Archive for maggio 2010

Tele stese ad asciugare sguardi

30 maggio 2010

Senza briglie. Era capitato un’altra volta, non ricordo più in che occasione e non pare essere questa una di quelle cose che sono necessarie o necessitano di essere fatte. Necessitano di essere necessarie, in caso, ma questo le rende solo più umane. Sono tornato al buon vecchio bisogno di attenzione ed amore troppo se mi vuoi bene piangi per essere corrisposto, egoistico all’inverosimile esso, egoista all’inverosimile io, randellando i pensieri, tanto vale andare avanti, solo per inerzia. Perché il succo – che io più affezionati possono leggere come “punto focale”. È un caso che io abbia scritto succo, com’è un caso ch’io oggi abbia addentato un’albicocca e fosse la realtà e non un incubo spaventoso – che, a occhio, mi accompagnerà per i prossimi due mesi, lasciandomi scampo qualche giorno random, affogandomi in un assurdo lago di note quando proprio mi dà scampo o campo su cui fuggire per rifugiarmi. Sono più adolescenziale e infantile e insicuro e niente di quanto vorrei ed è colpa mia e non è bello poterlo ammettere candidamente. Vorrei mi dipingesse così il Caravaggio, giusto per avere qualcuno a cui addossare la colpa se da una Canestra di frutta viene rubata senza pietà o fervore un’albicocca. Basta sentire i tasti che si schiantano contro il bordo inferiore della tastiera, basta sentire il polpastrelli che toccano e accarezzano e sfiorano e rasentano le lettere, basta aspettare che essi depositino grasso a sufficienza per avere una pila che possa coprire le lettere per non saperle poi più distiunguere, basta che questo grasso sia sufficientemente corrosivo di staccare queste fantomatiche incisioni che si propongono come marcatori di identità quando in realtà non fanno altro che sottostare alla cultura popolare, come dire, basta attendere pazientemente di battere per 1000000 di volte su quello stesso tasto, cosicché scada la garanzia e questo continui a funzionare e Buon senso 1, Garanzia 0, è sufficiente inventare nuove parole o nuovi modi di comunicare o nuove cose da fare col pc per andare a usare quei tasti che altrimenti non toccheresti mai, ché non hanno scopo né destinazione, un po’ come l’F12, solo che nemmeno F11 io uso mai. Questo mi consola il pianto, questo mi ragguaglia sul mondo, questo mi raggruma l’anima, avere lo sguardo perso a sinistra, o verso lo schermo, ma con gli occhi chiusi, e premere, premere a caso, e poi non guardare se ci sono errori di battitura, ché tanto ne faccio comunque anche senza volerlo, e poi aspettare di aver raggiunto un numero sufficientemente decente di parole per poter premere pubblica e poi via, fino alla nuova idea per il nuovo post perché questo, di idee, non ne aveva.

Scrivo su un blog che non si caga nessuno.

