Anche per oggi non si vola

Mi accingo a scrivere ascoltando Gaber, un po’ per caso, un po’ perché questo pomeriggio ho sentito uno spezzone de’ La libertà e quindi tutto ciò m’ha invogliato. Ma procediamo con ordine, ché i motivi per cui oggi non s’è volato emergeranno prima o poi. Fondamentalmente, la giornata era partita un po’ male. Anzitutto, mi sono svegliato alle 7.44, che non è affatto un buon orario, sarà la quasi doppia ora (sì, essendo 14 il doppio di 7, il 4 e il 7 per me si associano in un attimo), ma ho avuto una forte voglia di tornare a dormire e non svegliarmi mai più – ma quello accade spesso, quindi non ci faccio caso. Mi son comunque alzato, un paio di minuti dopo – 7.46, so much better – e, come ogni mattina, ho preso l’iPod per finire la canzone che lascio a metà all’ultimo ascolto serale ed era morto. Defunto, s’intende. Ora giace là, senza dar segni di vita da 21-22 ore, ma non ho cuore di dichiararne la morte. Non l’ho mai trattato bene, è vero, ma che mi mollasse così, senza nemmeno il godimento di un ultimo urto o di un’ultima notte invernale abbandonato in macchina o di un’ultima gita tra spazzolino e dentifricio, beh, è stato un torto personale. Ho provato a metterlo in carica, togliervelo, rimettervelo brutalmente, toglierlo con la stessa foga, insultarlo, picchiettarlo, attaccarlo al pc (tramite USB e non), premendo tasti a caso ché non ricordavo l’esatta combinazione per il reset, ma nulla, non c’è stato verso. Ora, visto che sono una persona intelligente e mi ci son volute 14 per pensarci, ho googolato how to reset ipod e vediamo che succede. Fantastico, è comparso il simbolino Apple. Gioia e gaudio, sapevo che non poteva tradirmi. Della mia agilità di pensiero, ecco di cosa dovrei dubitare. Bene, è resuscitato, ho sprecato un po’ di righe, ma le lascerò perché mi si perculi, com’è giusto. Altro elemento che ha rovinato l’inizio di giornata è stato il trovare mio padre in cucina a colazione, pasto che amo consumare in solitudine – stamattina sarei stato proprio solo, pure senza iPod – e a certe cose mi ci appiglio per vivere decentemente. Inoltre, poi, abbiamo guardato il Tg5 con tanto di amabili discussione conclusasi con Certe idee, tienile per te. Pessimismo e fastidio. Sono quindi tornato a letto, a leggere, per quanto dopo poche pagine abbia speso una buona decina di minuti seduto nel mezzo del letto – gambe coperte, spalle scoperte -, guardandomi attorno e ascoltando il mio respiro – o meglio, il fatto che il raffreddore impedisse il corretto fluire dell’aria, con tutto ciò che questo causa. Inutile, leggere delle infanzie altrui – soprattutto quando inventate, ché sono create ad hoc, ma forse autobiografiche, di certo possibili – mi fa male. Poi in un altro intermezzo – ché stare a consumare ossigeno al buio non pareva più un’attività così socialmente utile da giustificare il fatto che lo facessi – mi son fatto la barba e anche questo ha contribuito alla tristezza complessiva. Non so se a fastidiarmi è il fatto che sia un’azione iterativa – io la rendo tale, quantomeno – o il fatto che sono più o meno tenuto a farlo o semplicemente che devo bagnarmi la faccia e già questo è sufficiente a farmi odiare il mondo. Quindi è andata pure quella, son tornato a leggere, mi son spostato al pc – alla ricerca di un lettore mp3, ché di iPod non ne vorrei più sapere e fare l’anticonformista vestendo, per dire, Nike m’è sempre piaciuto parecchio – e ho fatto matematica. Visti i risultati fallimentari, ho affogato i miei dispiaceri nel cloro dell’acqua della doccia e mi son preparato per il pranzo. Oh sì, il pranzo. Compleanno di una prozia, in un ristorante in un posto sperduto – e lo dico io dal luogo in cui vivo, questo per dare delle palesi indicazioni, chiare come le coordinate geografiche – con pranzo a base di pesce. Pesce che mi fa impazzire, ma solo relativamente. E qui potrei collegarmi al titolo, ché ho messo perché quando l’ho messo stavo ascoltando Il minestrone di Gaber e parlava di cibo, della supremazia delle carote, rivoluzionarie, sui piselli, schifosi conformisti piegati alla società. Quindi, il pesce. Nell’ordine capesante-gamberi-ravioli con gamberi-orina (solo