Quando si vomita, si vomita soli

Avrei iniziato a scrivere il post suppegiù domenica mattina e concludo ora, accorgendomi che non è concluso, ché pensavo che lo fosse e invece non lo è. Poi, grazie ai magnifici poteri che Gesù, mediante la creazione di wordpress, mi ha conferito, posso retrodatarlo. Sono malefico. Il titolo l’avevo pensato sabato sera, poi l’avevo dimenticato e me lo sono ricordato lunedì. E ne ho pure un altro. Ancora più malefico.

Essendo la domenica giorno di grande condivisione e di maggiore boria di noi, mi è venuta una pazza voglia di mettermi a scrivere. Avrei qualche soggetto, ma, sebbene siano degni di poca attenzione, quest’oggi non mi va nemmeno di dedicare loro la mia pochezza, preferisco concentrarla su di me, in attesa di non si sa bene cosa, con come unico obiettivo quello di arrivare salvo (no sano) a sera, ché a quel punto la domenica sarà portata a casa e così tutta la settimana prossima. Fino a domenica. Vedremo. Sono da suppergiù da 148 ore – il calcolo l’ho fatto mentalmente, giacché in una situazione normale l’avrei fatto fare a Google, ma non sono in una situazione normale da un sacco di tempo ormai. E, a questo giro, mi riferisco alla connessione. – senza una connessione a Internet, una porta Ethernet sul mondo, un cavo che mi colleghi all’albero della vita, un midollo osseo che garantisca la presenza di sangue nelle mie vene, un parente caro che mi dedica un sacco d’amore senza ragione – amore sragionato di cui, per altro, ho vagamente non-bisogno – dell’acqua in un deserto, un cantico in una pena, la pazzia nella pazzia, e così via. Ci sarebbe da capire come ho fatto a sopravvivere, avendo io fuggito uno studio matto e disperatissimo, sebbene forse poteva alle volte servire, avendo io speso solo qualche ora più del solito fuori casa – niente paura, non c’era il sole ed ero obbligato – avendo io dormito meno del solito e certamente peggio, e così via. Non si capisce proprio. Il punto è che son qui, pronto ad apprestarmi alla mia domenica peggiore della storia – ho avuto un mezzo flash. Nel 2007 il mio compleanno è caduto di domenica, mentre nel 2005 è stato il turno del Natale. Nessuno dei due è caduto con sufficiente pesantezza da pensare di non tornare mai più, ma certamente ho trovato altre due domeniche peggiori della corrente – approcciandola come la peggiore della storia quando, alla luce delle nuove scoperte etnicogeologiche, è almeno terza in classifica, checché accada. Checché accada. Checché può accadere? Paura. Urge diventare epicureo. Orbene, nella foga della condivisione, che ancora non mi ha portato a nulla, non ho citato l’aspetto cardine di questa settimana. Ho vomitato, conato più, conato meno, sei volte, con uno pure represso, che mi ha condotto a quest’ultima notte di attitudine e natura piuttosto canina e mi ha condotto qui a scrivere con, letteralmente e meno letteralmente, lammerda nello stomaco. È tra le cose che trovo più fastidiose al mondo, vomitare. Eppure, ho avuto la balzana idea di accingermi a pasteggiare da un amico, rifiutando sgarbatamente solo alcune cose e mi son trovato in qualche ora in una sorta di canale inutilizzato a fare ciao con la manina alla gastrina. Lei non mi ha salutato, sempre per dovere di cronaca. Questo mercoledì, volevo tenere la cosa nascosta ai miei, ché non mi piace essere trattato da malato, soprattutto quando non lo sono, e l’ultimo conato è arrivato in macchina sulla strada verso casa. Io c’ho provato. Giustamente, ieri sera ho bissato, senza ragione apparente, almeno credo, giacché non chiedo una lista di ragioni al mio stomaco, gli dedico una lista di insulti poi. Stavolta ho fuggito il controllo di madre, con successo. È una cosa che ho conquistato. Un obiettivo raggiunto. Dovremmo festeggiare! Oppure no, ecco. Altra questione speculare ai miei sali biliari che corrodono grassi liberi per l’atmosfera, sarebbe un taglio che mi son fatto venerdì, tagliando del formaggio. Un taglio netto, un solco scavato nella pelle da un lato e completato uscendo dall’altro. Ecco perché la mia scrittura è particolarmente zoppicante, se usassi il medio della mano sinistra per scrivere ne soffrirei. Povero cucciolo. Altro, insomma, non c’è, giusto per stabilire e garantire quanto io in realtà dipenda da quel me che circola online. Il tutto, ovviamente, senza cognizione né di causa né di effetto. Poca voglia di finire, finendo. Meglio fare FINE.

Cari fartelli dell’altra sponda, cantammo in coro giù sulla terra, amammo in cento l’identica donna, partimmo in mille per la stessa guerra. Questo ricordo non vi consoli, quando si muore, si muore soli.

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