28 maggio 2010

O no? In realtà no. Per dire, affidandoci alla sacra matematica, madre di tutte le scienze e puttana di ogni persona, ho 9 visite al giorno. È una media falsata e non ponderata, poco male, le statistiche contano, il gradimento degli italiani è al 64.89 percento e così via. Basta crederci, insomma. Basta farlo credere. Sarebbe meglio dire che scrivo in un blog in cui nessuno caga, per usare un francesismo andando a intendere che nessuno vi deposita perle di saggezza o di schifezza popolare e quel nessuno sarei io, giacché la mia password totalmente inindovinabile è nascosta ai più e palese ad altri, ma soprattutto giacché pochi vorrebbero mischiare il loro nome con il mio e poi nella commistione confondersi e non capire più chi ha scritto cosa e chi è cosa e così via. La cronaca ha ceduto il posto a un biascicato ritaglio di giornale, meglio, un messaggio minatorio scritto con lettere ritagliate dal giornale, il tutto fatto da fessacchiotti che ritagliano nei punti più improbi, quelli con scritto Ubicumque suum, quelli che fanno intuire qual è il giornale, anche a me, armato solo di Google. La morte, quella c’è sempre, è prevista, è già scritta, ma grazie al cielo (? parliamone) non già letta. Non da me, almeno. Gesù, se sei lassù, mandami un ebook. So accontentarmi. Poi giuro che smetto di dire a vanvera I coglioni di Dio, facendo una citazione dotta, ma inimicandomi mondo e dotti deferenti di sorta. Orbene, non scrivo da sei giorni, ma non è che sia successo granché, non è che mi sia sposato con Renato, non è che lui ha partecipato e come sposando e come fotografo, non è che l’ho guardato negli occhi per sbaglio qualche secondo, non è che si chiama Renato, non è che ho contribuito in qualche modo alla storia del mondo o alla mia storia, non è che ho fatto qualcosa di buono, non è che ho fatto qualcosa, etc. Eppure, la settimana è scivolata. Scivolata su un toboga senza attrito. Scivolata come la coscienza fuori dal corpo di chi mi accusa di ascoltare i miei amici comunisti, a fronte di un Carlo Martello a caso nel giorno dell’anniversario della strage di piazza Loggia. Perché là potevo esserci anche io, se solo avessi indirizzato il mio cavallo. Sto tergiversando, per così dire. Tergiversando perché l’argomento che ho è fondamentalmente uno e non voglio bruciarlo, titubando perché non ho da dirne, ho solo da dire, recriminando perché così facendo creo aspettative che verranno poi disattese, temporeggiando (per dovere di cronaca, prima avevo scritto cunctatorando, un bel neologismo) perché forse non ne vale la pena. Orbene, quest’oggi ho visto un gatto. E detto così mi darebbe pure dei punti, ché non riesco a posare il mio sguardo senza provare ribrezzo su molte cose, ho invece guardato un gatto con tenerezza, insomma, sono una bella persona. Inoltre. Sono allergico da morire ai gatti, li percepisco a metri e metri e metri e metri di distanza, starnutendo e alle volte pure starnutando, lacrimando e dagli occhi e da altri orifizi, vedendo arrossata ogni superficie scoperta di pelle e tanti altri segni che indicano il sopraggiungere della morte e la forte impellenza di fare un testamento che preveda di lasciare a qualcuno che possa utilizzare tutti gli antistaminici che ho dimenticato di prendere nella vita. Orbene, il punto è che il gatto era appena stato investito e agonizzava nella corsia opposta a quella che io andavo percorrendo in modo amabile e totalmente incurante di ogni essere animato e animante il microcosmo di cui occupo una parte mediana della catena alimentare. E noi contorcersi nel mondo come gatti investiti sull’autostrada. E agonizzare fino all’arrivo di un pneumatico fatale. Non saprei dire cosa gli fosse successo, se fosse stato preso in pieno, di striscio, urtato, o chessò io. Stava col corpo a terra e le zampe che s’agitavano intorno. E non so quanto mi abbia colpito, in fondo spesse volte rimango impassibile, soprattutto davanti a certe persone, soprattutto quando certe persone si agitano, soprattutto quando voglio evitare ogni empatia. Ha causato brividi a mia madre, mentre a me non ha fatto né caldo né freddo, tant’è che sto qua a scriverne e lo vedo come metafora della mia vita. L’ho visto di sfuggita attorno alle 13, una visione mistica e improvvisa, un fugace sguardo sulla morte. Poi dev’esservisi immerso, nella morte, morendo come tutti si muore, così, cambiando colore. Quel che è certo è che io, il cadavere, non l’ho visto.

E respiro ancora l’ancora, per non soffocare, immerso nell’acqua.

Che cosa ti può servire se vai nel bòsco?

