Archive for aprile 2010

Quando si vomita, si vomita soli

25 aprile 2010

Avrei iniziato a scrivere il post suppegiù domenica mattina e concludo ora, accorgendomi che non è concluso, ché pensavo che lo fosse e invece non lo è. Poi, grazie ai magnifici poteri che Gesù, mediante la creazione di wordpress, mi ha conferito, posso retrodatarlo. Sono malefico. Il titolo l’avevo pensato sabato sera, poi l’avevo dimenticato e me lo sono ricordato lunedì. E ne ho pure un altro. Ancora più malefico.

Essendo la domenica giorno di grande condivisione e di maggiore boria di noi, mi è venuta una pazza voglia di mettermi a scrivere. Avrei qualche soggetto, ma, sebbene siano degni di poca attenzione, quest’oggi non mi va nemmeno di dedicare loro la mia pochezza, preferisco concentrarla su di me, in attesa di non si sa bene cosa, con come unico obiettivo quello di arrivare salvo (no sano) a sera, ché a quel punto la domenica sarà portata a casa e così tutta la settimana prossima. Fino a domenica. Vedremo. Sono da suppergiù da 148 ore – il calcolo l’ho fatto mentalmente, giacché in una situazione normale l’avrei fatto fare a Google, ma non sono in una situazione normale da un sacco di tempo ormai. E, a questo giro, mi riferisco alla connessione. – senza una connessione a Internet, una porta Ethernet sul mondo, un cavo che mi colleghi all’albero della vita, un midollo osseo che garantisca la presenza di sangue nelle mie vene, un parente caro che mi dedica un sacco d’amore senza ragione – amore sragionato di cui, per altro, ho vagamente non-bisogno – dell’acqua in un deserto, un cantico in una pena, la pazzia nella pazzia, e così via. Ci sarebbe da capire come ho fatto a sopravvivere, avendo io fuggito uno studio matto e disperatissimo, sebbene forse poteva alle volte servire, avendo io speso solo qualche ora più del solito fuori casa – niente paura, non c’era il sole ed ero obbligato – avendo io dormito meno del solito e certamente peggio, e così via. Non si capisce proprio. Il punto è che son qui, pronto ad apprestarmi alla mia domenica peggiore della storia – ho avuto un mezzo flash. Nel 2007 il mio compleanno è caduto di domenica, mentre nel 2005 è stato il turno del Natale. Nessuno dei due è caduto con sufficiente pesantezza da pensare di non tornare mai più, ma certamente ho trovato altre due domeniche peggiori della corrente – approcciandola come la peggiore della storia quando, alla luce delle nuove scoperte etnicogeologiche, è almeno terza in classifica, checché accada. Checché accada. Checché può accadere? Paura. Urge diventare epicureo. Orbene, nella foga della condivisione, che ancora non mi ha portato a nulla, non ho citato l’aspetto cardine di questa settimana. Ho vomitato, conato più, conato meno, sei volte, con uno pure represso, che mi ha condotto a quest’ultima notte di attitudine e natura piuttosto canina e mi ha condotto qui a scrivere con, letteralmente e meno letteralmente, lammerda nello stomaco. È tra le cose che trovo più fastidiose al mondo, vomitare. Eppure, ho avuto la balzana idea di accingermi a pasteggiare da un amico, rifiutando sgarbatamente solo alcune cose e mi son trovato in qualche ora in una sorta di canale inutilizzato a fare ciao con la manina alla gastrina. Lei non mi ha salutato, sempre per dovere di cronaca. Questo mercoledì, volevo tenere la cosa nascosta ai miei, ché non mi piace essere trattato da malato, soprattutto quando non lo sono, e l’ultimo conato è arrivato in macchina sulla strada verso casa. Io c’ho provato. Giustamente, ieri sera ho bissato, senza ragione apparente, almeno credo, giacché non chiedo una lista di ragioni al mio stomaco, gli dedico una lista di insulti poi. Stavolta ho fuggito il controllo di madre, con successo. È una cosa che ho conquistato. Un obiettivo raggiunto. Dovremmo festeggiare! Oppure no, ecco. Altra questione speculare ai miei sali biliari che corrodono grassi liberi per l’atmosfera, sarebbe un taglio che mi son fatto venerdì, tagliando del formaggio. Un taglio netto, un solco scavato nella pelle da un lato e completato uscendo dall’altro. Ecco perché la mia scrittura è particolarmente zoppicante, se usassi il medio della mano sinistra per scrivere ne soffrirei. Povero cucciolo. Altro, insomma, non c’è, giusto per stabilire e garantire quanto io in realtà dipenda da quel me che circola online. Il tutto, ovviamente, senza cognizione né di causa né di effetto. Poca voglia di finire, finendo. Meglio fare FINE.

