Costruiremo dei leitimotive coi vostri avanzi

Stamattina, mentre dormivo – a onor del vero, diciamo dormiveglia, sapevo vagamente che ore fossero, mi attraversava le palpebre una luce sgradita proveniente dall’esterno della camera e non dall’esterno e basta e mi fastidiava molto – ho scritto una poesia. Diceva più o meno:

Il contatto umano

che ti stringe/stupra/sciocca/solca piano

ti spinge/sopporta/trasporta/trascende all’estasi

con una sinestesia.

Avevo messo pure tutte le opzioni, quando si dice un sognatore diligente. Ora, erano circa le 9, visto che per la prima volta nella mia vita ho dormito qualcosa come 11 ore – e le pagherò tutte domani, mi addormenterò alle 6.30 per dovermi svegliare prima alle 6.00. Tipico – direi che non ero nemmeno vicino al completamento del mio ciclo di sonno, quindi è lecito avere questi pensieri e soprattutto ricordarseli. Direi che la mia carriera da poetucolo è finita appena prima di iniziare. Il titolo del post, formulato invece da sveglio – questo fa rivalutare la poesia, eh? – sostituisce la parola “molotov” alla citazione del ben meno Sommo poeta, ovviamente c’è gente che arriva al mio blog cercandolo e quindi ora si merita il mio storpiarlo. Lo storpio però con affetto, giacché non è uno storpio. Storpiando uno storpio lo raddrizzerei? Questi sono i dubbi che rendono la mia domenica pomeriggio degna di essere vissuta. O forse no e questi dubbi dovrebbero spingermi in tutt’altro senso, con nullaosta e alle volte pure benestare di qualcuno. Vedremo. Chi vivrà vedrà chi morirà. Ieri mattina, Renato mi ha ignorato, come ha saputo fare solo per il Caso Saatchi, anche se ancora non ha smentito. Non mi ha nemmeno considerato, quindi è sicuramente timidezza, non ha paura a parlare a un comizio per difendersi da Cappellacci -fallendo – ma non riesce a rivolgermi la parola. È ovviamente così che funziona la cosa. Poi, colpito dalla sua struggente disattenzione, smunto, smagrito, stroncato e stronzo,  sono stato in ospedale, per una visita di piacere, non come al solito che il mondo deve ricercare una ragione per cui non sono sano come un pesce a pancia in su, ma c’è una cugina in ospedale che sembra non aver nulla e sta lì in vacanza  – e che vacanza! La finestra dà sulle fabbriche scrostate fatiscenti (questo mi porta a ricordare un aneddoto. Quel giorno che mia madre ha visto una vecchia fabbrica bruttissima e mi ha chiesto perché non la abbattessero e io le ho risposto che l’aggettivo fatiscenti esiste e serve qualcosa da appellare così. Ho anche un futuro da linguista) a ricreare un effetto fenomenale nonché propedeutico alla guarigione, soprattutto se sei sano. Questa è la cugina che stravede per me, per zittire la quale uso parole che non conosce così che stia zitta almeno mentre le cerca sul dizionario. Sono un pessimo cugino, visto che le insegno insulti da usare contro un altro cugino che lei odia e a me sinceramente non ha fatto nulla, anzi, pare una persona tendenzialmente inutile e questo fa sì che sia bene che esista. Ieri sera – dopo una cena in cui ho gustato dei piselli camminando in tondo attorno al tavolo (una di quelle cose che mai avrei pensato avrei fatto nella vita e invece è successo. Tolta questa dalla lista, ci aggiungo “morire”) – ho deciso di avere sedici anni, di guardare un horror di cui poter ridere in un paio di punti, Antropophagus. Anzitutto, non ho ancora capito come si pronuncia – cercando delucidazioni sono finito su un blog abbandonato. Molto tristi i blog abbandonati, soprattutto quando millantano di avere un carattere filosoficosociopoliticoeconomicoscientifico e non puoi far altro che pensare che i redattori siano morti, ché non è possibile che abbiano trascurato tale sontuosa opera. Questo per dire che quando abbandonerò il blog, non sarà perché son morto, ma perché son vivo. – ma, superati i primi settanta minuti che trovo noioso sotto ogni punto di vista, mi sento di poter gridare al capolavoro – lo grido sottovoce, però – per gli ultimi venti minuti. E non solo perché i quattro amici che erano – non al bar, a scanso di malaugurosi equivoci, il numero è per altro simbolico, ché non ho capito quanti fossero, tra morti violente e sospette e mannaie impugnate da giardinieri – non sono più, ma per una questione di puro cannibalismo. Ho pure avuto modo di fare una considerazione utilitaristica sull’antiabortismo, e, a corroborare la tesi che la serata di ieri è stata tendenzialmente fantastica, ho scoperto che la mia storia era più che valevole come metafora del cannibalismo sociale, senza alcuna remora e senza alcuna possibilità di disillusione. Un giorno la scriverò e poi la mangerò. Perché la cellulosa è importante.

Andiamo a farci un bagno e poi scindiamo l’atomo, se vuoi. Sei molto bella amore, sei molto triste amore, andiamo alla deriva e poi spariamo un colpo in aria. Che vuoi che sia?

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