Archive for marzo 2010

Martedì. Voglia di Soffocare.

30 marzo 2010

Questo a seconda del tempo e dello spazio, altre volte avrei voglia di ritornare da’ L’isola che non c’è, giacché, secondo una mia cugina, è là che vivo. Vivo in un mondo fatato, dove tutto è possibile, anche la realtà, vivo tra i miei sogni, speranze, illusioni che so che poi sfumano ma so che non è per sempre e quindi torneranno nuove illusioni a illudermi e questo mi fa stare bene e sei tu amore. Questa stessa cugina (12 anni) mi ha chiesto di farle da testimone di nozze. Quando si dice l’avere certezze per il futuro, io ne ho sempre di più (morte, tasse, matrimoni da testimoniare davanti a qualcuno che poi ne metterà in discussione la validità basandosi semplicemente sul fatto che fossi a testimoniare e non su altro, ecco, morte secunda, etc). Nel mio mondo fatato, mi nutro solo dell’amore di cui Renato, per quanto oggetto, non mi sa soggetto. Povero, un po’ mi pare di prenderlo in giro, poi penso che c’è gente che cerca “Renato l’allegro mercato” su Google e capisco che alla fine sono ben altre le persone che lo malvogliono, non io con il mio egoistico amore a senso unico e inversione a U e ritorno. Per altro, continua a ignorarmi in modo imperterrito, non che io dia adito ad altre possibilità, ma insomma, un idiota che ti blocca in mezzo a un cortile arrossato per regalarti un libro, almeno fermarlo per strada per confermare la sua impressione di sé stesso sarebbe carino da fare e da dire e da ripetere e nulla avrebbe da ridire ello, se tu lo facessi, caro Renato. Se anche tu mi portassi una foto con il libro usato come fermaporta, come consigliato nell’allegato, non avrei da ridire. Suggerirei giusto tu potessi comprare, al mercato in cui vivi in perenne stato di compravendita e stagflagazione, un forno in cui infilare la tua testa riccioluta. Credo di non aver mai augurato a nessuno di uccidersi con cotanto affetto, vedilo come una conquista, come un decreto interpretativo contro il caso Saatchi, come una vittoria della Bonino nel Lazio, una cosa così. Però io a Renato voglio bene, se mai dovesse redimersi e anteporre l’eco dell’urlo del nome della rosa a quello della melodia dei i Beatles, sarei pronto a togliergli la testa dal forno, con tanto di guanti. – nessuno di voi mi ha mai visto con dei guanti da forno, non potete capire lo sforzo che mi troverei a fare e cui costringerei il vedente e così via. Ora, sono ufficialmente in vacanza, per Pasqua, questo significa: Niente Renato per una decina di giorni, ché il clou è tornare e saltare la giornata di scuola per trascorrerla in altri lidi facendo altre cose pessime nella realizzazione, forse meno nel pensiero; ritrovo con parenti serpenti – di ogni ragione o regione o stirpe, giacché se non sarà come al solito da cugina, sarà altrove con altri, ove io possa allietarmi e allietarli come solo io so e voglio fare. Penso che sarà una pessima Pasqua. – ; morte imminente di Gesù (lacrime amare, sembra che lo condanneranno davvero anche quest’anno); speranza nella risurrezione di Gesù (oh, questa tanta, come spero che Renato si innamori perdutamente di me vedendo riflesso nei miei occhi il cortile arrossato di cui sopra che s’è infilato facendosi spazio sbracciando con la mia viva curiosità e la mia simpatia che travalica i confini del pensiero e della mente e del cuore e della ragione per uscire dai miei occhi e investire chiunque si trovi a portata di occhiata); risurrezione di Gesù (inizia a essere banale, se, ad esempio, si fingesse morto un altro po’, quello sarebbe figo. Uno spannung da paura); profonda fede nelle sorprese delle uova della Kinder – che, diciamocelo, non deludono mai. Un po’ come la risurrezione di Gesù, è una di quelle cose sicuri, che ti svegli la mattina del primo gennaio e corri a controllare sul calendario quando è Pasqua per aspettarla fremendo. Solo che hai un calendario pagano che colora di rosso le feste per simboleggiare il sangue degli ornitorinchi che occorre immolare al proprio dio di turno, quindi non hai assolutamente idea di quando sia Pasqua, quindi ogni anno ti sorprende! Grazie Gesù, sei la mia unica ragione di vita -; profondo terrore per i parenti e per ogni cosa che essi possano propinarmi, sia essa solida, liquida, gassosa, effimera, luccicante, recalcitrante o cos’altro. Orbene, dopo 727 parole di nulla, posso dire che il titolo non dichiara il mio imminente suicidio – a scanso di equivoci, a soffocarmi proprio non ce la farei, non ho mai pensato al come, ho sempre pensato a come no – ma bensì (sì, compresenti!) il libro che sto leggendo dopo aver letto Pennac. Pennac che domenica mattina avevo sancito essere un fottuto genio a metà, in grado di fare con la finzione quello che io anelo a fare nella realtà della mia vita. Ora, non ricordo assolutamente perché fosse, per me, un genio mutilato, a suo tempo aveva una ragione logica, ma i miei neuroni bruciati dalle droghe non rispondono più come vorrei e rispondono con altre domande. Insomma, sto leggendo Palahniuk e la mia calma zen ne sta risentendo, convertendosi in qualcosa di ben più calmo, ma di ben poco zen. Purtroppo tra cento pagine finisce.