22 maggio 2010

Scrivo spinto da moto irrazionale, che soverchia ogni mio freno inibitore e raggruma ogni mio briciolo di volontà. Più o meno. Chissà se riuscirò a convogliare questa spinta insita nel mio animo in qualcosa di decente o, per dire, farò pena e andrò a scioperare di riflesso. Chissà. La giornata è stata densa. Quando per densa si intende la cioccolata calda della Ciobar che si produce a casa, non quella della pubblicità, che è certamente un budino e non, per dire, del cioccolato fuso. Che poi, densa, a me nemmeno piace. Meglio il lento fluire del liquido verso la gola e il calore e le bruciatore nei punti più inaspettati e insospettabili e la lingua che, oltre a barbagliare, scotta e perde la capacità di assaporare i sapori per qualche ora e poi ritorna, proprio in tempo per assaggiare, per dire, dei finocchi. È stata densa così, la giornata, così come immagino la dissenteria degli indigeni spagnoli all’arrivo delle caravelle e dei fessacchiotti sopra di esse e dei virus all’interno di essi e delle difese immunitarie assenti negli autoctoni e di quelle grazie a Quetzalcoat e così via. Questa interessante digressione, fattala premessa, non era prevista, è stata giusto premessa, con buona pace delle vere premesse e altrettanta buona pace della buona pace. Punto è che, dopo decine di attimi, raggrumatisi in minuti, di smarrimento, dopo un po’ di frangenti, insomma, ho sentito un desiderio irrefrenabile e ineffabile che mi spingeva verso qualcosa di irraggiungibile, ho quindi deciso di dirottarlo e fare una passeggiata. Credo di averne fatte due nella mia vita, a esclusione di questa, una secondo una direttrice e una secondo l’altra in cui riesco a snodare il mio paesello da casa mia. Non so cosa mi abbia spinto, mentre so cosa mi ha spinto a scrivere, ecco, ma ho deciso di andarvi. Andatovi, ho capito che era meglio non andarvi. Forse forse, la cosa è stata un po’ più premeditata, francamente ormai non ricordo, le cose mi si assottigliano nella memoria e perdono forma e corpo e direzione e modulo o intensità, quindi non ricordo assolutamente se fosse una decisione ampiamente ponderata o, com’è altrettanto possibile, ma forse meno probabile, un guizzo dell’ingegno facilmente accomunabile ai vuoti a rendere dei treni. Certo è che cercavo un locus amoenus, un posto felice in cui sollazzarmi, una roccia in uno spiazzo in un bòsco, delle foglie attorno a scricchiolare sotto i miei passi e sotto il peso di uno zaino che certamente avrei portato, degli uccellini cinguettanti, degli insetti amichevoli, se non addirittura amichevoli, ragni che tessono i loro tessuti per me, e così via. Ho trovato invece degli alpini (da dimostrare) intenti (da dimostrare) a giocare (da dimostrare) a bocce (di questo ho la prova provata. Pensare che fossero concentrati su qualcosa mi risulta impossibile. Impossibile!). Male, per altro, almeno da quanto ho percepito dai commenti sgolati. Erano comunque piuttosto previsti, conoscevo la zona, sapevo che trattavasi di alpini, avevo già visto i campi di bocce e così via, sebbene fossi pienamente convinto che quel cartello datato ’90 l’avrebbero tolto e invece no. Siamo sempre benvenuti gli alpini dell’adunata nazionale del ’90. Punto è che avevo un obiettivo oltre questa zolla di terra. L’opzione più praticabile era gettarmi nello strapiombo lì accanto, ma, forte di essere più friabile del marmo della cava, ma con migliori sbocchi lavorativi, ho deciso di proseguire. Percorrendo la strada nel libro della mia memoria, ricordavo una strada asfaltata ombreggiata da palme su entrambi i lati. Forse non proprio palme, ecco. Certo è che non c’era nemmeno l’ombra. Dell’ombra. Mi avvicino, strada sterrata, pendenza ben superiore a qualunque mai calcolata da essere umano, vengo salvato da un cartello di proprietà privata. Che forse e volendo ben vedere rimandava al campo accanto alla straducola, ma ho preferito non rischiare. È triste come un cerchio bianco e uno rosso e qualche lettera mi possano impedire di perseguire la catarsi. Però ecco, mi sono lasciato scoraggiare. Un gran peccato. Ritornando su dei passi che ormai non ricordavo nemmeno di aver pestato, mi sono lasciato incuriosire dalla vera e propria strada del bòsco: non avendola mai percorsa, c’erano un sacco di possibilità che questa potesse condurmi là dove speravo, c’erano un sacco di possibilità che l’odoraccio che sentivo provenisse da cadaveri in decomposizione gettati nella fonte limpida d’un torrente, c’erano un sacco di possibilità che i corvi che sentivo cantare fossero invece dolci usignoli che stavano respingendo i predatori stupidi, c’erano un sacco di possibilità che i ragni tendessero tele proprio tra i rami tra cui passavo io per donarmele, c’erano buone possibilità che quella discesa si fermasse in uno spiazzo soleggiato prima del lago che era sì in lontananza, ma era l’unica cosa visibile. C’erano un sacco di possibilità, eppure è andata male. Dev’essere andata male anche perché il terreno era praticamente piastrellato da rimasugli di ceramica e mattoni e (spero) alpini. E poi nulla, ecco.

