Riconoscerò il sapore tiepido di un suicide

Almeno spero. Perché sennò, diventa tutto tempo buttato, e quello speso a vivere, e quello a organizzare la mia morte, e quello a procrastinarla, e quello che ho rubato agli altri, e quello che rubo a te/voi/me scrivendo e leggendo qui quando sembra quasi non ce ne sia più modo e ragione e mezzo. Orbene, tipica domenica mattina di un caldo e nevoso aprile, piove a dirotto, ma l’acqua non arriva così copiosa a terra, non so bene che fine faccia, ma le pozzanghere hanno solo qualche chiazza concentrica qui e là. C’è da capire come si formano le pozzanghere se non piove a dirotto, ma io preferisco sostenere che davanti ai verbi che riguardano il meteo ci vada l’ausiliare essere che pensare a perché piove – cosa che, per altro, non so. È, appunto, una tipica giornata, tanto che, a colazione, mentre assaporavo il tiepido suicidio, ho realizzato che, forse forse, la pioggia un po’ mi intristisce. Meno del sole, certo, ma, per dire, più di una pioggia di lingue di fuoco che vada a distruggere il mondo. Al momento, sto scrivendo per occupare il tempo, mi separa circa un’ora dall’arrivo dell’amichetto con cui alle volte, soprattutto nelle scarne giornate domenicali, vado a teatro e fino ad allora non c’è nessuna attività che io possa iniziare a praticare se non, appunto, questa, ch’è comunque fine a sé stessa e quindi inutile. Non scrivevo da giorni, fisicamente e non, e non sono ancora riuscito a discernerne le ragioni, forse sono qui anche per questo, ci sta che l’entusiasmo iniziale sia andato a fare una danza della pioggia in un paese in cui piovono lingue di fuoco, ma non ci sta che sia durato due mesi. Insomma, La certezza di ogni novità è il senso di abitudine, già dalla sua metà. Non si capisce proprio come io abbia fatto a reggere due mesi, a scrivere cose che rilette a distanza di due mesi non solo non mi detronizzavano da me, ma nemmeno mi facevano soffrire – in larga parte – e non riesco a capire perché la cosa debba essere finita. O perché sia iniziata due mesi fa, nessun bisogno di attenzione e d’amore troppo se mi vuoi bene piangi, nessuna necessità di gratificazione – o meglio, quella sempre, ma non da ricercare così, soprattutto perché, il più delle volte, mi manca quella personale e si vocifera che io sia più importante per me di, per dire, te – nessuna voglia indomita di mettermi alla berlina, ch’è quello che faccio, con le dovute proporzioni e considerazioni, nessuna simpatia eccessiva per wordpress e le sue colonnine e i suoi font e così via, solo una semplice voglia di sentire le dita battere sulla tastiera, ché se battono così, o seguono i pensieri e quindi forse tanto male non è, o li precedono e quindi scrivo cose decenti. In ogni caso, ma veramente in ogni caso, perché il tempo ci sfugge, ma il segno del tempo rimane, perché la storia, a meno di particolari condizioni quali, ad esempio, la necessità di essere sdoganato, ma soprattutto perché il mio passato non è scritto nei libri di storia e quindi non si può cambiare perché nessuno l’ha codificato, sono stato a un diciottesimo. Potrei dire il primo, ché l’invito me lo sono guadagnato/gratificato/gessificato/(quasi) giocato/guardato e rimirato/gioito e così via. Questo era, non come lo scorso, un invito quasi sentito dall’invitante, configuratosi come tappabuchi nella sua vita, ma nello specifico, è questo che ho apprezzato, più che altro. Che poi, da tappabuchi, penso di avere un futuro e un passato. Il presente, in senso stretto, da tappantebuchi. L’ambito è sempre quello. In ogni caso, una bella serata, o meglio, mi son divertito, che è un po’ diverso, e probabilmente, per un assioma con svariate estensioni e per varie altre considerazioni fatte da me e pure da altri, non dovrei scriverne. Però, comunque, tentare di convincere, armato dell’unica frase di Nietzsche, un fervente cattolico a diventare un fervente e basta, è stato bello ed emozionante e inteso e interessante, per quanto io abbia fallito, soprattutto nel vano tentativo di capire chi mi ricordasse quella faccia da schiaffi. Perché era proprio così, aveva una faccia da schiaffi, ben prima che lo scoprissi come cattolico praticante. Comunque, non ce l’ho fatta, non ce l’ho fatta nemmeno a gustarmi la meringata ché era, a tratti, fenomenale, ma fondamentalmente guastata dalla presenza di corpi alieni e certamente estranei e all’albume e allo zucchero – unici ingredienti che dovrebbero sfiorare una meringata, insieme alla mia forchetta, alla mia saliva e alle fruste per farla, ecco – che qualcuno ha tentato di definire frutta, in modo palesemente sedicente. Fragole, che avrebbero potuto condurmi alla morte per shock anafilattico, non ne ho trovate. Sempre, come dire, peccato.

Voglio cercare la mia alternativa, è la scossa più forte che ho.

2 Risposte to “Riconoscerò il sapore tiepido di un suicide”

  1. magamagò Says:

    tutto merito (o tutta colpa, se vuoi) della camicia, secondo me.

  2. Eleo Says:

    Bel post. Non sapevo ti piacesse De André.E se non ti piace, beh allora bella citazione.

    Eleonora.

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