Cari fartelli dell’altra sponda, cantammo in coro giù sulla terra, amammo in cento l’identica donna, partimmo in mille per la stessa guerra. Questo ricordo non vi consoli, quando si muore, si muore soli.

Riconoscerò il sapore tiepido di un suicide

18 aprile 2010

Almeno spero. Perché sennò, diventa tutto tempo buttato, e quello speso a vivere, e quello a organizzare la mia morte, e quello a procrastinarla, e quello che ho rubato agli altri, e quello che rubo a te/voi/me scrivendo e leggendo qui quando sembra quasi non ce ne sia più modo e ragione e mezzo. Orbene, tipica domenica mattina di un caldo e nevoso aprile, piove a dirotto, ma l’acqua non arriva così copiosa a terra, non so bene che fine faccia, ma le pozzanghere hanno solo qualche chiazza concentrica qui e là. C’è da capire come si formano le pozzanghere se non piove a dirotto, ma io preferisco sostenere che davanti ai verbi che riguardano il meteo ci vada l’ausiliare essere che pensare a perché piove – cosa che, per altro, non so. È, appunto, una tipica giornata, tanto che, a colazione, mentre assaporavo il tiepido suicidio, ho realizzato che, forse forse, la pioggia un po’ mi intristisce. Meno del sole, certo, ma, per dire, più di una pioggia di lingue di fuoco che vada a distruggere il mondo. Al momento, sto scrivendo per occupare il tempo, mi separa circa un’ora dall’arrivo dell’amichetto con cui alle volte, soprattutto nelle scarne giornate domenicali, vado a teatro e fino ad allora non c’è nessuna attività che io possa iniziare a praticare se non, appunto, questa, ch’è comunque fine a sé stessa e quindi inutile. Non scrivevo da giorni, fisicamente e non, e non sono ancora riuscito a discernerne le ragioni, forse sono qui anche per questo, ci sta che l’entusiasmo iniziale sia andato a fare una danza della pioggia in un paese in cui piovono lingue di fuoco, ma non ci sta che sia durato due mesi. Insomma, La certezza di ogni novità è il senso di abitudine, già dalla sua metà. Non si capisce proprio come io abbia fatto a reggere due mesi, a scrivere cose che rilette a distanza di due mesi non solo non mi detronizzavano da me, ma nemmeno mi facevano soffrire – in larga parte – e non riesco a capire perché la cosa debba essere finita. O perché sia iniziata due mesi fa, nessun bisogno di attenzione e d’amore troppo se mi vuoi bene piangi, nessuna necessità di gratificazione – o meglio, quella sempre, ma non da ricercare così, soprattutto perché, il più delle volte, mi manca