London calling at the top of the dial. After all this, won’t you give me a smile?

Costruiremo dei leitimotive coi vostri avanzi

28 marzo 2010

Stamattina, mentre dormivo – a onor del vero, diciamo dormiveglia, sapevo vagamente che ore fossero, mi attraversava le palpebre una luce sgradita proveniente dall’esterno della camera e non dall’esterno e basta e mi fastidiava molto – ho scritto una poesia. Diceva più o meno:

Il contatto umano

che ti stringe/stupra/sciocca/solca piano

ti spinge/sopporta/trasporta/trascende all’estasi

con una sinestesia.

Avevo messo pure tutte le opzioni, quando si dice un sognatore diligente. Ora, erano circa le 9, visto che per la prima volta nella mia vita ho dormito qualcosa come 11 ore – e le pagherò tutte domani, mi addormenterò alle 6.30 per dovermi svegliare prima alle 6.00. Tipico – direi che non ero nemmeno vicino al completamento del mio ciclo di sonno, quindi è lecito avere questi pensieri e soprattutto ricordarseli. Direi che la mia carriera da poetucolo è finita appena prima di iniziare. Il titolo del post, formulato invece da sveglio – questo fa rivalutare la poesia, eh? – sostituisce la parola “molotov” alla citazione del ben meno Sommo poeta, ovviamente c’è gente che arriva al mio blog cercandolo e quindi ora si merita il mio storpiarlo. Lo storpio però con affetto, giacché non è uno storpio. Storpiando uno storpio lo raddrizzerei? Questi sono i dubbi che rendono la mia domenica pomeriggio degna di essere vissuta. O forse no e questi dubbi dovrebbero spingermi in tutt’altro senso, con nullaosta e alle volte pure benestare di qualcuno. Vedremo. Chi vivrà vedrà chi morirà. Ieri mattina, Renato mi ha ignorato, come ha saputo fare solo per il Caso Saatchi, anche se ancora non ha smentito. Non mi ha nemmeno considerato, quindi è sicuramente timidezza, non ha paura a parlare a un comizio per difendersi da Cappellacci -fallendo – ma non riesce a rivolgermi la parola. È ovviamente così che funziona la cosa. Poi, colpito dalla sua struggente disattenzione, smunto, smagrito, stroncato e stronzo,  sono stato in ospedale, per una visita di piacere, non come al solito che il mondo deve ricercare una ragione per cui non sono sano come un pesce a pancia in su, ma c’è una cugina in ospedale che sembra non aver nulla e sta lì in vacanza  – e che vacanza! La finestra dà sulle fabbriche scrostate fatiscenti (questo mi porta a ricordare un aneddoto. Quel giorno che mia madre ha visto una vecchia fabbrica bruttissima e mi ha chiesto perché non la abbattessero e io le ho risposto che l’aggettivo fatiscenti esiste e serve qualcosa da appellare così. Ho anche un futuro da linguista) a ricreare un effetto fenomenale nonché propedeutico alla guarigione, soprattutto se sei sano. Questa è la cugina che stravede per me, per zittire la quale uso parole che non conosce così che stia zitta almeno mentre le cerca sul dizionario. Sono un pessimo cugino, visto che le insegno insulti da usare contro un altro cugino che lei odia e a me sinceramente non ha fatto nulla, anzi, pare una persona tendenzialmente inutile e questo fa sì che sia bene che esista. Ieri sera – dopo una cena in cui ho gustato dei piselli camminando in tondo attorno al tavolo (una di quelle cose che mai avrei pensato avrei fatto nella vita e invece è successo. Tolta questa dalla lista, ci aggiungo “morire”) – ho deciso di avere sedici anni, di guardare un horror di cui poter ridere in un paio di punti, Antropophagus. Anzitutto, non ho ancora capito come si pronuncia – cercando delucidazioni sono finito su un blog abbandonato. Molto tristi i blog abbandonati, soprattutto quando millantano di avere un carattere filosoficosociopoliticoeconomicoscientifico e non puoi far altro che pensare che i redattori siano morti, ché non è possibile che abbiano trascurato tale sontuosa opera. Questo per dire che quando abbandonerò il blog, non sarà perché son morto, ma perché son vivo. – ma, superati i primi settanta minuti che trovo noioso sotto ogni punto di vista, mi sento di poter gridare al capolavoro – lo grido sottovoce, però – per gli ultimi venti minuti. E non solo perché i quattro amici che erano – non al bar, a scanso di malaugurosi equivoci, il numero è per altro simbolico, ché non ho capito quanti fossero, tra morti violente e sospette e mannaie impugnate da giardinieri – non sono più, ma per una questione di puro cannibalismo. Ho pure avuto modo di fare una considerazione utilitaristica sull’antiabortismo, e, a corroborare la tesi che la serata di ieri è stata tendenzialmente fantastica, ho scoperto che la mia storia era più che valevole come metafora del cannibalismo sociale, senza alcuna remora e senza alcuna possibilità di disillusione. Un giorno la scriverò e poi la mangerò. Perché la cellulosa è importante.

Andiamo a farci un bagno e poi scindiamo l’atomo, se vuoi. Sei molto bella amore, sei molto triste amore, andiamo alla deriva e poi spariamo un colpo in aria. Che vuoi che sia?

