho deciso di divergere. Divergere perché mercoledì mattina ho scoperto che il giovedì pomeriggio sarei dovuto andare dal dentista e quindi non avrei potuto spendere ore e ore e ore e ore del mio tempo libero, liberato a peso d’oro, a leggere Plauto e/o studiare tutti i suoi degni antesignani. Per quanto siano tutti un pezzo meglio di lui. Quindi giovedì mattina avevo più o meno questo pensiero fisso – oltre all’interrogazione di italiano della quinta ora, ché Cavalcanti proprio per li occhi m’era passato l’ core e avrei preso uno dei voti a intermittenza. Giacché però io, come Don Abbondio (il caro Alex ritorna, quale onore. Per lui), guardo al pericolo più vicino come più temibile e scosto gli scostabili sulle coste della strada, avevo un pensiero più fisso e più ponderante ed era quello della, attenzione, – il buon vecchio wait for it – cavallina. Ohssì. Grazie al cielo era piccola e stretta e quanto ad altezza mi arrivava giusto ai polsi, sono riuscito quindi a saltarla agilmente, senza sfracellarmi insomma. Poi anche provare la pedana sola è stato figo, anche fare salti di quindici centimetri scarsi e avere una paura incredibile è stato figo. Ma il terrore della cavallina era ormai andato. Il resto della giornata ha seguito il terrore, ché per la prima volta da che scaldo il sonno dei banchi scolastici m’è andata di lusso un’interrogazione (=leggasi sono stati interrogati altri). Però, poi, attorno alle 15.22, mentre quella SantaDonnadell’insegnantediFilosofia, interrogava in biologia*, ho avuto un’illuminazione geniale circa lo studio approfondito e accurato della letteratura latina. Era piuttosto facile e palese, tra l’altro. Il piano consisteva in 16.00, casa; 15.59, doccia; 16.20 uscire di casa; Aunorarioidnefinitoprecedentele17.00 raggiungere il dentista; andarmene dal dentista attorno alle 17.50; andarmene a dormire alle 18. E poi, addormentatomi, era un attimo che riuscivo a svegliarmi attorno alle 2 per poter studiare tutta notte. Ed era bello pensare che ce l’avrei fatta, era fantastico pensare a quando poi mi sarei bellamente presentato in classe come unico idiota che aveva studiato qualcosa e così via. Dal dentista, tra l’altro, ho rischiato di addormentarmi. Cosa che era utile nell’ottica devo addormentarmi appena appoggio la testa sul cuscino, ma forse era la situazione, più che il resto. Il dentista mi aveva abbandonato in balia delle sue due assistenti (due, oddio. Con lui presente, una scompariva automaticamente, senza di lui, compariva. Botola?) che parlavano di anelli, che qualcuno si sposava e poi c’era un sogno e poi quella a sinistra parlava di un qualche anello che lei chiamava Trilogy che, indubbiamente, aveva un bel significato. Poi mi hanno svegliato, muovendomi il sedile. Poi, dopo un po’ di dolore diretto e diffuso e disgraziato, son tornato a casa. Non avevo considerato le svariate implicazioni causate dal raggiungere il letto alle 18 e non, per dire, sei ore dopo. E quindi una metà di quelle sei ore le ho spese a letto, giocando a Chi ride prima col soffitto – perdendo sempre in modo scandaloso, aggiungo – poi abbiamo sospeso il gioco per manifesta inutilità mia e ha preso a fissarmi, lo stronzo. Comunque poi – quando ho smesso di guardarlo, ché a un certo punto ho preso a fissare il mobile che è nero e si sente discriminato, sennò – mi sono addormentato. Attorno alle 21.30 (probabilmente poi, ché quello è l’ultimo orario che ho visto). Poi sveglia colma di panico attorno all’1.19. Poi il panico è passato, perché era proprio l’1.19. Poi ricordo un sogno particolarmente scabroso e infine la sveglia vera e arzilla delle 2.45. E poi il pane e Nutella delle 2.54, poi le origini del teatro e le origini della tragedia ed Eschiflo e Sofocle ed Euripide e una scheda del mio amico Nice di cui non ho letto nemmeno il titolo e le origini della commedia e Aristofane e Menandro e Alessi e Cecilio Stazio e Terenzio e Plauto e poi basta, direi. Dopo Menandro m’ero messo perlopiù a leggere, che erano cose che millantavo di sapere e così poi ho finito di leggere lo Pseudolo, cosa che avrei dovuto fare e feci mesi fa, ma necessitai di rifare. E quindi lo rifeci. E andò. Andò che poi si giustificarono tutti e io fui interrogato. Ma non andò solo quello, andò la mia voglia di vivere, che era tornata per quelle quattro ore, quelle quattro ore passate un po’ seduto, un po’ in piedi, un po’ camminando, un po’ stazionando, un po’ col libro in mano, un po’ con l’altro compagno della nottata (barattolo di Nutella, per i non attenti; per gli altri che ancora stanno aspettando l’asterisco invito ad aspettare) e sono passate. Ascoltando i i Killers, per altro, come ai bei tempi. E la sensazione di pesantezza (ho fatto un elenco di cui vado quasi fiero tra le prime righe, come se lo ricopiassi qui, dai) è tornata solo poi, solo scegliendo i libri da mettere in cartella, solo constatando che effettivamente non riuscivo più a fare i collegamenti sinaptici più basilari (Ho inglese–>Prendo libro di inglese), solo ipotizzando che forse avevo fatto la cazzata e che tanto valeva dormire e giustificarmi. E poco male, perché è andata anche quella. E poi, e poi, il dover studiare mi ha permesso di saltare il cinema con il nostro amato soggetto. Con cui ho avuto un interessante dialogo ieri, a fisica, con l’insegnante che parlava del tubo di Newton.

Che ha detto?

Tubo di Newton.
Cubo?
Tubo.
Quadrato?
Coglione. Di Newton, s’intende.
Lascio alla vostra fantasia indovinare chi è chi in questo mirabolante dialogo – l’avesse scritto Plauto, così l’avrebbero descritto, invece l’ha disegnato Gesù, che da che mi ha pensato per i miei genitori, non ha ancora smesso di produrre idee geniali, una sull’altra –
Sempre ieri, un’altra affermazione di rara natura, che mi ha comunque portato a riflettere.

Libro e moschetto fanno il fascista perfetto.
Fosse vero, poi.
Poi c’è stato un altro dialogo, particolarmente emblematico (e della giornata e della vita e della morte e della fine)

Sei convinto di aver fatto una cagata?
Perché?
Torni a casa e per te saranno le sei del pomeriggio.
Infatti. Faccio fisica, qualcos’altro e poi vado a dormire. Stanotte studio storia, poi mi sistemo col weekend.
E sabato sera a casa a dormire?
Sì?
O_O
Perché?
Perché è sabato sera?
E quindi?
Si esce il sabato sera.
Fa piacere. Con chi?
Amici?
Che amici?
Non hai amici?
No.
Nemmeno dove vivi?
Soprattutto dove vivo.
E questo un po’, nel pomeriggio, mi ha portato a pensare. Soprattutto alle implicazioni della frase “Faccio fisica, qualcos’altro e poi vado a dormire“. E la chiamavano coerenza.

I don’t even recognise blu skies.

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