Tipo, grazie

Ad Akismet che protegge il mio blog dallo spam (due commenti censurati e uno che attende la mia sentenza lapidaria. Essendo un commento discutibile, lo lascerò nella gogna dell’attesa. Chissà se arriverà prima il mio giudizio o quello di Nostro Signore Gesù Cristo. Io punto tutto sul bianco) e anche a chi mi segnala i lapsus, cui vorrei trovare un perché, ma che ancora non hanno. Certo che la locuzione “perso in persona” potrebbe averne davvero, meno i giovani che tendono al pene che risultano dai miei appunti di latino, altro lapsus recente che sono reticente discutere in pubblico. Eppure. Sarà che qui mi sento come a casa e quindi a disagio. In quanto a disagio, mi affido a cose inventate per catturare l’attenzione dell’uditorio. Se non inventata, la cosa è quantomeno iperbolica, quanto sempre. Ecco, questa è più o meno l’analisi psicanalitica che faccio di me piuttosto spesso. Purtroppo vera, purtroppo non applicabile a questo caso, ho scambiato davvero bene e pene sabato. Subconscio malandrino. Ora, il mio subconscio è stato largamente alimentato dallo spettacolo teatrale di sabato, a metà tra il terribilmente grottesco e il fottutamente geniale. Nonostante abbia corso il rischio di addormentarmi – capitemi, debbo dedicarmi al pene più e più volte nell’arco di ventiquattro ore, non ho tempo di dormire – in un frangente, mi sono sentito invadere da una sensazione di impotenza e inutilità e immanenza che mi ha portato ad apprezzarlo, soprattutto a posteriori. Poi beh, io amo gli animali – sì, anche le scimmie che c’erano sul palco del suddetto spettacolo nel finale, a testimoniare il termine ultimo degli uomini o qualcosa di simile, insomma. Come Aristofane conoscesse/potesse conoscere l’Evoluzionismo, mi è piuttosto oscuro, ma tant’è insomma – ma quelli di taglia grossa tendente all’enorme che perdono litri e litri e litri (forse pure chilogrammi, giacché sicuramente non è una sostanza liquida, ma qualcosa che trascende il fluido) di bava sopra il mio ginocchio, beh, ecco, loro forse li vorrei uccidere a scarpate, tutti insieme, un bel giorno. Fasci e sbavatori appesi, insomma. Fino alle 14, questa era stata la colonna portate della mia giornata di ieri, una chiazza di saliva – non mia. Forse la descrizione di cui sopra non era eccessivamente chiarificatrice in questo senso – ad altezza San Bernardo – la razza canina, non il santo sacro, per quanto fondamentalmente le due altezze collimino – sui jeans. E poi, poi ho visto quella persona. Non Gesù che mi vocazionava, guardavo oltre. L’essere più magnifico che avessi visto in quel giorno – ed era giornata di cani, lo ripeto con vivacità – per quanto occhialuto, mi si parava davanti. E discorreva con altri, giusto per darmi la possibilità di sentire la sua soave voce e valutare la sua ingegnosa scelta di parole e il suo portamento. Beh va beh, il pomeriggio è trascorso nella sua immagine, nella ricerca di uno sguardo ricambiato, nel tentativo di scindere stupore e schifo e pietà e pena e raccapriccio e rovente amore in quello sguardo, ché sicuramente li conteneva tutti, forse in parti uguali, forse non in parti a me congeniali. Sicuramente gli occhiali impedivano al suo amore di travalicare il suo sguardo e raggiungermi, ma poco male, temo. Mi ha pure prestato una penna – con totale nonchalance, giacché la necessitavo davvero ed era l’opzione più vantaggiosa nel rapporto qualità/passi da compiere per ottenerla. Mi ha pure chiesto di che colore la volessi, che dolce. Ho delegato la scelta e ne ho ottenuta una blu – cercando l’arcano significato delle rose blu ho scoperto che non esistono. Beh, il mio amore non è invece falso e tinteggiato, è vero e reale e genuino e trasparente e tale da abbattere ogni frontiera di razza (immagino che rose rozze e razziste ne esistano)  e quindi posso anche accettare, a posteriori, una penna blu come pegno d’amore. Ora, questo è tutto ciò che avrei scritto della suddetta persona se, casualmente, ieri avessi avuto qualcosa da fare e mi fossi invece trovato a scrivere per fuggire ogni altra attività socialmente utile, cosa che mi trovo invece a fare oggi. Ieri ho preferito dormire. Ora sto preferendo intrattenermi in questa attività socialmente ludica allo studio matto e disperatissimo. Purtroppo, oggi non ho visto questa persona e quindi sono immerso in una patina di tristezza – come quella della Simmenthal, solo che la mia non allontana le persone prima che io apra bocca – che mi ha trascinato, per osmosi, qui a scrivere. Chissà se la rivedrò mai più. Chissà se è mai esistita, può essere che io la penna l’abbia rubata ad altrui astuccio, nulla lascia presagire che io l’abbia realmente chiesta a qualcuno. Brividi. Frattanto, news dal Kansas, necessiterei un passaporto valido entro il 31 marzo. O sovverto l’ordine statale precostituito – come mio solito – oppure lo ottengo il giorno dopo, il 32 marzo. In ogni caso:

Renato Soru, ti amo.

Mi trovo a lasciare un post scriptum. Senza premettere “P.s.:”, sono o non sono malefico? Beh, di solito i miei P.s.: sono fasulli e costruiti tavolino, ché non sono mai cose che ho dimenticato di dire sopra, ma sempre cose che mi hanno spinto a scrivere o, addirittura, il vero motivo della comunicazione. Beh, non stavolta, me ne sono dimenticato davvero – come un altro paio di cose non degne di menzione nemmeno in post scriptum e non lo sarebbero nemmeno, temo, se questi scripta fossero molto molto post. – e il punto è che qualcuno è giunto al mio blog cercando “Ris Roma”. Ora, che qualcuno lo cerchi mi sta quasi bene, giacché la Pangea della cultura italiana è davvero nel trapassato e quindi capisco che la sesta stagione dei Ris, pure spostatisi a Roma, siano una grande attrazione. Disturba, ché qualcosa disturba come al solito, che il povero malcapitato, invece del solito sito porno, si sia trovato qui. Brividi.

Una Risposta to “Tipo, grazie”

  1. mantiduzza Says:

    io ti ho trovato cercando “renato soru, porno”.
    è grave?

    :D

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