Vivi la vita, come solo tu sai fare

Solita notazione di una compagna di classe, che ha ben pensato di scrivere perla di cotanta saggezza sulle scarpe della mia compagna di banco, cosicché io mi ricordi di questo post che nasce come un aborto ogni volta che abbasso gli occhi. Solita punizione divina per le mie pessime azioni. Ho pensato quindi a quanto noi si possa decidere della nostra vita e a quanto faccia il resto. Insomma, sono partito per la tangente “Muori la morte” ed è stato un attimo che ho considerato l’assenza dell’aggettivo possessivo dalla prima frase come quantomeno emblematica della nostra pochezza. Della mia pochezza, almeno, giacché altri o non ne soffrono o la nascondono sotto un tappeto o dietro a un titolo che parrebbe inventato. Ho passato la mattina in quella questura bresciana, per il passaporto, ché anche se ormai basta la carta d’identità e il tempo speso in questo senso è stato sprecato, tanto valeva arrivare fino in fondo e non pensarci più fino a che lo smarrirò a un paio di giorni dalla partenza. Com’è giusto e ovvio, in questura c’era una delle mie coscritte americane, di quelle persone che io conosco e che dubito mi conoscano, che non mi salutano e che io non saluto e così via, ma la convivenza forzata in quel casolare e quella che sarà in America ci avvicinerà, ohssì. In più, pare che le nostre madri vadano d’accordo. Brividi. Attesa sterminata e sterminabile, sono uscito attorno alle 11, dopo aver assistito ai tentativi di un anziano di saltare la fila perché ingegnere motorizzato che doveva andare in America, intervento della volante sventato, piantone che non voleva muoversi nemmeno per dell’oro luccicante e pessime scene di rifiuto per meri termini burocratici. Spero di non doverci tornare mai più, in quel brutto posto. Entro bellamente a scuola alle 11.30, affossando la burocrazia che mi avrebbe visto chiuso fuori dopo le 10.45. Ho sovvertito l’ordine precostituito! Di nuovo. Mi son goduto giusto mezz’ora di fisica, appena il tempo di capire che non stavo capendo e poi l’ora di italiano. Altro momento anoressia, ben più tragico – in senso buono e non – di ogni altro mai visto e ben più disarmante. Al solito, mi trovo a non sapere cosa pensare di una situazione che mi tange appena e forse dovrebbe farlo di più, ma forse va bene così. Dose rincarata poi nel pomeriggio, da notizie sentite dire e non recepite per sentito dire, che è un po’ diverso e sono più affidabili se sentite dire. Peccato che non siano buone, da nessun punto di vista. Nemmeno quello egoistico, temo. In un paio di frangenti che hanno frammezzato questa affiatata coppia di momenti, ho potuto rivedere Renato, a piena conferma del fatto che non è mia invenzione – frutto della mia mente malata è certamente il filmino hard che lo riguarda, non altro – ma una persona che esiste o realmente esistita, almeno per un paio di pomeriggi. I nostri sguardi si sono pure incrociati, ma è ben più probabile che gli occhiali le facciano la vista stereoscopica e la mia sia pura immaginazione. Domani Verona, con Los Españoles, con la morte nel cuore, con questo involontario gioco di parole e quel ragionamento involontariamente lesivo della libertà altrui di ledere a sé stessi che feci attorno alle 15.48. Che sono una brutta persona, è risaputo, che io sia un pessimo essere umano, forse volevo evitare di crederlo. Domani sera, per evitare di trascorrere tutta la giornata con Los Españoles e non correre il rischio di imparare lo spagnolo/imparare a vivere (entrambe cose alquanto disdicevoli, mi tengo alla larga da ogni vago richiamo), mi rifugio a una cena famigliarmente allargata, giusto perché le persone che mi stanno intorno siano costrette dalla parentela a rivolgermi la parola, com’è giusto che sia.


Se solo affrontassi la mia vita come la morte, avrei clown, giannizzeri, nani a stupir la tua corte, ma voci imperiose mi chiamano e devo tornare, perché ho un posto da vecchio giullare.

Una Risposta to “Vivi la vita, come solo tu sai fare”

  1. mantiduzza Says:

    son troppo stanca forse. ma dovrò rileggere il post.

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