Renato, l’allegro mercato

26 marzo 2010

Torno a scrivere qui, giacché altri spazi e altri mezzi mi impongono di usare una calligrafia decente – grosso sforzo – di scrivere lungo una linea retta – enorme sforzo – e di avere un’eccessiva attenzione per i lettori – che qui non ho, debbo essere sincero, siatene offesi, ma non siate offensivi o siatelo subdolamente, senza anestesia. Nessun fanatico religioso mi ha assalito in questi due giorni ed è un peccato, mi ci stavo affezionando, uno spera che la sua vita ribalti in seguito ad incontri simili, spera che venga riconosciuto in qualcuno il nuovo Messia e finalmente tutti possano vivere e felici e l’Età dell’oro e così via e poi niente. L’umanità sta sprecando occasioni una dietro l’altra e io le seguo per guardarle e riderne, ché ci son dentro anche io. Non ricordo più che ho fatto da che ho premuto “Pubblica” martedì, ma mi sento di ritenere che non fosse eccessivamente interessante e che fosse anzi un semplice diversivo alla versione di vita che ho scelto di questi tempi l’anno scorso. Perché io ho scelto, no? I momenti anoressia vanno moltiplicandosi a scuola, sempre più pesanti, sempre più patinati, sempre più rivestiti di gelatina, sarà che è un tunnel in cui sto lentamente finendo anche io – punto a morire per anoressia a 61 anni, dopo la morte effettiva per sifilide a 35 – e quindi mi disturba per quello, sono pudico. Pudìco, aggiungerei. Il progetto di quelli che si progettano e poi non si gettano l’ho gettato. Per convincermi a farlo avevo anticipatamente comprato il libro, non che questo fosse servito a granché, ma alla fine s’è dimostrato quantomeno propedeutico. Ora, la dedica era chiaramente penosa – scritta in modo da poter essere rappresentata in una scena oscena, aggiungerei – e forse forzatamente rivolta alla persona sbagliata, ma si vedrà. Gliel’ho consegnato all’intervallo, dopo aver meditato lungamente su come piegare l’articolo riferentesi all’iniziativa nella prima pagina – ho optato per una piegatura in quattro, forse creava un rigonfiamento vagamente visibile, ma niente di eclatante, erano solo due fogli – e su dove trovare un segnalibro nelle prime tre ore scolastiche, ho finito per privarmi del mio – non che io l’abbia ben presente, ne avevo una dodicina appartenenti a un calendario/segnalibro che un po’ di foto di Parigi. Ecco, non ricordo quale ora ha Renato – ma poi gliel’ho dato. Stavo parlando con un amichetto della verifica di spagnolo, ma non lo stavo ascoltando e stavo rispondendo meccanicamente, ché non parlo di scuola da che la frequento, quindi non mi pareva il caso di iniziare oggi con tale compito da compiersi da un momento all’altro. Devo dare un libro a quella persona con gli occhiali. – Quale? Ce ne sono due – Quella a sinistra (un segno, un segno) – Okkèi – Renato? – Sì? – Per te – Per me? Perché? – Leggerai – e sono fuggito, per evitare di forzarla a leggere di fronte a me – per evitare che necessitasse traduzioni della mia scrittura, ché avrei fatto una figura quantomeno barbina e barbarica – per evitare di dover spiegare qualcosa a parola, ché avevo le gambe che tremavano e di conseguenza la voce. La missione era relativamente compiuta, icché scritto avevo scritto e consegnato avevo consegnato e mancava solo che lei leggesse e chissà se l’ha fatto e se lo farai mai. Eh vabbè. La giornata è stata poi prosciolta, quando ho rubato un buon voto in matematica, mi sono poi immerso nella vergogna depressa e così via, ma poi è passato, ché dovevo immergermi in Lutero – metafora inside – e non l’ho fatto – metafora e non metafora inside – e dovrò svegliarmi domattina più o meno presto oppure dovrò sperare che infarto mi colga stanotte, chissà. Poi ho comprato l’album dei Baustelle e aspetto che passi il carro funebre, fondamentalmente. L’ho ascoltato durante il tragitto – là e poi di nuovo indietro – verso lo studio di un medico, giacché mia madre ha severamente deciso che sono severamente malato e quindi mi sta portando in giro per capire cos’ho che non va – a scanso di equivoci, non mi porta né da psicologi né da psichiatri né da psicoterapeuti e così via, quindi penso che cozzeranno contro un muro di inutile nulla (a proposito di inutilità, nello studio del medico ho constatato quanto inutili siano le scarpe per bambi [non volevo usare scarpine e non mi è sembrato giusto usare il diminutivo di bambi per quegli esseri] giacché questi non camminano, al massimo si trascinano, mettendo a rischio le loro caviglie e quelle altrui. È un bel business, indubbiamente. Il medico era una persona discutibile – va di moda, ultimamente, ma soprattutto c’era aria di pioggia all’interno e pioveva all’esterno, pioggia trasversale, quella che piace a me – e dopo avermi chiesto se avessi l’asma ha deciso, alla luce della mia risposta negativa, di prescrivermi un medicinale per l’asma. Un luminare illuminato, con le cose che si escludono vicendevolmente. Poi per fortuna son tornato a casa – ancora niente Lutero – e ora debbo uscire. Non uscire uscire, ma uscire di casa per andare a scuola. Pacchiano e bizzarro fare una cosa simile, ma andrò a fare il babysitter come solo io so fare – quando la mia compagna di banco doveva gestire circa 45 bambini le suggerii di proporre loro un gioco all’ultimo sangue a coppie per dimezzarli e così via fino a che non si fossero ridotti a un numero gestibile, penso che stasera riproverò – e spassarmela per tutta la serata. Bene così.