quella personale e si vocifera che io sia più importante per me di, per dire, te – nessuna voglia indomita di mettermi alla berlina, ch’è quello che faccio, con le dovute proporzioni e considerazioni, nessuna simpatia eccessiva per wordpress e le sue colonnine e i suoi font e così via, solo una semplice voglia di sentire le dita battere sulla tastiera, ché se battono così, o seguono i pensieri e quindi forse tanto male non è, o li precedono e quindi scrivo cose decenti. In ogni caso, ma veramente in ogni caso, perché il tempo ci sfugge, ma il segno del tempo rimane, perché la storia, a meno di particolari condizioni quali, ad esempio, la necessità di essere sdoganato, ma soprattutto perché il mio passato non è scritto nei libri di storia e quindi non si può cambiare perché nessuno l’ha codificato, sono stato a un diciottesimo. Potrei dire il primo, ché l’invito me lo sono guadagnato/gratificato/gessificato/(quasi) giocato/guardato e rimirato/gioito e così via. Questo era, non come lo scorso, un invito quasi sentito dall’invitante, configuratosi come tappabuchi nella sua vita, ma nello specifico, è questo che ho apprezzato, più che altro. Che poi, da tappabuchi, penso di avere un futuro e un passato. Il presente, in senso stretto, da tappantebuchi. L’ambito è sempre quello. In ogni caso, una bella serata, o meglio, mi son divertito, che è un po’ diverso, e probabilmente, per un assioma con svariate estensioni e per varie altre considerazioni fatte da me e pure da altri, non dovrei scriverne. Però, comunque, tentare di convincere, armato dell’unica frase di Nietzsche, un fervente cattolico a diventare un fervente e basta, è stato bello ed emozionante e inteso e interessante, per quanto io abbia fallito, soprattutto nel vano tentativo di capire chi mi ricordasse quella faccia da schiaffi. Perché era proprio così, aveva una faccia da schiaffi, ben prima che lo scoprissi come cattolico praticante. Comunque, non ce l’ho fatta, non ce l’ho fatta nemmeno a gustarmi la meringata ché era, a tratti, fenomenale, ma fondamentalmente guastata dalla presenza di corpi alieni e certamente estranei e all’albume e allo zucchero – unici ingredienti che dovrebbero sfiorare una meringata, insieme alla mia forchetta, alla mia saliva e alle fruste per farla, ecco – che qualcuno ha tentato di definire frutta, in modo palesemente sedicente. Fragole, che avrebbero potuto condurmi alla morte per shock anafilattico, non ne ho trovate. Sempre, come dire, peccato.

