Il ghiaccio si confonde, con il cielo e con gli occhi

Anche quando il buio è lontano, ché oggi faceva davvero davvero freddo. Ma c’era davvero tanto sole, quello che se non sei coperto ti scotta e poi il giorno dopo hai il segno della scottatura della sciarpa e ti senti tanto idiota – io mi sentirei idiota comunque con una sciarpa, ma so che è un problema mio – quindi ho abbandonato il giubbotto attorno alle 14. Fosse mai stato. Vabbè. La giornata è fondamentalmente iniziata alle 13.30, ché prima le mie onde cerebrali sono state risvegliate solo in un paio di frangenti e non posso dire che i prodotti siano vagamente soddisfacenti. Peccato, ci tenevo a fare bella figura con me stesso, almeno per oggi. Tocca rimandare a domani la cosa, insieme al mio suicido, ché oggi proprio non ho avuto tempo (pensavo di mettere prima il suicidio e poi la buona apparizione, giusto per permettere alla seconda di essere possibile). Non ho avuto tempo ché sono stato in ospedale. Niente di grave, mi spiace per noi. Qualcuno suggerisce che ci sono stato per la mia conclamata anoressia, altri pensano che sia una routinaria visita allergologica. Bene. Stavo là, nel corridoio del primo piano dell’ospedale, a sorseggiare un caffè terrificante – ora, a me il caffè del bar non fa impazzire, mi sciolgo per quello proveniente dalla moka e alle volte per quello dei distributori. Quest’oggi i distributori mi hanno tradito, davvero dal profondo – accanto a delle persone. Alcune stavano, altre camminavano, qualcuno faceva su e giù senza scopo né destinazione, ognuno con una ricetta in mano, sguardo verso l’alto a leggere i cartelli – che non ci sono, aggiungo – o che si illuminava vedendo dei fogli affissi sulle porte. Salvo che quei fogli riguardavano il trattamento dei dati personali, in ogni singolo caso. Io, là in mezzo, fondamentalmente mi annoiavo. Avevo da aspettare, fissando una parete bianca – e un corrimano color panna che era la fine del mondo – qualche tempo. Tempo scandito da un orologio che segnava solo i minuti (nonché le ore, ma solo i minuti) in modo piuttosto rumoroso – a ogni minuto devono scattare i numeri che sono dei quadratini di plastica che rumoreggiano scontrandosi tra loro. Nella mia noia, mi sentivo davvero male, pensando alle persone attorno a me che potevano essere lì ad aspettare un responso più o meno pesante circa la loro vita, quando io, nel peggiore dei casi, avrei avuto un antistaminico da prendere per qualche settimana – cosa che pure è. Se registrate un cambiamento nel mio comportamento, anzitutto siete pazzi, ma inoltre, sono loro, le sporche case farmaceutiche multinazionali!. La mia noia mi è parsa quindi piuttosto fuori luogo. Come mi pareva fuori luogo la gioia della dottoressa nel vedermi, ma poco male insomma, tanto vale staccare le emozioni dalla professione e fingere tutto il resto. Sì, penso che farò il medico. Subita la mia visita, che non è stata una visita, ma un’amichevole chiacchierata a proposito della mia cagionevole salute, ritorno a scuola, ché volevo perdermi giuso il meno possibile della Setta e già erano andate ben oltre due ore. Senza di me, i miei compagniucci di classe non avevano fatto nulla. E non è certo la mia indole stacanovista a farli lavorare di solito, giacché anche in mia presenza non abbiamo combinato nulla. Fremo per la verifica di fisica, ma lo faccio da uno stato di quiete. Quanto al giubbotto di cui sopra, l’avevo proprio abbandonato, attorno alle 17.45, fuori dalla giurisdizione della setta, sono passato da uno stato di quiete a uno errabondo in mezzo al nulla e al freddo, ché avevo una ventina di minuti da passare e non avevo un luogo caldo in cui trascorrerli. Ho ben pensato di girare per dei giardini attorno al luogo di riunione della setta, salvo poi notare che c’era davvero il nulla e la cosa più interessante era un siepe oltre cui non si riusciva a vedere, da lontano. Avvicinatomi – percorso dissestato, fangoso, molliccio, bagnato, marrone, affossante e sprofondante, morbido nell’accezione schifosa del termine e così via, ho potuto constatare che il vago infinito che si trovava al-di-là era davvero il nulla di una casetta in mezzo ai campi e non ho mai odiato così tanto l’agricoltura praticata terrazzando. Beh, vagavo nel freddo – non nel buio, come successe invece qualche mese fa, e allora era davvero meglio, ché non era marzo e non esigevi che il clima fosse caldo, era novembre ed era giusto gelare e soprattutto indossavi altro oltre alla felpa – con in testa una canzone dei i Killers – il cui titolo non ricordo, giacché difficilmente collego canzone a titolo o viceversa, tranne rari casi, tranne canzoni italiane e così via, poi cercherò il titolo, ma ora mi va di esplicitare l’inutilità della mia memoria – che recitava suppergiù. Ok, non ricordando più cosa recitasse, sono andato a cercarla e sono arrivato al nulla. Se ne deduce che ho inventato la citazione e l’ho adattata a quanto mi serviva per giustificare i miei deliri. Lo faccio spesso, temo. Suonava tipo come Every story has to end – ovviamente nella mia testa il tutto aveva una paurosa musicalità e si accoppiava per bene ad almeno due testi diversi – e lì, proprio lì, ho tratto un’incredibile gioia profonda pensando che tutto, scorrendo, finisce. Era giusto la prima volta, nei miei sei/sette anni di coscienza, che questa considerazione non mi faceva soffrire. Senza ragione, apparente o fondante, ero contento che tutto un giorno sarebbe finito. E ora no, non lo sono più.

Le infinite gradazioni del nero
e morire in un respiro, in un respiro.

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