E adesso aspetterò domani

Non necessariamente per avere nostalgia, anche solo per aver qualcosa da aspettare, che non fa necessariamente male avere del tempo impegnato da attività non lesive della propria persona. La giornata di ieri non è stata particolarmente entusiasmante – più di altre in realtà, ecco cosa mi ha frenato dal correre qui a raccontarlo al mondo – e stanotte ho fatto alcuni sogni particolarmente scabrosi – a imperitura memoria, basti quello in cui ho accompagnato una persona a fare delle analisi del sangue in un’edicola. E gliele hanno fatte. In un altro, il quarto della serie, il tempo era terribilmente impazzito. Tim, fanne un film, io ho altro a cui dedicarmi – e poi basta, grazie al cielo è arrivata la mattina, col freddo, il tema le prime due ore, le ultime due ore con fisica e matematica – oggi niente sensazione sensazionale di smarrimento, sarà che non ho seguito nulla, un po’ perché non mi andava, un po’ perché proprio non mi andava – e poi il pomeriggio. Pomeriggio anticipato da un pranzo con due compagniucci di classe. Che non ha avuto grossa utilità, a parte farmi capire che la pizza non fa proprio più per me. Nemmeno l’acqua naturale. Fredda. Tutto da evitare. Nel pomeriggio, il concorso per il Kansas. E l’esposizione del tema, il timore che sia troppo lungo, che sia troppo corto, che salterai una parte parlandone, che non ti verrà quella parola che non sapevi e che hai dovuto cercare, che non farai un discorso coerente e conciso, ma salterai di palo in frasca e questo non sarà gradito e così via. Poi ti vengono a chiedere se sei apatico. E per quanto tu abbia scritto, in altra lingua e contesto, che alle volte è così, proprio non ce la fai a tradire la fiducia di quelle faccine. La tradisci poi, quando ti chiedono perché vorresti andare e dici loro che tuo fratello ha promesso che ti picchierà se non passerai. E tuo fratello è grande, tanto grande. Trenta, anche se in realtà sono ventinove, ma proprio non ce l’hai fatta a stabilire che settembre non è ancora passato quando ti hanno chiesto quanti anni avesse. E poi la Nemirovsky, che anche solo pronunciare il nome del libro – Il calore del sangue – ti rende un po’ più felice, sentire pronunciare poi il nome dell’autrice come si deve – e non ricordarlo più, pochi secondi dopo – è ancora meglio. E poi un’altra domanda, di quelle per cui avresti dovuto prepararti, ma ieri non ti andava e hai pensato solo alla (finta?) minaccia di tuo fratello, che forse una risata l’avrebbe strappata, forse solo un po’ di pena perché fraintesa, Se mi piacerebbe vivere in una nazione straniera? Sì, per poter attraversare la strada senza rischiare la vita. Poi esci. Respiri. Cerchi di ricordarti come si fa, quantomeno, perché là dentro – che è la tua classe, tra l’altro – alla lunga hai disimparato. Ne andava della tua vita? Assolutamente no. Eppure ti piace pensare che forse un po’ di importanza questa cosa l’aveva. Poi passi a salutare il tuo insegnante di italiano, che sta giocando a tennis in palestra – Don’t say, don’t ask – giusto per farti perculare un po’ e tornare a casa un po’ più felice. Poi a casa scopri che passerà tuo fratello per l’ora di cena. Ma non per cena, ché quella la consumerà altrove. Però passa, come ai bei tempi, quando usciva di fretta dal lavoro, arrivava attorno alle sette, mangiava un panino al volo (la Fiesta a pranzo, probabilmente) e poi volava a sfrecciare – con ritmo blando – sul parquet della palestra vicino casa. Stasera no, stasera ha una cena, stasera è in camicia, stasera indossa dei pantaloni neri che sono lunghi quanto me. Stasera s’è ricordato di un suo vecchio gioco che ha rivisto sabato dopo una ventina di anni di latitanza. Il Control Center Lego. Quella cosa che tu, che hai visto solo le Lego degli anni ’90 e soprattutto le hai odiate, non hai idea di come possa funzionare. Ma lui è esaltato, lui è contento, lui è eccitato all’idea che inserendo otto pile di dimensioni esorbitanti quel coso possa controllare ancora. Quindi si mette a costruire una delle cose controllabili, ché le pile le recupererà e un po’ ha fretta e un po’ no, quindi lo aiuti a cercare nella scatola, come mai hai fatto prima, perché con le Lego non hai mai giocato, con lui non hai mai giocato. Ti confida che da grande gli sarebbe piaciuto costruire Lego e l’ingegnere l’ha fatto per quello. Gli suggerisci che progetta corde perché non era sufficientemente bravo. Silenzio colpevole, complice e concorde. Bravo. Quindi è bello, arrivare a sedici anni per giocare per la prima volta con le Lego, per soffrire staccando due pezzi che erano stati uniti anni la bellezza di venticinque anni fa e che il tempo ha tenuto agganciati, per vedere un fratello che a settembre – ammesso che non sia già passato – di anni ne avrà trenta e sembra più vicino che mai giocare a unire dei mattoncini, per scegliere quei mattoncini da una scatola enorme e piena fino all’orlo – <Questo è il tuo famigerato ordine maniacale?> <No, solo tua madre poteva sistemarli così> – per poi risistemare tutto. E non importa se prima erano in ordine sparso e ci stavano e ora che ci hai messo mano e dovrebbero essere ordinati il coperchio non si chiude e anzi naviga. E non importa se tu hai davvero sedici anni e lui ne ha davvero praticamente trenta. E non importa se lui è sposato e pare che debba ancora prendere il diploma elementare. Importa l’irrequietezza di tuo padre, che non vuole proprio credere che forse in Kansas ci andrai davvero.

<È un problema> e forse si riferiva al delitto, forse alla vita.

5 Risposte to “E adesso aspetterò domani”

  1. mantiduzza Says:

    splendido post.
    felice per il kansas.
    quando sai?

  2. Francim Says:

    Ma che, davvero vai Ar Kansas?

  3. magamagò Says:

    altro che max gazzè! qua si scomodano i cari vecchi bitols!

    “Ah, Kansas City
    coming to get my baby back home
    yeah, yeah
    I’m gonna Kansas city
    coming to get my baby back home
    yeah, yeah
    Well, it’s a long, long, time
    since my baby’s been gone
    […]
    hey hey hey hey!!!”

    yeah! :D

  4. MM Says:

    applausi, stavolta. Questo è il tuo tema? se sì, il Kansas è tuo. Se hai continuato con la cazzata sulle serie tv americane, auguri :D

  5. Laura Says:

    Commento comunque, spero non ti dispiaccia.

    Che bello! ^_^

    Mi piace molto anche la citazione finale.
    Scrivi davvero bene: su facebook avevo letto un qualcosa sul “vomitare l’anima scrivendo”, e tu riesci a trasmettere davvero ciò che senti, pensi… E a dirtela tutta apprezzo anche il fatto che tu tenga un blog più o meno costantemente, piuttosto che limitarti ad aggiornare lo status su quel sito che ho già nominato troppo ;)

    Per quanto riguarda i sogni, i tuoi sono fin troppo normali! Prima o poi te ne racconterò qualcuno dei miei.
    Buonanotte

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