Voglio cercare la mia alternativa, è la scossa più forte che ho.

Solo mi piacerebbe conoscerne le ragioni

16 aprile 2010

Ecco tutto.

Per chi suona la campana?

13 aprile 2010

È un po’ che ho in mente questo post, un po’ piuttosto vago, giacché per me la condizione necessaria e sufficiente per partorire un post è dare alla luce un titolo, allattarlo, mandarlo a scuola, etc, cosa che tutto sommato ho saputo fare, sebbene il mio titolo sia copiato (un figlio poser, cazzo!) dalla traduzione di un altro titolo che io per altro non conosco in lingua originale perché sono un idiota. Ora, la risposta era suppergiù, al contrario di quella che ha dato un qualche poeta (che pure l’ha formulata, l’arte delle domande retoriche è, accanto a quella della minzione, la mia preferita), diciamo Donne, che diciamo pure starmi vagamente sulle palle, così a pelle, Non curartene, di certo non suona per te. Banale, ma difficilmente sentirò le mie campane funebri squillare e chiamare a raccolta uno stuolo di persone che mi accolgono e accompagnano verso l’eternità. Difficilmente sentiranno comunque le campane funebri gli avventori del mio funerale, francamente. Non sono nemmeno così sicuro che Donne si riferisse a quello, ma, sinceramente, la sua opinione conta per me quanto un istmo, ché sono un’isola. Non una autarchica, una con un porto, ecco. Io non so quanto breve sia da qui il passo al cinismo, giacché io non penso di partire nemmeno da qui, ma in caso di poterci andare, con un po’ di impegno, certo è che alle volte soggiaccio  anche grazie al cinismo e questo implica forse che non sia vero e sia forse un velo falso o una coltre o una patina o una tenda o una finestra aperta. Attraverso cui io non guardo, per altro, ché qui dentro è tutto così mio e là fuori pare tutto una penisola. Ora, il punto è un altro, ché qua sopra non ne ho forniti nemmeno dei surrogati, bensì alcuni vaghi esempi di idiozie che potessero essere, in qualche modo, propedeutiche a vedere le mie dita battere sui tasti aspettando che ritornasse la magia o la finzione o l’illusione o chessò io, ma quel flusso ininterrotto da interrompere che alle volte mi ha permesso di scrivere qui. Perché una volta era così, partivo da un’idea e, per quanto banale fosse, con i collegamenti più astrusi, inventando parole che fossero utili al mio scopo, e così via, arrivavo a oltre 700 e poi ne ero quasi fiero, ché c’avevo riflettuto poco e se c’avevo riflettuto non era stato in corso d’opera e in sede d’esame, ma precedentemente, in modo spesse volte inconscio e quasi sempre vano e soprattutto senza ragione o cognizione di causa. Ed era bello, era bello anche poi rileggere e rileggermi e alle volte stupirmi e spesse volte vergognarmi, ma chissenefrega, delle persone che non conosco mi leggono giusto dei paranoici o gente che ha il coraggio di cercare aberrazioni su Google, quindi, in fondo, se lo merita. Ultimamente, pare non essere così, pare non essere così dall’Abruzzo, da quel post scritto mentre ero là, da quell’altro scritto mentre ero quà (che vuole essere una fusione tra là e qua volto a indicare che stavo andando là partendo da qua e non altro) che ho brutalmente censurato e stracciato e distrutto e bruciato e riciclato e convertito in carta igienica perché a metà aveva fastidiato me, figurarsi qualcuno che non ha vissuto tali emozionanti eventi in prima persona e non può gioire del ricordo delle sensazioni provate e godere del magico deja-vu che si crea. Quindi mi trovo qui, millemila asparagi e due kiwi dopo aver iniziato a scrivere, ancora senza scopo o destinazione o motivo o campane da sentire o cinismo da trattare o anoressia da stigmatizzare o coerenza da supportare o persone da insidiare o caloriferi da lasciar ad asciugare, senza nulla, con nulla, con una vaccinazione alle porte, ché compiuto il sedicesimo anno di età, oltre a un sacco di responsabilità quali quelle che io fuggo e schifo (nota, volevo scrivere “schivo”, per caso mi sono accorto dell’errore. Vai subconscio, sii me!), si giunge al richiamo delle vaccinazioni, ché è facoltativo, ma fondamentalmente l’opuscolo informativo ti augura la rosolia in caso che tu, informato, decida di non sottoporti. In caso io muoia di Gullian-Barré (anni di Dr. House e ho imparato a scriverlo ora. Buono), ci sono un sacco di questioni in sospeso nella mia vita con cui eviterò di tediarvi, ma soprattutto di tediarmi, ché, come scrissi in altri loci, quando resoconto un qualcosa, poi ne soffro inutilmente. Ecco, ho sbarcato le 700 parole e va bene così, senza senso.

Aspetto felice la partenza e spero di non tornare mai più.

Then why, why do I waste my time?

