-Sei triste?- -Oh, sì- -Perché?- -Perché è venerdì.

Altro stralcio di dialogo, altri pensieri a posteriori alla luce di ciò che il mio subconscio ha prodotto. Subconscio guidato da una battuta di Luttazzi (Domani Berlusconi si farà un’altra legge ad personam “perché è mercoledì”) e da considerazioni precedenti alla considerazione che mi porta a ritenere ogni venerdì una giornata discretamente triste. Quindi sono triste perché è venerdì. Ma anche per altri motivi, eventi verificatisi in altri frangenti per altre ragioni – parrà strano, ma il mondo girerebbe comunque anche senza i Venerdì. Ecco perché andrebbe abolito.
E quando sarò Dio, lo farò. Fino ad allora, preferisco mettermi in stand-by il giovedì sera, saltare il venerdì e, già che ci sono, pure il weekend. Poi il lunedì è una giornata triste, perché ricomincia la vita, la scuola, il lavoro e così via, quindi si salta. Si salta anche il martedì, ché è vicinissimo al lunedì e il sabato è lontanissimo. Il mercoledì è lì a metà, un ignavo, Dio lo vomiterà – lascerò che Dio vomiti tutti gli ignavi prima di prendere il suo posto. Per favore – e la sua fine sarà pubblica e umiliante. C’è poi il giovedì, giorno per cui non riesco a trovare alcun lato negativo dato dalla sua posizione nella settimana. Pensavo di averne trovato uno, ma, non essendo supportato da alcuna prova storica, ha la stessa validità che ho io. Quindi, il giovedì non mi piace perché ho educazione fisica a scuola e tanto (vi) basti.
Ora, la giornata è iniziata male. È iniziata male più tardi del solito (non inteso come Mi son svegliato tardi, ma inteso come La parte peggiore è arrivata più tardi del solito), uscendo di casa. Già uscire di casa ha un suo perché (perché preceduto da È una merda), ma farlo con la pioggia scrosciante – accettabile tendente al fantastico – e un odore terribile, non è stato il massimo. Nei quindici passi che ho fatto sotto la pioggia e sopra quest’odore ho pensato che potesse essere l’odore della cappa di smog che c’è sopra (in senso lato) casa mia, che la pioggia l’avesse trascinato al terreno e che questo puzzasse da morire. Ho poi realizzato che probabilmente non c’era supporto scientifico alla mia teoria, considerando pure che in pochi minuti l’odore è passato. Però prima c’era. E mi ha rovinato la giornata, che già partiva male, ché il calendario recitava Ven (o Fri, sinceramente è una cosa che ho inventato, non ho un calendario che guardo, ne ho due che non guardo, sapevo che era venerdì perché sono cose che somatizzo lentamente durante il giorno precedente). Poi sono arrivato a scuola e mi pare sia stato tutto tutto sommato nella norma, per un po’. Considerando che c’è una classe interamente sospesa, la cosa è mediamente interessante. Tutto nella norma, fino alla terza ora. Anche lì niente di eccezionale, s’intende. Ma ho realizzato sempre di più che Manrique ne sapeva a pacchi. Soprattutto perché lo scriveva nel ‘600 e lo scriveva in spagnolo – non un Leopardi qualunque, insomma, uno figo. Quindi:
[…]
cómo, a nuestro parecer
cualquiera tiempo pasado
fue mejor.
E va così anche col venerdì. Venerdì scorso è stato fighissimo, rispetto a questo. E sarà così, all’infinito, finché non mi convincerò di essere stato felice e a quel punto smetterò di provare. Trovo che sia bello dare un senso alla mia vita scrivendo cose che non ne hanno – la citazione, qui, è totalmente involontaria. Poi è arrivata matematica, che ultimamente è la mia lezione preferita [Benedetta sia la sensazione di smarrimento dopo un’ora di matematica, ché è l’unica cosa che mi mantiene vivo (mia-cit. delle 12.20 del 12 gennaio {me la sono scritta sul diario, non è che l’ho detta a qualcuno}, ne vado quasi fiero)], in