-Tutto bene?- -Sì, ormai.- -Ormai? Come fosse finita.- -Praticamente lo è-

Rimaneggiato, è stato il mio dialogo con il mio insegnante di italiano/latino dell’anno scorso. Ho tolto il vocativo del mio cognome dalla sua prima battuta e il soggetto della sua seconda (la scuola, ndr). E m’ha fatto un po’ riflettere, perché forse questa rassegnazione c’è davvero e non è solo millantata e ipotizzata qui e là. A cosa io sia rassegnato, non è assolutamente dato sapere. È la sostanza che conta, non l’accidente (queste pseudocitazioni colte filosofiche che spargo qui e là non sono sempre consapevoli e ragionate. Questa, non lo è). Era chiaro che io non dovessi scrivere qui, ieri. Palese, lapalissiano e così via. Era ovvio, insomma, non dovevo. Eppure l’ho fatto lo stesso, senza ragione, senza motivo, senza scopo o destinazione. L’ho fatto così, per farlo, e si son visti i risultati. Ho dimenticato la colonna portante della mattinata di ieri, ossia un sms (in realtà due, unirò i testi) che recitava Chi sei? Non è per cattiveria, ma il mio gatto ha distrutto il vecchio cellulare. Cui ho risposto con una mezz’ora di ritardo, venti minuti per il Tg5, dieci per pensare la risposta. Che rispondere? Il nome era banale e dispersivo. Chissà quanti Ermenegildo conosce. Quanto al cognome, non ero sicuro lo associasse a me, ma forse sì, solo non mi piace chiamarmi Rossi di cognome. È stato un bel dilemma, il chi sono per qualcun altro. Qualcuno che non è un compagno di classe o un parente, qualcuno con cui non ho un contesto sociale o una vita in comune, ma comunque qualcuno che è amico. Ho risolto con il nome, aggiungendo la postilla che una risposta così scarna era triste e vaga e questo era un po’ più da me. Poi suppongo abbia capito.
Ora, per la cronaca, sto male. Non male male, solo male, ma non mi reggo eccessivamente in piedi per mia volontà. “Per mia volontà” va attaccanto a “in piedi”, non a “non mi reggo”. Questo per chiarezza. Mi tremano le gambe e non è amore e non è caffeina, chissà cos’è. È iniziato dopo che son venuto a scrivere, prima della morte, vi prego, o dolci 47, di indicarla come causa probabile e plausibile, ma soprattutto apparente, di morte.
La giornata è iniziata comunque male, per la solita questione della colazione che non faccio solo. O meglio, l’ho fatta solo anche stamattina, ma non me la sono preparata io. Mia madre soffre di insonnia o qualcosa di simile insomma, si alza tra le 4 e le 6 del mattino a fare cose. È fastidioso, soprattutto perché se lo faccio io, poi mi insulta. È fastidioso anche perché stamattina mi ha preparato la cioccolata calda. Ora, già mangiare è per me tendenzialmente faticoso di mattina – ben più faticoso è ascoltare lei che non trova tracce della mia colazione e mi rimprovera e così via – la cioccolata non era esattamente ciò che avrei gradito. Eh vabbè, mi son detto di prendere e portare a casa come al solito, ché qualsiasi osservazione l’avrebbe presa come insulto e non la volevo vedere piangere di nuovo per ragioni più futili di quelle di cui sotto (sotto all’altro post, non sotto e basta).
Comunque sia e comunque stia, non so quanta censura applicare a questo blog. Ci sono lati della mia vita di cui proprio mi vergogno, ma offrono tanta ilarità gratuita, non posso non trattarne. Esempio pratico, la mattinata. Ora, che io frequenti una scuola terrificante è risaputo o, quantomeno, palese. Che però questi mi portino in città per l’inizio della Quaresima e l’Imposizione delle ceneri è tutto un programma. Già dal viaggio in pullman, la cosa, buttava male. E lo dimostrava lo spazio tra la fine del sedile su cui siedi e l’inizio del sedile su cui siede la scarna persona davanti a te. Penso che questo spazio non arrivasse ai venti centimetri. Mia distanza culo-ginocchio, cinquanta/sessanta, netti. Mi son messo orizzontalmente, con buona pace del mondo, dei miei bronchi che, col solo intermezzo della schiena, erano appoggiati al finestrino gelido, con buona pace della parte inferiore del mio corpo che era esposta al riscaldamento e con buona pace della malattia che mi è venuta e mi sta venendo e mi verrà e mi porterà via come hanno tentato di portare via il mio iPod. Fortunatamente sono riuscito a salvarlo, certo, aprendo dibattiti etici, ma ormai è salvo. Quindi il viaggio è andato, ma, giacché the best is yet to come è una frase che nella mia vita può essere applicata in ogni frangente, dovevo ancora confrontarmi con una predica e le confessioni – volontarie, s’intende, per quanto di volontari ce ne siano sempre troppi, per i miei gusti – e la cerimonia in sé. Beh, la predica prevedeva pressoché la solita sporta e sacco di stronzate e banalità e ovvietà, a tratti inascoltabili. Uscendo ho sentito pure dei complimenti per quei tre quarti d’ora di discorso, altri brividi, altra tristezza, altro pessimismo, altra banalità nei miei pensieri sui modi in cui avrei voluto vedere quelle persone (quelle che si complimentavano, non considero l’oratore responsabile delle sue parole) morire. Eh vabbè. Il resto è più o meno scivolato via, tolta la parte che diceva che gli amici servono per discernere la volontà di Dio quando essa non è ben chiara, affermazione che mi ha fatto accapponare la pelle, non ce l’ho fatta soprassedere. Per il resto, ho il potere di ignorare – nel senso di non considerare, non nel senso di ignorare e basta – alle volte, grazie Gesù che me l’hai dato. Ti ringrazio un po’ meno Gesù, perché non hai ascoltato tutte le preghiere che ti ho rivolto questa mattina circa quel candelabro che pendeva e circa la fine che avrei voluto vederlo fare. Peccato, eh. Io poi con la cenere mi son convertito e ho iniziato a credere al Vangelo anche per te.
Avevo scritto la parte di cui sopra attorno alle 16.30, torno ora dal cinema, Welcome. Oltre a un profondo senso di vuoto, una tristezza infinita – quella che hai quando guardi la trasposizione di una storia vera. Solo che non era una storia vera. Solo che sembrava che lo fosse – mi son ricordato di un sogno che avevo da bambino. Mettermi un testa un sacchetto di plastica.

Un piesse. Il titolo è così, in versione oscena, perché la versione con è stata censurata da Gesù.

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