Quel che impari dalla vita, non è vero.

Niente anestesia

24 marzo 2010

E niente anestesia fu. Terzo round dal dentista, diviso in due manches, la prima un igiene dentale e la seconda la fine dell’uccisione del mio dente. Ora, l’igienista è una donna di cui mi innamorai a suo tempo (leggasi giugno, ho in mente il 18 come data, ma non credo sia suffragata da fatti, però la settimana era sicuramente quella), ma che stavolta non ha fatto alcuna presa su di me. Ora, giusto ieri sera, ragionavo con un’estranea sul “ritrovare un vecchio amico” – il mondo asserisce che leggere un libro che già si era apprezzato una volta nel passato sia come ritrovare un vecchio amico e così via, ma io un vecchio amico non credo di averlo mai ritrovato, quindi non mi sono mai posto il problema e quando capiterà (e non capiterà) potrò dire che è proprio come rileggere un libro che ti era tanto piaciuto e così via. Di questo passo, la rivoluzione è proprio dietro l’angolo. Ho quindi ritrovato un amore e ha fatto proprio schifo. E anche male, in un paio di frangenti. Tutto il tempo dal dentista è stato comunque snervante – qui si profila un giocone di parole, giacché la devitalizzazione in senso lato credo coincida proprio con questo. Ho perso una parte di me e non sto piangendo, sono una persona orribile. Fortunatamente mi ha lasciato un sacco di buoni ricordi, rievocando essi sarà come averla accanto per sempre. Ciao Dente. – e il “Niente anestesia, questa volta” del secondo giro non mi è piaciuto eccessivamente, giacché tutti i tira e strappa e rovescia che solitamente i miei denti subiscono da atrofizzati questa volta li hanno provati live. Un’altra bella esperienza da aggiungere a tutte quelle che ho passato con relativa gioia (di esserne uscito vivo). E devo tornare un’altra volta, giusto perché i miei denti sono belli e sani e io sono simpatico e intelligente. Uscito in strada, dovevo aspettare che madre passasse a prendermi dopo circa un quarto d’ora e, giacché ero completamente povero – non potevo nemmeno barattare i nove anni di identità che ancora garantisce la mia CdI prima della scadenza – e avevo questo bisogno nonché desiderio impellente di usufruire di un bagno che mi impediva di saltellare qui e là per il paese, ho ben pensato di stare e fare su e giù per il portico in zona per passare il tempo. Una pessima scelta, annoverabile sicuramente tra le peggiori tre delle totali sei scelte che ho compiuto nella mia vita. Ho sempre avuto del timoroso rispetto – misto a invidia, ma quella ce l’ho per chiunque, quindi non vale poi troppo – per i fondamentalisti religiosi, soprattutto cattolici, ché trovo stupefacente la loro capacità di affidarsi in toto a qualcuno che non esiste e a qualcun altro che forse non è mai esistito. Ecco, se riuscissi a comportarmi come loro rivolgendo le mie attenzioni in altri sensi, sarei una persona migliore – se loro se rivolgessero altrove, sarebbe un mondo davvero migliore – però ancora non ho imparato. In ogni caso, non ne vedevo da un po’ e la di oggi mi è piaciuta più di altre. Una macchina arriva, parcheggia, ne scenda una donna con fare relativamente baldanzoso, valigetta nella mano sinistra, è a una decina di metri da me e urla “Ciao giovini!“, mi volto, sperando di trovare dietro di me qualche centinaia di bambini pronti a correrle incontro per farti mangiare questa sera, ché siamo sotto elezioni, ma niente, c’era giusto un anziano seduto a un tavolino con uno sguardo stranito almeno quanto quello che avrei avuto io se avessi avuto un minimo di spirito di reazione. Ora, si avvicina, mi scanso, e per darle strada e perché mi faceva una paura tremenda, e mi benedice, suggerendomi di pregare il Signore perché Lui aiuta Tutti e sarebbe anche ora che lo facessi. L’ho pregato di fulminarla, ma così non è accaduto, ecco un’altra prova della non-esistenza di Dio. Lei ha bellamente passeggiato avanti e indietro per il portico tre volte – salutandomi al plurale tutte e tre le volte – appellando come giovane più o meno chiunque. S’è poi qualificata come catechista che testimonia la sua fede agli altri. Sono stato un eletto e un prescelto insomma, checculo. Da allora sto pensando ai poveri bambini di quel paesello e alla pedofilia negli oratori, bene bene. Come è arrivata se n’è poi andata, lanciandomi giusto un cenno e un’ultima benedizione dall’auto. Fortunatamente ho avuto la mia bella bambolina Vudù in tasca da stringere per proteggermi dai suoi anatemi. Non mi avrai Gesù, non oggi.