cui la frase, durante una dimostrazione, Qui possiamo elevare tutto alla seconda, perché non abbiamo problemi di esistenza, mi ha dato da pensare. Io ero parte di quel noi. E io non ne ho, vero? Non ne ho con la vita solo perché mi permette di vivere, no? Proverò a elevare la mia vita alla seconda, uno di questi giorni. Giusto per vedere se trovo una circonferenza o, per dire, una parabola con concavità verso il basso. Poi la mattina è andata, ma il peggio doveva ancora arrivare. Il caso volle che – storia noiosa da cui non riesco a estrapolare proprio nulla di raccontabile – io oggi fossi a pranzo con i miei compagni di classe. Maschi, per la precisione. Non tutti, ma gli elementi migliori c’erano e si sono fatti sentire. Uno di quei pranzi da preservazione del genere della specie, terrificante. All’arrivo delle pizze – loro [solito acronimo] hanno preso la schiacciata, perché è più grande e se è più grande è più buona e se è più buona fa più maschio. Nulla che abbia fatto sospettare loro che, il fatto che essa si spezzasse solo guardandola, indicasse che una schiacciata è più larga perché più sottile e non perché richiede una quantità mascolina di pasta la battuta clou della giornata, direi. Qualcuno ha una canna? Per finirla serve la fame chimica. Ora, devo dire che a posteriori la sto pure apprezzando, se non fosse per il fatto della grandezza della pizza di cui sopra, ma vabbè. Mi dispiace che abbia generato altre battute pessime poi – da chi non sapeva cosa fosse la fame chimica e millantava si trovasse in farmacia sotto forma di pastiglie o, peggio, scappasse da laboratori farmaceutici sudamericani. Poi il discorsone. Fossimo stati vecchi e bavosi, sarebbe stato il tempo – tempo di merda, oggi, per altro – ma giacché siamo tutti giovani e rampanti e scattati, ci si interrogava sulla patente. Mioddio. Poi, in tre, a scaglioni da uno, ci hanno abbandonato. Peccato, eh. Siamo rimasti in cinque. Uno voleva il caffè – io ne ho sempre un bisogno fisico che non soddisfo mai – quindi abbiamo deciso di spostarci altrove per il caffè. Un altrove vicino, giacché pioveva a dirotto ed eravamo appiedati e i passanti – automuniti – erano piuttosto divertiti dallo spruzzarci pozzanghere addosso. Beh, dove vuoi andare, se non all’oratorio? Fortunatamente, complice la pioggia, il fatto che uno dei cinque di cui sopra – non io, a scanso di equivoci – non sappia portare una cartella a tracolla e l’abbia fatta cadere in un fiumiciattolo che stava formandosi lì appresso, il fatto che la madre di uno dei cinque di cui sopra stava per arrivare a prenderlo e così via, siamo andati a casa di uno dei cinque di cui sopra. Non senza incontrare due persone che qualcuno conosceva, qualcun altro no. Io ero tra i qualcun altro. Che poi, dico, com’è che il paese pare il deserto dei Gobi per tutto l’anno e poi, quando piove, sono tutti fuori casa? Tutti con l’ombrello, tranne me, ma io ho una scusa. Capisco che la pioggia nel Gobi sia rara, ma insomma, un po’ di ritegno per questo voyerismo, no? Poi ho scoperto che due dei soggetti di cui sopra potrebbero essere in procinto di cambiare scuola – Io voglio fare il maestro di sci! – e Andiamo all’IPSIA, là non si fa un cazzo – e la giornata è svoltata. Non c’era pioggia che tenesse, ero felice. E poi è finita, com’era presumibile.

2 Risposte to “-Sei triste?- -Oh, sì- -Perché?- -Perché è venerdì.”

  1. magamagò Says:

    “ma soprattutto se piove non aprire l’ombrello, aspetta il tuo giorno di sole non puoi fare di meglio” ..com’è che ogni cosa che scrivi mi fa venire in mente una canzone di max gazzè?

  2. mantiduzza Says:

    questo passaggio è Il Bene

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