La cattiva strada

Sì, perché qualcuno pensa di potermici portare, con subdoli stratagemmi, infami mezzucci e così via. Puah, illusi. Io mi trascinerò a fondo da solo, non mi serve la spinta altrui, e nemmeno l’incitamento. Forse la compagnia, quello sì, ma qui le selezioni sono ardue – arduo è iscriversi, non passarle, s’intende. Ora, è davvero K. Terzo classificato per altro, cheffigo. Tensione quasi sprecata, ché alla fine si era noi cinque della classe, la sesta esclusa che già lo sapeva e così via. Però un po’ di sorpresa, anche. Anche la madre urlante, anche il padre che finge di accettare una situazione che è palese non gli vada giù, zucchero o non zucchero. C’è stata anche dell’euforia, che non è esattamente da me, ma non è assolutamente da me la tensione pre-colloquio o quella pre-risultati, quindi il K mi sta cambiando dal profondo. Ha preso un po’ larga la questione però, beato lui che la può gestire. L’euforia di ieri mattina s’è tramutata in un sabato scolastico volato – mai successo, credo, né nella mia storia, né in quella del mondo, ché se per i miei compagni non passa perché fremono per la serata, a me passa molto malamente in attesa del pomeriggio – e nel professore di storia convinto che io scrivessi, al posto degli appunti, dolci parole d’amore per la mia compagna di banco. Ora, le stavo scrivendo davvero, ma in quel frangente stavo insultando lui, il suo amore malcelato per l’insegnante di filosofia, la mia gelosia per la loro relazione che non esiste e così via. Niente sincere parole d’amore per Èdit, solo false dichiarazioni. Poi ovviamente l’euforia è passata – complice mia madre, che voleva uscire a festeggiare. No dico, e il giorno che combinerò davvero qualcosa nella vita? Ammesso e non concesso che arrivi, questo è creare false aspettative e non è mai un bene. Vorrò un festone da McDonald’s, allora, poche palle. Tutto questo per una madre snaturata che non sa reprimere la tristezza in modo comune, ma deve tramutarla in una gioia smodata, tutt’altro che contagiosa. Complice anche il fatto che son stato male tutto il pomeriggio, un peccato, un peccato. Ma un pomeriggio a letto mi ha salvato da un pomeriggio al pc, chissà dove sarei stato più solo. – e mi son messo a leggere. Second Hand, bel libro. Qualcuno potrebbe dire che è un harmony – qualcun altro potrebbe invece apprezzarlo in quanto tale – e potrebbe pure aver ragione, giacché fino a dove sono giunto io c’è un incontro tra due esseri di sesso opposto piuttosto stucchevole. Non che ci sia niente di male per me, ma insomma, questo alimenta le mie false speranze e non mi piace. Soprattutto, comunque, il libro l’ha consigliato Cam e tanto vale per leggerlo, harmony o non harmony. Ne sto scrivendo un po’ perché mi ha occupato il pomeriggio ieri – è stata una lotta impari tra lui e la mia vita, il risultato era davvero scontato – un po’ perché qualcun altro sostiene che io mi stancherò di questo blog piuttosto velocemente (purtroppo ha ragione, ecco perché sto pensando a come cambiare la mia vita – nota, pensando – per poter poi avere qualcosa di cui amabilmente discorrere con voi. Ah, sì, sempre ricordando che Il pensiero che non conduce ad azione si traduce in sega mentale) e ho bisogno di argomenti e un po’ perché ci ho trovato un po’ di me. E non solo nei ragionamenti totalmente anacronistici e insensati – non ce ne sono molti, in realtà – ma in questo frangente:

Io: …ed è stato circa cinque anni fa, quando è morto mio padre. Altra persona: Oh, mi dispiace. Io: Ti dispiace? perché? L’hai costretto tu a fumare tre pacchetti al giorno per trentacinque anni? Collezionava i tagliandi premio delle sigarette Galaxy, convertibili in ricchi premi, per conto tuo? L’hai convinto tu a ignorare i sintomi per sette mesi? Hai riso di lui quando restava senza fiato dopo un paio di scalini? Gli hai portato le sigarette di straforo in ospedale? Gli hai nascosto la bombola dell’ossigeno? Gli hai fatto esalare tu l’ultimo respiro? No? Allora non devi scusarti proprio di niente.