Un oceano nos separa

Ho dimenticato due cose eccessivamente fondamentali. La prima è una mera questione linguistica. Quando si dice “Coppia scoppiata” si vuole creare una pessima espressione immaginifica o quella “s” indica l’opposto di coppia? Sono stato a interrogarmici un paio d’ore, senza venirne a capo. Poi ho pensato che forse chi fa uso – e chi ha coniato, immagino – di quest’espressione un problema simile non se lo sia mai posto, ma a me piaceva, ecco. La seconda cosa fondamentale riguarda l’ottimismo che ha pervaso la giornata. Prendendo la cosa come più ampia, ultimamente ricordo solo gli effetti delle cose nella mia vita. Non so quando sia iniziata la cosa, ma certamente ricordo solo i prodotti e dimentico completamente i fattori. Non credo sia un bene, soprattutto quando mi trovo a dover giustificare ciò che faccio. Beh, la doverosa premessa era questa e riguardava un po’ tutto, però stamattina mi son trovato a pensare a un futuro relativamente ipotetico e clamorosamente improbabile che iniziava con un quando, riportava il verbo trovare e prevedeva fondamentalmente l’ambito lavorativo e quello umano-relazionale, per così dire. L’ottimismo è dettato dal fatto che mi sembrava plausibile pensare che un giorno potrebbe succedere – ora ho cambiato idea, non preoccupatevi – ma il succo della cosa è stato che il tutto si poteva riassumere con un Quando troverò una vita. Erano le 6.27 di stamattina, ed era triste.

Due ultime considerazioni semplici

23 marzo 2010

Anzitutto, oggi c’era un sole infame, di quello che non scalda a sufficienza per permetterti di vivere con un abbigliamento subnormale e che è comunque abbastanza forte da farmi strabuzzare gli occhi per poter camminare a testa alta. O da farmi camminare a testa bassa per non farmi strabuzzare gli occhi, di solito non ho problemi in merito. La seconda è che i finocchi lessi semplicemente non sono finocchi. Ah, il titolo è variamente interpretabile, a seconda dell’umore di chi l’ha scritto.

Devono esistere case, case alberghi lontani, devono esserci stanze che siano fredde, meno fredde che fuori, quattro mura intorno, devono esistere modi per scordarsi in fretta tutto il male già dato, tutto il male avuto, tutto quello da fare, deve esistere un modo, per inventarsi manovre che infrangano un codice poi un altro ed un altro ancora e trovarsi per caso senza una ragione  in aperta campagna.

Let the seasons begin

23 marzo 2010

La primavera è arrivata, più o meno davvero, più o meno ascosa, più o meno infame, più o meno estiva, come suo solito. Solito ovviamente vago, giacché non ricordo una mia primavera precedente questa. O meglio, non ricordo assolutamente che stavo facendo in questo periodo l’anno scorso, salvo alcuni sprazzi e spazi riempiti da vaghi ricordi, che però non bastano a colmare una vita intera. È una cosa che non riesco a fare nemmeno vivendola, mi parrebbe strano considerare di esserci riuscito una volta qualche tempo fa. Leggevo Manzoni, questo lo ricordo, e poi passavo le ore di italiano a chiacchierare con una non meglio precisata – cioè, lo è per me, ma assolutamente non per buona parte di voi, indi taglio il nome e mi affido a un’inutile perifrasi – compagna di classe, ché a me interessava solo leggere Manzoni, il resto mi risultava superfluo e vacuo, quindi tanto valeva impiegare quel tempo in qualche modo. Ricordo occhi sbrilluccicosi e altre cose così, ma niente di eclatante. Ora, ora sento gli uccellini che cantano, non scoraggiati dalle nuvolacce candide che promettono tutto fuorché il temporale scrosciante che tanto mi manca e mi è mancato quest’inverso, tocca quindi alzare un po’ il volume dei Beirut, ché non è possibile che in qualunque stanza di qualunque luogo del mondo io sia, tutta la fauna dell’universo (sospetto anche la flora, ma non ho prove della loro coalizione contro di me, d’altronde potrei pure bastare io come cactus) si rifugi sotto la mia finestra – un dì proverò una stanza senza finestra, ma già so che sarà inutile – a intrattenermi con gli svariati suoni che i loro apparati fonici possono produrre. Mentre loro mi intrattengono – se non ci fosse il mio amore per la vita, che qui paleso a ogni piè sospinto, mi servirebbe pure qualcosa che mi trattenga dall’ucciderli a secchiate di pomodori. Sono in fase di decisione riguardo ciò che farne del mio pomeriggio, giacché consacrarlo alla scuola significherebbe sprecarlo e non mi va di fare molto. Andrò a farmi tagliare i capelli, per dare un taglio netto, nuovo look, perché l’anno nuovo è iniziato da tre mesi e io sto ancora aspettando di iniziare una vita nuova, nuove persone da conoscere, nuove opportunità, diventerò un uomo nuovo, finalmente cambierò e così via. Per poi ridurmi a un Non nova, neque noviter. Inoltre: Vabbè, esco, che sta uscendo il sole e vado a fargli compagnia. Orbene, sono di ritorno, un paio d’ore dopo almeno, ho meno centimetri di pelo sulla testa e tanta simpatia in più da distribuire ai bisognosi, ma anche agli eccedenti, dovrei quindi tentare di approcciarmi da solo. Magari fa ridere, per pietà, quantomeno. Ho incontrato un sacco di figure bizzarre, nella strada verso la libertà, vecchiette che d’inverno sono sempre state rintanate dentro casa – frequento la libreria e la strada verso essa da, al massimo, novembre – che facevano discorsi piuttosto discutibili sulla salute di una qualche loro parente/conoscente/amica/sconosciuta che avevano conosciuto a un funerale/sconosciuta della quale avevano assistito a un funerale, la quale, pare traducendo da un dialetto che mi è un po’ oscuro, provi dolore pur senza averlo dentro di sé. Bizzarro, bizzarro, fu così che decisi di diventare medico, si fottano e si fottessero i ciliegi. Quanto alle mie velleità lavorative, ho potuto amabilmente discorrerne a senso unico (loro sentenziavano, io ascoltavo e annuivo e arrancavo) con il proprietario della libreria e la moglie, che sostenevano che, parola di altri medici che loro conoscevano e che frequentavano la libreria e questo li rende affidabili assolutamente e assiduamente, tra qualche anno ci saranno pochissimi medici e potrei trovare lavoro facilmente. Ma a me piacciono le sfide, cercherò di non passare il test di ammissione, dai dai dai!  Questo è stato comunque solo il coronamento di un discorso ben più ampio, libraio e appendice iniziarono insultando Bagnasco e per dei passaggi a me veramente poco chiari, finirono a parlare di razzismo, in modo appellabile come razzista, ma forse nemmeno troppo. Peccato, perché il problema delle persone che puzzano credo sia tendenzialmente vecchiotto e superato. FINE.

