Well, I don’t feel better when I’m fucking around

Grande concitazione, in classe, oggi. Scene piuttosto penose, debbo dire. Attorno alla quarta ora ho dovuto fungere da tir per un “bigliettino” (mai nome fu più eufemistico. Aveva le dimensioni di un A3 ed era ripiegato in modo da essere grande come un pollice. Spessore: 15 cm), di cui non ho letto il contenuto per non impietosirmi oltre, che sicuramente verteva sul regalo. Ora, un’altra considerazione meramente semplice, ché oltre col mio cerebro monco non arrivo, sarebbe che tecnicamente ci sono stati diciotto anni di tempo per comprare questo regalo. Ma tanto vale che io sia cortese, giacché non sono nella posizione di stronzeggiare. Vogliamo dire tre anni di tempo? Non dico per comprarlo, ma farsi un’idea prima del giorno precedente il giorno sarebbe stato quantomeno carino. E così, arrivano oggi, con bisbigli, riunioni di diciassette persone più due che manifestano e palesano la loro inutilità (diciassette confabulano, uno sta e non confabula – io – l’altro è il festeggiato, vedete un po’ voi), bigliettini, ora messaggi su Fb mandati a tutti gli invitati – mandiamone una copia conoscenza anche al diciassettenne ormai tramontato, dai – e tutt’ora ci sono solo idee (due, ma comunque niente di speciale) e budget (180 €). Io gli porto delle brioches domani, un po’ perché me le paga e un po’ perché è il compleanno pure dell’insegnante di matematica e per vie traverse mia madre è venuta a saperlo e sempre per vie traverse vuole che lo passi felice e in compagnia delle persone che più ama, noi. Per il resto, sono partecipe dei 180 €. Partecipazione tanto attiva quanto concitata quanto utile. È sempre bello. E ora c’è domani sera. Cena a cui non sono stato ufficialmente e canonicamente invitato, ma è arrivato il classico Oh, ci sei sabato? a cui non so mai che rispondere. Dovrebbero saperlo che ci sono sempre e ci sono ovunque dove c’è bordello (cit.). E quindi, domani sera sono là, fino alle 11, perché poi sono stanco e loro vanno in discoteca e ormai sono così navigato che mi danno fastidio. Poi son tornato a casa, con cugina appresso, ché ogni tanto decide di andare a trovare la zia e io sono il tramite necessario (non tir come sopra, ma, diciamo, il laccio emostatico che permette il prelievo di sangue, per capirci) perché lei raggiunga il suo scopo. Argomento fondamentale del pranzo è stato il funerale del padre di un di lei compagno di classe per vie davvero tanto traverse imparentato con mia madre – quindi, in modo assolutamente incomprensibile, anche con me – e la descrizione della suddetta cerimonia. Ora, non so se è stato l’argomento, o il contesto, o la provetta interpretazione di mia cugina (questa sicuramente no, giacché ha solo riportato fatti che non sono sicuro siano accaduti), il punto è che ho riso sguaiatamente in più punti (almeno due, insomma). Adesso, ho i brividi. È stato comunque bello riderne, fino alle due, quando cugina se n’è andata. Sono passato quindi a Cavalcanti, giusto per, ma non ho appreso nulla di nuovo e me ne cruccio, as usual. Poi, altra parte fondamentale di questo venerdì pomeriggio è stata la considerazione che mi ha permesso –  ce n’è una ogni settimana, ovviamente non è sempre la stessa, cambia di venerdì in venerdì in un declino inesorabile, con buona pace del tempo che non ha età e sono io che muoio lentamente – di sbarcare la giornata è stata che era una giornata così triste che mi era impossibile anche essere invidioso. Ora, chi di voi mi conosce sa che l’invidia è la mia principale prerogativa. In alcuni frangenti, inoltre, ne vivo. Senza, sarei morto. Con, è quasi peggio. Un po’ perché mi fa sentire male per ciò che è un po’ per come si manifesta. E invece, fortunatamente (? sicuramente discutibilmente) vado avanti. Oggi, nemmeno quello. Ne avevo ben donde, come al solito, ma nulla, non c’è stato verso. Alle volte un respirone forte e poi passa. Altre non passa, ma una volta raggiunta la consapevolezza è questione di tempo. E invece, oggi, niente. Credo di essere morto per un po’. Ma poi ho sopravvissuto.

Giornate prive di una trama, sensazioni di deja vu. Prudenza e astio son gli araldi della peggio gioventù. Bizzarri nazi che reclamano tolleranza e libertà. Ricetta di sopravvivenza, simulare inciviltà.

2 Risposte to “Well, I don’t feel better when I’m fucking around”

  1. mantiduzza Says:

    come stai oggi?
    ho parlato di te ieri alla mia nuova coinqui.
    dice: 15555555555555555????
    che è: quindiciiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii?
    io: nono, 16.
    lei: ah beh, allora.

    :)
    ti voglio bene.
    e devi invidiarmi. cazzo, il disegno di davide la rosa. mamma mia.

  2. Noema Says:

    Navi stanche di burrasca (:

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