Vorrei sapere dopo quanto tempo si smette di dire “Mi dispiace”? Due mesi? Un anno? dieci anni? devo scusarmi, se qualcuno accenna all’assassioni di Lincoln? Ecco perché ho deciso di smettere. Ora mi limito a guardare intensamente la persona in lutto. Spedisco un biglietto di condoglianze telepatico. Scusarsi sembra così insensato. Se non lo so io, che mi scuso praticamente per tutto. La cosa di cui mi dispiace davvero è di non essermi sforzato di più con questa Theresa; non le ho chiesto dove abita, dopo lavora, o se posso chiamarla. Di questo mi dispiace un sacco. Però ve l’ho detto, sono abituato a dispiacermi. Io abito nello Stato delle scuse permanenti. Il mio orologio è regolato sul fuso orario delle scuse. Me ne sto da solo a leggere fumetti in una capanna su un albero di scuse. Ci sono state persone che si sono arrabbiate con me perché mi scusavo troppo. Dicevano che uno che si scusa tanto spesso, praticamente è dispiaciuto di esistere. Io ho dato loro ragione, e poi indovinate che ho fatto? Mi sono scusato.

E qui intervengo io, che sono così e lo sono da oltre un anno ormai. Forse pure prima, ma mi è stato fatto notare la prima volta all’inizio del 2009, quindi non so dire con certezza. Questo mi ha portato a scrivere un sms, questa mattina, attorno alle 8.36 (dopo il TG5 e dopo la non-colazione con mio padre, alè! ora, ogni momento con lui, sarà buono perché mi faccia domande circa il K. Io, sinceramente, non so nemmeno dove sia e di certo non mi va di spiegarlo a lui) che recitava più o meno Bello Second Hand. A pagina 70-71 ci sono io. Che è un po’ vero e un po’ no, perché  sulla questione lutti non avevo mai riflettuto. Soprattutto perché m’è capitato solo una volta e mi dispiaceva davvero e perché in italiano abbiamo parole diverse per “Scusa” e “Sono dispiaciuto”. Quanto al mio fuso orario, il problema – se così vogliamo chiamarlo – è che io ne ho poi cercate le ragioni. E, con un po’ di fantasia da parte vostra, le ho pure trovate.

Sì, io chiedo tanto e spesso scusa. Me lo fece notare per la prima volta la nostra doppia elle (Ludovica), quando eravamo vicini di banco. Io mi appoggiavo al muro con la schiena, distendo amabilmente le mie brevi e non ingombranti gambe sotto la sua sedia facendo sì che ogni suo movimento causasse un mio “Scusa”/”Perdonami”/”Pardon”.
Ho elaborato quindi tre teorie.
La prima parte dal presupposto che non mi piace il contatto umano quando non gradito e quindi cerco di evitarlo anche agli altri. E se accade mi scuso.
La seconda prevede che io sia piuttosto di troppo a questo mondo e debba scusarmi se il mio esistere entri in relazione con l’esistere di chiunque altro.
La terza si rifa a una considerazione meramente idiota che ho pensato in qualche frazione di secondo dopo l’ennesima richiesta da parte di Doppia Elle. Prevedeva che il perdono fosse l’istituzione più idiota del mondo (fammi capire, tu fai un torto e poi chiedi scusa? sticazzi, non fare il torto e non menarmela) e che quindi io dovessi togliere ogni significato alla parola “Scusa”. Così facendo avrei creato un mondo migliore.

Ovviamente, la terza è un po’ forzata. Io credo nel perdono, soprattutto ché ho bisogno che Gesù mi perdoni per il PO e mi salvi, ché da solo non ce la faccio. Per la cronaca, è un sacco bello rileggere di quando ero intelligente. Finché poi non arrivo al punto.

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