Take the big king down.

“I finocchi fanno schifo”

21 marzo 2010

Disse il cactus che non aveva assaggiato i pomidori.

-Resisti!- -Tanto sono sedici anni che vado avanti-

21 marzo 2010

Augurio di fratello, sull’uscio della porta di casa, lui che da quell’uscio può uscire con urticante gioia e risposta mia. Augurio travisabile, risposta interpretabile, sempre bene così. Una domenica come questa non mi capitava da parecchio. Sono le 14.14 mentre sto scrivendo – la doppia ora, qualcuno mi pensa e sta pensando che sarebbe proprio figo se io morissi e così via – e penso che terminerò il post più tardi giacché ora ho ben poco da dire o fare e sto solo sperando che arrivi domani, senza che oggi lasci grosse tracce nella storia del mondo, anelando che sia possibile passare indenne anche questa domenica che si sta dimostrando peggiore di altre, pur senza aver ancora fatto nulla. Anzi, negli attimi specifici non sembra neanche tanto male, ma il quadro generale è orribile. E, mentre nelle altre domeniche è orribile il singolo episodio e il totale è pressoché passabile, oggi va così bene da andare male. Anzitutto, alla prima apertura della bacheca del blog ogni mattina mi sento preso in giro da chi cerca e ricerca e giunge al mio blog cercando cose tipo Sono dispiaciuto in spagnolo. Mi piacerebbe poterlo scrivere qui per loro, cosìcché chi mai lo cercasse e ricapitasse potesse trovare un aiuto da me, ma non so come si dice e cercandolo con Google arrivo qui, quindi è un brutto circolo vizioso.  Che si conclude con la morte. Ora, l’altra ricerca supergettonata è Qualcosa che mi sconvolga la vita, come se questo fosse possibile e fosse possibile trovarlo nel mio blog – lo ripeto con insistenza e passione, perché non lo sento mio. Temo di non essere io qua a scrivere, ma, come suggeriva qualcuno, il mio ghost writer. È comunque bello che qualcuno cerchi qualcosa di simile, soprattutto su Google, dove si può trovare anche il senso della vita, according to Luttazzi. Ora, qualcuno ha cercato Mi emoziona il tramonto arrivando qui, dov’è citata una canzone del Sommo, che ha ben altro intento ed è di ben altra fattura, quindi è solo un altro che scapperà a gambe levate. Lo aggiungo alle statistiche, va. Ho un progetto in testa, di quelli che trascendono l’uman pensiero e favella (ho corsivato fingendo che sia una citazione da un qualche dotto poeta. È solo una frase che m’è venuta salendo le scale, prendetela per quello che è), di quelli che poi non realizzi e poi dici che tanto era un progetto, non stava scritto da nessuna parte che dovevi farlo davvero e tanto anche se l’avessi fatto sarebbe finita male, già era scritto. Ora, di progetti di questo tenore ne ho avuti circa tre-quattro nella mia vita – concentrati tutti nello scorso inverno. Scorso, cribbio, e sto parlando di ieri – e credo che un paio siano falliti. Me ne rimane uno a cui appigliarmi e un altro che non riesco a ricordare, ma che è sicuramente andato a buon fine, come sempre accade in queste circostanze. Ora, si vedrà. Progetto di ben altro tenore è quello che ho da qualche mese/anno che sarebbe quello di frequentare un nutrizionista giusto per imparare a mangiare ché se voglio morire giovane è solo per mano – o per corda – mia e non per volere divino o per infarto – a proposito, quel giovedì non sono morto, per chi non se ne fosse accorto. Per quelli che pregustavano la cosa, posso solo dolermi – e da oggi tecnicamente sarei a dieta. E alla dieta era destinato l’augurio da parte di fratello. Che poi non dovrei dire così, giacché dev’essere una condizione sempiterna e irremovibile, cambio di abitudini, pasti regolari, etc, etc. Solo che l’uso della parola “dieta” è radicato nell’uso comune e quindi per estensione – di comune, non di uso – anche in me. Ora, per miei svariati problemi passati e futuri e presenti col cibo, non ho ben presente come possa essere la sensazione di fame, quel che è certo è che oggi sto soffrendo particolarmente la domenica e non mi sento di pensare che i finocchi mangiati a pranzo abbiano lo stesso effetto del sangue di vampiro e amplifichino tutte le sensazioni, evidentemente c’è altro. Tristezza insita e intrinseca, più o meno semplicemente, Norwegian Wood che mi ha trascinato piuttosto in alto, lasciandomi cadere, un po’ più in basso del punto da cui ero partito e  parecchio più in basso del punto da cui sarei voluto partire, il tutto senza chiedere, ma con il mio più innato e disilluso assenso. È andata e sono ancora qui. A pensare che i finocchi fanno schifo – è un fatto, forte censura sarà applicata sui commenti in questo senso – ma che forse un po’ più schifo fa vedere un amico suicida. Ancora devo decidere.