E, per il viaggio, Marta che indosserà?

No, I couldn’t tell you how the house burned down

21 maggio 2010

Continuo, imperterrito, a non avere un titolo. E non è perché le cose non mi colpiscono più come una volta, o forse sì, ma è anche perché mi colpiscono un sacco di cose e nel preciso istante in cui mi urtano vorrei che fossero il centro del mio mondo e ovviamente non è possibile, giacché può essere solo uno. Oppure non dev’esserci. Oppure non ho un mondo.  E, mi sovviene la cosa, non ho nemmeno un modo. È un po’ un peccato, come dire. È pure un sacco che non scrivo sul blog, giacché un sacco di cose si sono succedute e difficilmente queste meritano menzione in questi luoghi ameni (doppia accezione. Qualcuno sa. Altri potrebbero sapere. Qualcun altro preferisce immaginare geni che si trastullano accanto ad alberelli di mimose), ma il punto focale, come al solito – come al solito perché uso sempre quest’espressione. Non per altro. Illusi – è che non ho avuto molto tempo. Non da buttare, ché non lo considero buttato, questo, ma, al massimo, speso senza ricevuta, certamente evaso, giacché io non debbo niente ad alcuno stato. Non posso dire nemmeno mi mancassero le idee, perché così non è stato, perché ho la vaga idea di un sacco di idee che ho avuto recentemente, ma sono passate, altre volte trapassate, sicuramente le ho dimenticate. Triste è la sorte delle idee, nessuno riesce a mangiarle, ma tutti ne crescono. Chi con più, chi con meno fertilizzate. Naturale. Come quella volta che (dire che era l’altro ieri suona male, ma era proprio l’altro ieri) ho visto due bambini che si inseguivano, un maschio e un femmina, e lui dietro di lei a tirarle i capelli e lei davanti a lui a farseli tirare e a insultarlo in modo garbato, dicendo, con la sua soave voce, “Stronzo di merda, chi ti ha detto di tirarmi i capelli?” e lui, dall’alto di una dissertazione filosofica avuta con Dio sulla non-esistenza di Dio “Me lo son detto io”. Eh beh. Stavo andando in una gelateria, amabilmente passeggiando e passando davanti all’edicola, e non ho potuto fare a meno di notarli. Ed effettivamente, c’avrei scritto un post, così, su due piedi, senza capo né coda, senza ragione d’essere, senza ragione d’avere, mi sarebbe piaciuto semplicemente farlo. Me lo sono scritto e riscritto in testa, l’ho salvato nelle bozze e poi ho eliminato le bozze. Ho visto dei bambini anche poi, poi sarebbe oggi, che, seduti su un marciapiede di fronte a una gelateria in quel di Milano, discutevano dei pro e dei contro della campagna. O meglio, la conversazione l’ho immaginata io così, non ho idea di cosa stessero parlando. Però era affascinante vederli seduti tra una Renault e una macchina di cui non potevo ammirare il retro e quindi le diciture, seduti sull’asfalto, a parlare di campagna. Sono ristato in università, quest’oggi, per un fine trascurabile e certamente evitabile, ma tant’è. Sono stato a non soffrire le persone e il caldo, immerso tra le persone il caldo. Persone che emanavano pure la loro età, giacché sventolavano tutte la loro identità, trasmigrata su carta, controllavano cellulari che riportavano foto di loro e della loro metà o del loro quarto o chessò io, non è che ero proprio avvezzo a chiedere. Ed è qui ed è ora che sorge l’assenza di idee. Insultare la mia insegnante di scienze che mette le sue grinfie su di me sul treno non è questione valevole. Avevo un grande vuoto dentro, sul treno; i fischietti dei controllori stentavano a riempirlo sul binario, figurarsi sopra, dove nemmeno li sentivo. Poi ha trovato una ragione d’essere empito e così andava bene e infatti ora mi ritengo fisicamente e tecnicamente quasi nella norma. Sarà che ho dormito, sul treno, dopo essermi costretto a dormire un sacco stanotte, l’afa mi ha ucciso, l’estate, con i suoi enigmi, mi sta prontamente prendendo a picconate l’anima, ma ho deciso che c’è poco da fare. C’è solo da aver paura.

