Then why, why do I waste my time?

A questo, parafrasando i i Killers, fondamentalmente – accezione personalizzata – pensavo questa mattina, mentre spalavo della terra – emblematico, al solito, è che io faccia spontaneamente seguire al verbo “spalare” in ogni suo modo e tempo la parola “merda”. Quello è arrivato dopo – per andare a riempire una boca di cui non sono proprio riuscito a capire altro. Non che mi interessasse eccessivamente, ero attratto dal badile. Certo era e certo è che sentivo con insistenza il pressante pensiero che stavo sprecando la mia vita – nella canzone ci si riferisce a un tu, non so quanto generico, io mi riferisco a un io, più che mai generico. Essendo il sesso degli angeli un argomento che ho esaurito con me stesso da parecchio tempo a questa parte – argomento principe e pensiero fisso dell’estate scorsa, valso, in modo totalmente coerente con sé stesso e con mé stesso, solo a farmene sprecare altro piangendomi – alle volte pure letteralmente, questo sempre per la cronaca, ché se poi al resoconto finale dovrò ricordarmi di quando ho pianto, non avrò le date, ma avrò i periodi – addosso. Ciò che mi ha permesso di restare in pigiama costantemente dal 15 giugno al 19 luglio e poi dal 21 luglio sino alla fine del mese. La scelta era chiaramente volta a raccogliere le lacrime tutte lì, ché mi scocciava inzuccherare  altri abiti se non all’occorrenza. Il tutto perché, si sa, è bello passare le giornate in pigiama, meno spenderci la vita. Qui non sono in pigiama, qui giusto faccio cose, senza vedere gente che meriti la posa di uno sguardo, sposto legna, buco prepotentemente muri, inchiodo chiodi, salgo scale, scendo scale, taglio inutili appendici agli alberi – sentendomi quanto più ipocrita possibile – presenzio pranzi a cui pranzo poco e male e a cui certamente non vorrei essere presente, e così via. Checché ne dica il prozio abruzzese trapiantato in Lombardia e poi ritrapiantato in Abruzzo (? la storia per bene non la ricordo e lungi da me volerla sentire per la quarantasettesima volta) e checché ne dicesse Mao (questa potrebbe essere un’invenzione del prozio, però, ha un talento per queste cose, quasi mi concorre, non credo il lavoro nobiliti l’uomo, al massimo lo rende libero e, in caso, io non sono un uomo. Da qui il resto, da qui i funesti pensieri  brandendo il badile, da qui il pensare a cos’altro potrei fare e ritenere che c’è comunque di peggio che forse la sto sprecando nel migliore dei modi – sì, alle volte, nel mio riflettere sulle peggio boiate, mi impegno e raggiungo livelli inenarrabili. Ecco, semplicemente no. Poi inizia il pranzo di Pasquetta, quello che si dovrebbe passare con gli amici, attorno alle 11, ché c’era un sacco da preparare e così via.  Questo è stato foriero di due frasi, portatrici a loro volta di nefandezze: 1) “Basta così, dai, continuiamo domani”. Ora, s fossi vagamente coerente con me – il fatto che io non lo sia va a supportare tesi non rivelatemi – passerei del tempo nel letto ogni mattina alla ricerca di motivazioni per alzarmi, qualcosa che possa sottrarmi al torpore, ma anche qualcosa che tenti di sottrarmi alla morte. Ragion per vivere, o per non morire, non collimano, ma uno si accontenta, io, che mi pento più o meno dopo ogni respiro, ne ho un po’ poche solitamente. E non so se le poche che ho sono valevoli di tale titolo, o se ingigantisco qualcosa o la cosa, o se trascuro l’importanza di altro – involontariamente? – e non so se sia bello o necessario vivere nella loro totale assenza e non fremo per scoprirlo. Quello che è certo è che non ne avrò domani, maledetto badile – ho banalizzato, ché solo questo so fare. 2) “Sei contento di esserti guadagnato la bistecca anche oggi?” A cui ho risposto “Sarà, ma a me pare di starla rubando”, ché è proprio così, uscendo dalla metonimia di una bistecca che nemmeno era prevista per pranzo. Mi sento incredibilmente e indelebilmente privilegiato per le cose discrete – termine che vuole abbracciare, per altro forse inutilmente, ché un range così grande mi sa che non è necessario, tutte le cose definibili, più o meno, da accettabili a senzazionali – che mi accadono e, al contempo, essendo profondamente convinto che nulla mi sia dovuto, non credo nemmeno che ci sia qualcosa che mi spetti o aspetti per quanto io forte possa volerlo o desiderarlo o prodigarmi perché accada (cosa che non si verifica molto spesso, ma è sempre bene considerare ogni opzione). E questo vale per tutto e va certamente oltre l’essere un “mangiapane a tradimento che è una condizione che colpisce e coinvolge e travolge molti. Questo è un po’ tutto, passerò il resto del pomeriggio a contemplare il mio futuro da dietro un velo di lacrime. Sì, altra boiata, e neppure banalizzata, giacché, ultimamente, nel futuro non riesco proprio a vedermici.

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