È la vita che ti toglie l’entusiasmo.

-Domani è primavera!- -Ho tempo tutto oggi per morire.-

20 marzo 2010

Perché è nella breve distanza e quindi nei rapidi e caustici scambi di battute che do il meglio di me. Come no? Il punto è che anche oggi un dialogo mi ha dato modo di trovare un titolo per un post per questo blog. Figo. Il fatto che il tema di base sia sempre lo stesso, così come sempre uguale è il tenore e l’argomento delle mie risposte, è puramente casuale, una coincidenza, di quelle che ti fanno credere nel destino e poi, per coincidenza, ne arriva un’altra che stravolge tutto e allora il destino non esiste ed ecco che esiste il fato. Ora, la primavera in sé non mi dà eccessivamente fastidio, giacché è semplicemente un termine riportato sui libri di scienze, a fastidiarmi sono il sole, le persone, gli insetti, gli animali che non siano cani, alcuni animali che siano cani, i fiori, le piante, i pollini, il caldo, il calore, il sudore, l’estate, e così via. Il resto è bello della primavera. Non mi sono esattamente goduto i miei ultimi stralci di inverno, avendo speso una decina di ore in compagnia di persone orribilmente razziste – Sabes quien gana si luchan un negro y un gitano? La sociedad. Ma anche gli italiani che tentavano di convincere loro della superiorità intrinseca nelle persone nordiche su tutte le altre. Meritevole e degno di citazione anche il fatto che loro fossero spagnoli del Sur. Alò. – e, anche volendo sorvolare su quest’aspetto non esattamente trascurabile, erano insindacabilmente stronzi. Un po’ come me, insomma, solo che io non faccio branco con la mia stronzaggine, io e lei stiamo da soli a piangerci addosso. Il progetto era di vedere Verona con un altro paio di italiani e una ventina di spagnoli al seguito, causa svariate confusioni le proporzioni sono un po’ cambiate, ma è stata una giornata infernale comunque. Verona pure mi piacque, quelle due cose che vidi – un tunnel con un fottio di carta da parati sulle pareti (mai che il mio nome si accompagnasse a quello di Renato, per la cronaca, questo non ha giovato alle mie speranze nel fato) e un ponte studiato in storia dell’arte. La prima volta che questa commistione tra storia dell’arte e vera realtà si realizza in tre anni, mi sentivo eccelsamente – ma il problema era fondamentalmente il resto. Due spagnole vogliose mi hanno pure puntato – voltatomi ho visto che dietro di me c’era giusto un gladiatore mascherato da uomo che non c’azzeccava nulla in quel costume con la faccia sporca di sangue e altre belle cose e quindi pareva guardassero proprio me – ma ho resistito per il bene della mia platonica unione con Renato. Renato che continuo a vedere attorno – oggi aveva cambiato pettinatura, sicuramente in mio onore e perché io notassi la novità. In ogni caso, non riesco proprio a capire se il suo sguardo trabocca pietà o semplice indifferenza. A conclusione della parte veronese della giornata, ho giusto potuto realizzare che, se la mattina, alzandomi, fossi inciampato in uno spigolo e, rotolando, fossi finito a tagliuzzarmi in modo bizzarro con un rasoio che mi avesse seghettato il polso, beh, la giornata iniziata in cotal guisa sarebbe stata decisamente migliore del vissuto di ieri. Beh, un po’ devo essermelo cercato, ché sennò non si spiega, ma giacché non si spiega nulla, tanto vale cedere al volere delle Moire. Ora, allora, dopo essere tornato a casa ed aver finto di allestire lo spazio per la festa della sera, aver finto con alcune persone di andare e così via, son tornato a casa, ché la cena con i parenti era prossima ad approssimarsi. Ebbene. Serata bizzarra, tra gente che mi annusa e cugini quattordicenni che mi prendono a pugni ché altro non hanno da fare – ora, sono infelice dei miei sedici, ma se ne avessi quattordici starei pure peggio. Grazie tempo che passi, grazie Gesù che hai creato il tempo, grazie tempo che hai creato Gesù e così via – gli stessi cugini quattordicenni che dovresti convincere a fare il liceo e pensando alla tua esperienza personale il massimo che puoi fare è consigliare loro di uccidersi finché possono, ché poi è troppo tardi. Ho speso pure una mezz’ora al telefono con un’altra cugina non presente, scoprendo quindi che riesco a dialogare senza problemi con i 12enni, sono tutti gli altri che mi danno effettivamente qualche problema. Eh vabbè, appena divento maggiorenne ho pure la facoltà di diventare pedofilo e poi è un attimo. Oggi ho invece potuto apprezzare mia madre nella nuova veste piangente, tale per più o meno ogni cosa, soprattutto quando questa non la riguarda nemmeno lontanamente e nemmeno per errore, eppure ci sta male, perché ovviamente lei può cambiare le cose e stare con le mani in mano non serve a nulla, mentre piangere è fondamentale. Brava, è così che si fa. Io ho pure smesso di piangere perché sono al passo successivo: non fare assolutamente nulla. Il tutto, a coronamento della settimana scolastica più inutile di sempre, pronta a concorrere per utilità con la prima di vacanza. Poco male, insomma. E domani è primavera e oggi ho paura.