ora realizzo l’ironia della cosa, ma questo è il nome che ho recepito, per quanto Google neghi, proprio male che vada ho mangiato del prosciutto)-qualcos’altro che non ricordo-dolce. Tutto era amabilmente condito da verdurine inserite in modo più o meno subdolo nel piatto. Ora, la morte dell’iPod mi aveva fatto molto riflettere sulla caducità della vita, in mattinata. Un attimo ci sei, quello dopo non ci sei più, un attimo stai riproducendo una canzone dei Pink Floyd, quello dopo una di Tiziano Ferro. Insomma, non si può mai sapere. Quindi ho deciso che devo sistemare la mia alimentazione, quale miglior occasione per iniziare se non subito? Ero quindi pieno di buoni propositi, come mangiare ogni cosa mi avessero sottoposto, comprese quelle verdurine che schifo ed evito e mi prodigo a schivare con mirabolanti movimenti di posate. Si parte quindi dal primo piatto. Ho messo in bocca questa cosa strana, ad anello, che pareva cipolla, ma non aveva certo il sapore della cipolla – per quanto io una cipolla non l’ho mai mangiata, almeno l’odore credo di conoscerlo – ma non era comunque terrificante. Insomma, mi aspettavo di peggio da quella che pareva una ciambella (in dimensioni ridotte, chiaro) con più buco che sostanza. Passo quindi ad altro. Una sorta di fetta, arancione, grondante una qualche sostanza (non sono riuscito a stabilire se fosse il condimento quindi, per dire, olio o fosse una cosa autoprodotta volta a mantenere la sensazione di viscido e schifo). Il sapore non era nemmeno così terrificante – perlomeno l’ho dimenticato, solitamente le cose pessime me le porto dietro – il problema era la consistenza. Quella non la dimenticherò mai. Ho pure provato un carciofo, della portata successiva, poi ho ricominciato a fare lo schizzinoso all’inverosimile com’è, per altro, nel mio stile. Poi fortunatamente il resto è volato tra un insulto di mia madre –Certo che potresti intervenire un po’ di più-, tra la cugina di mia madre che mi appellava come Stronzo o Stronzetto e così via. Almeno è andata. Tra l’altro, bel posto. Bei quadri. C’è stato pure l’intermezzo tenerezza, con la figlia del gestore che – unica nota apprezzabile – alla domanda Come ti chiami risponde con il cognome. Era travestita da Cappuccetto Rosso. Sì, con un mantello color oro, vai a sapere. Giusto, perché tecnicamente siamo in periodo carnevalesco. Non l’avevo ancora ben realizzato e quando ho visto delle mura di un castello passare davanti al locale – metà vetro era piuttosto opaco, non si vedeva granché, mentre il restante era coperto da una tenda – sono rimasto piuttosto turbato. Poi ho capito. All’uscita, c’erano pure i carri. Un bimbo ha riempito di schiuma la cugina che mi ha definito Stronzo per tutto il pranzo. Qualcuno ha detto punizione divina? Poi i carri. Sotto ho scorto dei trattori, dov’era possibile. Sopra ogni genere di cose. Ce n’era uno particolarmente terrificante, guidato da un tizio vestito da Capitan Ventosa, con sopra persone particolarmente discutibili che sarebbero dovute parere le Veline che invocavano una bottiglia di vino. Poi, su un altro carro – di questo non ho proprio trovato un motivo fondante, uno scopo, qualcosa che li facesse andare avanti senza disperazione – ho visto una mia compagna di classe. Mi ha pure salutato, ora ci sono pure i testimoni circa la mia presenza. S’è poi tornati a casa, fortunatamente, che di gente che finge di essere qualcos’altro e ci tiene a palesarlo in modo scabroso su un carro invocando del vino, non m’andava di vederne altra. Come non m’andava di pensare che era pure S. Valentino, ma poi ho visto due ragazzi che si baciavano in coda a un semaforo e in un attimo ho focalizzato giorni e giorni di servizi al telegiornale sui fiori e il loro significato e così via e quindi mi son voltato dall’altra parte, dove c’era una sorta di precipizio. Poi casa, per fortuna. Compiti fallimentari e amabile telefonata a sfondo calcistico (qualora qualcuno di voi, Quarantasette affezionati, volesse chiamarmi per parlare di Meccanica quantistica, sono qui) e ora – un’amabile cena e un’amabile serata dopo – mi accingo al sonno. Senza amabilità.

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