5 aprile 2010

A questo, parafrasando i i Killers, fondamentalmente – accezione personalizzata – pensavo questa mattina, mentre spalavo della terra – emblematico, al solito, è che io faccia spontaneamente seguire al verbo “spalare” in ogni suo modo e tempo la parola “merda”. Quello è arrivato dopo – per andare a riempire una boca di cui non sono proprio riuscito a capire altro. Non che mi interessasse eccessivamente, ero attratto dal badile. Certo era e certo è che sentivo con insistenza il pressante pensiero che stavo sprecando la mia vita – nella canzone ci si riferisce a un tu, non so quanto generico, io mi riferisco a un io, più che mai generico. Essendo il sesso degli angeli un argomento che ho esaurito con me stesso da parecchio tempo a questa parte – argomento principe e pensiero fisso dell’estate scorsa, valso, in modo totalmente coerente con sé stesso e con mé stesso, solo a farmene sprecare altro piangendomi – alle volte pure letteralmente, questo sempre per la cronaca, ché se poi al resoconto finale dovrò ricordarmi di quando ho pianto, non avrò le date, ma avrò i periodi – addosso. Ciò che mi ha permesso di restare in pigiama costantemente dal 15 giugno al 19 luglio e poi dal 21 luglio sino alla fine del mese. La scelta era chiaramente volta a raccogliere le lacrime tutte lì, ché mi scocciava inzuccherare  altri abiti se non all’occorrenza. Il tutto perché, si sa, è bello passare le giornate in pigiama, meno spenderci la vita. Qui non sono in pigiama, qui giusto faccio cose, senza vedere gente che meriti la posa di uno sguardo, sposto legna, buco prepotentemente muri, inchiodo chiodi, salgo scale, scendo scale, taglio inutili appendici agli alberi – sentendomi quanto più ipocrita possibile – presenzio pranzi a cui pranzo poco e male e a cui certamente non vorrei essere presente, e così via. Checché ne dica il prozio abruzzese trapiantato in Lombardia e poi ritrapiantato in Abruzzo (? la storia per bene non la ricordo e lungi da me volerla sentire per la quarantasettesima volta) e checché ne dicesse Mao (questa potrebbe essere un’invenzione del prozio, però, ha un talento per queste cose, quasi mi concorre, non credo il lavoro nobiliti l’uomo, al massimo lo rende libero e, in caso, io non sono un uomo. Da qui il resto, da qui i funesti pensieri  brandendo il badile, da qui il pensare a cos’altro potrei fare e ritenere che c’è comunque di peggio che forse la sto sprecando nel migliore dei modi – sì, alle volte, nel mio riflettere sulle peggio boiate, mi impegno e raggiungo livelli inenarrabili. Ecco, semplicemente no. Poi inizia il pranzo di Pasquetta, quello che si dovrebbe passare con gli amici, attorno alle 11, ché c’era un sacco da preparare e così via.  Questo è stato foriero di due frasi, portatrici a loro volta di nefandezze: 1) “Basta così, dai, continuiamo domani”. Ora, s fossi vagamente coerente con me – il fatto che io non lo sia va a supportare tesi non rivelatemi – passerei del tempo nel letto ogni mattina alla ricerca di motivazioni per alzarmi, qualcosa che possa sottrarmi al torpore, ma anche qualcosa che tenti di sottrarmi alla morte. Ragion per vivere, o per non morire, non collimano, ma uno si accontenta, io, che mi pento più o meno dopo ogni respiro, ne ho un po’ poche solitamente. E non so se le poche che ho sono valevoli di tale titolo, o se ingigantisco qualcosa o la cosa, o se trascuro l’importanza di altro – involontariamente? – e non so se sia bello o necessario vivere nella loro totale assenza e non fremo per scoprirlo. Quello che è certo è che non ne avrò domani, maledetto badile – ho banalizzato, ché solo questo so fare. 2) “Sei contento di esserti guadagnato la bistecca anche oggi?” A cui ho risposto “Sarà, ma a me pare di starla rubando”, ché è proprio così, uscendo dalla metonimia di una bistecca che nemmeno era prevista per pranzo. Mi sento incredibilmente e indelebilmente privilegiato per le cose discrete – termine che vuole abbracciare, per altro forse inutilmente, ché un range così grande mi sa che non è necessario, tutte le cose definibili, più o meno, da accettabili a senzazionali – che mi accadono e, al contempo, essendo profondamente convinto che nulla mi sia dovuto, non credo nemmeno che ci sia qualcosa che mi spetti o aspetti per quanto io forte possa volerlo o desiderarlo o prodigarmi perché accada (cosa che non si verifica molto spesso, ma è sempre bene considerare ogni opzione). E questo vale per tutto e va certamente oltre l’essere un “mangiapane a tradimento che è una condizione che colpisce e coinvolge e travolge molti. Questo è un po’ tutto, passerò il resto del pomeriggio a contemplare il mio futuro da dietro un velo di lacrime. Sì, altra boiata, e neppure banalizzata, giacché, ultimamente, nel futuro non riesco proprio a vedermici.