Alla nostra grazia Nello scrivere Versi senza forza Al non vivere Al nostro Per sempre E ai nostri Mai Alle dipendenze Allo stile che ci rende Noi.

Vivi la vita, come solo tu sai fare

18 marzo 2010

Solita notazione di una compagna di classe, che ha ben pensato di scrivere perla di cotanta saggezza sulle scarpe della mia compagna di banco, cosicché io mi ricordi di questo post che nasce come un aborto ogni volta che abbasso gli occhi. Solita punizione divina per le mie pessime azioni. Ho pensato quindi a quanto noi si possa decidere della nostra vita e a quanto faccia il resto. Insomma, sono partito per la tangente “Muori la morte” ed è stato un attimo che ho considerato l’assenza dell’aggettivo possessivo dalla prima frase come quantomeno emblematica della nostra pochezza. Della mia pochezza, almeno, giacché altri o non ne soffrono o la nascondono sotto un tappeto o dietro a un titolo che parrebbe inventato. Ho passato la mattina in quella questura bresciana, per il passaporto, ché anche se ormai basta la carta d’identità e il tempo speso in questo senso è stato sprecato, tanto valeva arrivare fino in fondo e non pensarci più fino a che lo smarrirò a un paio di giorni dalla partenza. Com’è giusto e ovvio, in questura c’era una delle mie coscritte americane, di quelle persone che io conosco e che dubito mi conoscano, che non mi salutano e che io non saluto e così via, ma la convivenza forzata in quel casolare e quella che sarà in America ci avvicinerà, ohssì. In più, pare che le nostre madri vadano d’accordo. Brividi. Attesa sterminata e sterminabile, sono uscito attorno alle 11, dopo aver assistito ai tentativi di un anziano di saltare la fila perché ingegnere motorizzato che doveva andare in America, intervento della volante sventato, piantone che non voleva muoversi nemmeno per dell’oro luccicante e pessime scene di rifiuto per meri termini burocratici. Spero di non doverci tornare mai più, in quel brutto posto. Entro bellamente a scuola alle 11.30, affossando la burocrazia che mi avrebbe visto chiuso fuori dopo le 10.45. Ho sovvertito l’ordine precostituito! Di nuovo. Mi son goduto giusto mezz’ora di fisica, appena il tempo di capire che non stavo capendo e poi l’ora di italiano. Altro momento anoressia, ben più tragico – in senso buono e non – di ogni altro mai visto e ben più disarmante. Al solito, mi trovo a non sapere cosa pensare di una situazione che mi tange appena e forse dovrebbe farlo di più, ma forse va bene così. Dose rincarata poi nel pomeriggio, da notizie sentite dire e non recepite per sentito dire, che è un po’ diverso e sono più affidabili se sentite dire. Peccato che non siano buone, da nessun punto di vista. Nemmeno quello egoistico, temo. In un paio di frangenti che hanno frammezzato questa affiatata coppia di momenti, ho potuto rivedere Renato, a piena conferma del fatto che non è mia invenzione – frutto della mia mente malata è certamente il filmino hard che lo riguarda, non altro – ma una persona che esiste o realmente esistita, almeno per un paio di pomeriggi. I nostri sguardi si sono pure incrociati, ma è ben più probabile che gli occhiali le facciano la vista stereoscopica e la mia sia pura immaginazione. Domani Verona, con Los Españoles, con la morte nel cuore, con questo involontario gioco di parole e quel ragionamento involontariamente lesivo della libertà altrui di ledere a sé stessi che feci attorno alle 15.48. Che sono una brutta persona, è risaputo, che io sia un pessimo essere umano, forse volevo evitare di crederlo. Domani sera, per evitare di trascorrere tutta la giornata con Los Españoles e non correre il rischio di imparare lo spagnolo/imparare a vivere (entrambe cose alquanto disdicevoli, mi tengo alla larga da ogni vago richiamo), mi rifugio a una cena famigliarmente allargata, giusto perché le persone che mi stanno intorno siano costrette dalla parentela a rivolgermi la parola, com’è giusto che sia.


Se solo affrontassi la mia vita come la morte, avrei clown, giannizzeri, nani a stupir la tua corte, ma voci imperiose mi chiamano e devo tornare, perché ho un posto da vecchio giullare.