-È uscito il sole!- -Dovrei essere felice?-

Altro dialogo tipo, con compagna di banco. Non proprio tipo, giacché è successo davvero, però ne succedono molti e tutti simili e questo lo rende un dialogo tipo. Io sono quello che constata che è spuntato il sole, dopo un’interminabile mattina di nubi soffocanti e offuscanti la felicità (che sta oltre il velo nero) e ne sorride. Lei è quella che scaccia la meteoropatia. Poco credibile? Forse. Altra mattinata piuttosto comune, non posso nemmeno dire che sia iniziata male con una buona ragione, posso però dirlo in senso assoluto e, per quel che mi riguarda, è più che sufficiente. Però c’è stata una vagamente interessante constatazione durante l’ora di italiano, a proposito di Cavalcanti, credo. Suonava tipo Non è che, se uno scrive cose infelici, è uno sfigato: questa è una vostra balzana idea. Conseguenza diretta di un’affermazione di tale portata è che io sia felicissimo, soddisfattissimo di me e della mia vita e del mio passato e del mio futuro – nel suo essere ipotetico, le basi le ho poste nel migliore dei modi. È così? Al sole la risposta. E quindi, poi c’è stato il pranzo. Pranzo con padre, che è la cosa più terrificante che possa accadermi subito dopo la perdita dell’udito e subito prima della morte per percosse. Ora, io e mio padre non parliamo, praticamente mai. C’è il classico discorso genitore-figlio sul come è andata a scuola, sul fatto che sia andata bene, sul fatto che uno vuole, freme, pretende (nulla)/per/di sapere che cosa è stato fatto nel suddetto edificio e sul fatto che, proprio là, non s’è fatto nulla. Sì, un bel giorno di tanto tempo fa ho deciso che avrei risposto così a tale domanda da parte dei miei genitori. Poi padre si prodiga pure a chiedermi se ho avuto interrogazioni o verifiche, a volte dico che sì, altre dico che no, spesse volte mento perché il discorso cada. Poi si parla del tempo, giacché credo sia l’unica cosa che ci accomuna al mondo, tolto il vivervi. E quindi un pranzo con lui suonava terrificante, trenta minuti con lui di fronte. Siamo stati in pizzeria, via. Al tavolo dietro di noi c’erano due signori anziani. Che chiamarli così suona un po’ ipocrita, ma vecchi non gli si addice sicuro. Sono entrato, mi sono seduto. In questo frangente, hanno infilato quattro luoghi comuni di fila Eh, la vita va avanti, ma non si può giudicare dalle apparenze, alla fine l’abito non fa il monaco e… E boh, il quarto l’ho dimenticato, ma mi ha stupido davvero tanto che fosse riuscito a legarli così magistralmente. Chissà il discorso precedente com’era, spero qualcosa di parecchio doloroso, ché arrivare a parlare così senza traumi non lo trovo un bene per l’umanità. Oltre a loro, grazie al cielo c’era un televisore, padre l’ha guardato, io ho fatto finta di farlo con lui. Poi ogni tanto lanciava sentenze lapidarie (nel senso di lapide), mai che le motivasse, mai che io gli chiedessi di farlo. Così, mentre s’aspettava la pizza. Poi è arrivata. È arrivata, l’hanno posata, l’ho guardata, rimirata, rivoltata, e così via. Poi padre ha mosso una mano, così, giusto per e c’ha rovesciato sopra un bicchiere pieno di Coca-Cola. Eh vabbè, ho pensato, chissenefrega. Lui era mortificatissimo – mai visto dispiaciuto per qualcosa, tra l’altro, che non fosse finto dispiacere – a me non importava nulla. Tanto nello stomaco è tutta poltiglia e così via, poco importava. Questo è dovuto al mio rapporto conflittuale col cibo e così via, ma non m’è importato granché. Senza contare che una volta rimosso il laghetto di liquido, era tendente al normale, come pizza. Normale per i miei standards. Ecco, l’ho visto dispiaciuto, davvero tanto, tendente al piangente, tanto mortificato da arrivare a fare battute tristi – se fosse stato un po’ più allegro magari le battute l’avrebbero seguito su quella strada, ma voglio sperare che no, perché poteva solo peggiorare – come mai prima d’ora. E quello che è dispiaciuto a me è pensare che si vergogna più di rovinare (? parliamone) una pizza, che di insultare il mio essere un essere pensante. E mi trovo a stasera, dopo un pomeriggio passato meno peggio del solito, con i programmi (e che programmi, al solito, volevo vedere Lost in translation, che ho in pausa da due settimane) saltati causa arrivo di quattro prozii, quattro e dell’amico ignavo e democristiano dei miei. Tutto è ciò è molto male. Ora mi lavo i denti, torno da loro, fingo di star male – a sufficienza perché mi dicano di andare a letto, ma non troppo, per evitare che mia madre cacci tutti a casa per assistermi tutta la notte e tutto il dì di domani e tutta la notte del dì di domani, dimenticandosi di nutrirsi e di nutrire altri esseri umani che potrebbero varcare la soglia della casa nel futuro prossimo (sì, domani c’è fratello a pranzo. Fratello con moglie. Lunedì compleanno di moglie di fratello, devo ancora incartare il regalo, merda), per evitarmi di fingere di delirare durante la febbre per farla sentire meglio, perché un figlio che parla con lei mentre non ha pieno possesso delle proprie facoltà mentale è comunque meglio di uno che con lei non ci parla.

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