-Guarda che qui, non dai fastidio a nessuno- -Do fastidio a me-

1 aprile 2010

È sempre bello parlare con mio padre. Bello e stimolante, sento le mie capacità intellettive rinvigorirsi, alle volte vigorirsi e basta, altre sminuirsi perché inutilizzate, in quel particolare frangente. Orbene, la frase sembra il culmine di un litigio, ma temo non lo sia, e perché io non so litigare, e perché l’ho detta, sebbene in pieno conflitto con me stesso, con la maggiore calma zen di cui io e la mia voce e le mie labbra che se sono arrabbiato tremano (falso) e le mie gambe che tendono ad assorbire l’ira repressa scalpitano (falso) siamo riusciti a produrre. Siamo, siamo in tanti qui dentro. E per fortuna, così ho una buona ragione per non essere coerente, un’altra per essere stronzo, un’altra ancora per essere vecchio e così via, per qualsiasi aggettivo possa venirvi in mente di affibbiarmi: non è tutta colpa mia. Io che scrivo sono quello accidioso. Ora, sembra che andrò in vacanza, non sembrava così quando questa mattina mi sono alzato, ne aveva già un po’ più le sembianze quando, una manciata di secondi dopo, mia madre mi ha detto che la sua zia con la casa al mare aveva chiamato perché andassimo tutti, da buona famigliola felice quale non siamo, al mare con loro, che portassimo le loro sorelle, e i cani, e gli animali, e i figli di alcuni che avrebbero fatto il viaggio con gli animali, il tutto per ricreare un felice giardino dell’Eden in cui poi spassarsela in attesa che qualcuno si imbattesse in una mela particolarmente rossa, particolarmente succosa – bello poter dire che è una mela è succosa senza averla assaggiata, proprio bello, brava Grimilde – la mangiasse e succedesse il casino che qualcuno chiama mondo. Ora, le cose sono un po’ cambiate da allora, ché tutte le zie hanno rifiutato, i miei genitori vogliono andare quanto vogliono che io mi sgozzi giocando a tennis, quindi sono rimasto solo io, per il mio prozio e la mia prozia preferita – falso? non lo so, sono ancora troppi perché decida – questi millemila chilometri e pure tanti altri, a piedi. Ora fervono i preparativi, fervono le persone, fervono pure le persiane, giacché andrò in Abruzzo (per i geografolesi – che io capitaneggio, sempre per la cronaca – l’Abruzzo è un po’ lontano dalla Lombardia – per i cerebrolesi, io risiedo in Lombardia), prenderò solo soletto un trenino che nella bellezza di sei ore e una manciata di minuti mi porterà in quel surrogato di Eden mostrato dalla pubblicità dell’Enel. Là sarà tendenzialmente bellissimo, ché c’è il mare e tanto mi basta, francamente. Saranno bellissime anche le sei ore di treno, ché io adoro il treno e se andasse avanti indietro per il mondo sempre, probabilmente andrei a morirci. Altro al momento non so, se non che è altamente probabile che io mi debba convertire per cinque giorni cinque a una vita ad alto contenuto bucolico, con ulivi da potare, campi da annaffiare, damigiane da riempire, damigiane da svuotare (no senso metaforico, bevo tanto vino quanto è aguzza la racchetta da tennis che non possiedo), spiagge di sassi da battigiare e tante altre belle cose che accadono solo in Abruzzo. Non avrò il mio blog, là, non avrò qualcuno di voi che legge – a qualcuno cercherò di palesarmi, giusto per far insorgere in voi gelosie fratricide che mi lasceranno come unica persona al mondo. Essendo io per altro un soggetto solipsistico, è un casino non curarmi di un mondo eterno che non esiste – non avrò una vita insomma. Avrò finalmente di che parlare, forse. Ho appena realizzato che trascorrerò l’ora della morte di Nostro Signore Gesù Cristo in treno. Triste che il cielo si oscurerà e io non potrò ammirarlo con garbo sgarbato come faccio solitamente quando accade. Da che ho iniziato a scrivere il post è passata qualche ora, l’ho fatto in modo frammentario e refrattario, ma l’ho fatto e ora la partenza ha quest’alone di pesce d’aprile – miggesùchestaiagonizzandoincrocementreiostoquisedutoaspassarmela, solo ora ho realizzato che davvero oggi è il primo aprile (tardino farlo alle 23.10) e che quindi questo potrebbe essere uno scherzone (per quelli di voi che ne sarebbero toccati) la mia partenza. No, è vero. Però oggi è veramente il primo aprile, non posso che essere contento di non essere a scuola. – che non le si confa  molto. Vedremo, se torno, merito insulti spioventi a non finire.

There’s someone in my head, but it’s not me.