Se tu non fossi abbastanza, te lo direi

11 maggio 2010

A posteriori, dico che questo è un post anomalo. Breve per quanto di brevità si possa parlare. Inutile, per quanto di utilità si possa parlare.

Non ho mai capito quanto sono sensibile. Quanto lo sia io e quanto finga di esserlo nel blog, quanto il piangere al funerale di Berlinguer e non alla morte di mia nonna si coniughi con la mia vita, quanto lo schernire le disgrazie, soprattutto quelle altrui, sia in disaccordo con ciò che mi prodigo ad attuare quotidianamente, quanto la mia finta generosità applicata con scopi fondamentalmente egoistici possa farmi rientrare nella definizione di persona perbene, sono tutte cose che sono oggetto, ma soprattutto soggetto, di studio per quel che mi riguarda. Poco da fare, io solitamente mi sento in colpa. Ma non è questo il punto, il punto è una retta ed è quella che dovrebbe separarmi da molti altri o da altri o dagli altri, ancora non so, in quest’ambito. Ammesso e non concesso che questa differenza esista, mi chiedo quanto sia tangibile, ma soprattutto quanto sia io quello in torto, quello stronzo e insensibile, quello che strappa una risata da comicità fascista, quello che ti fa ridere e poi però è necessario insultarlo lievemente perché la battuta è cattiva oppure è necessario turpiloquiarne il nome e la progenie e la primogenitura e così via perché si è passato un certo limite. Benissimo, dopo questa divagazione completamente inutile, oggi ho potuto constatare che, alle volte, io sono anche dalla parte giusta della carreggiata.  O meglio, c’è qualcuno che è più verso la scarpata di me. Come da titolo, la sensibilità umana non è una dote innata, o non è innata la condizione umana o così via insomma. Sono stato con un amichetto nella prima parte del pomeriggio, quella che di solito spendo rabbrividendo, in piscina, giacché ormai sono un avventore fisso, sebbene non faccia avvenire nulla di buono in zona acqua. Lì, dopo aver discorso dei genitori di Carlo V, il padre in particolare, non ha potuto esimersi dal raccontarmi della sua Gi, ragazza che insegue e persegue da almeno almeno due settimane, dopo che lei è uscita almeno almeno tre giorni prima da un’altra relazione e lui voleva approfittare della sua fragilità e così via. Taglio corto, ché sono di fretta, non ho voglia di scrivere e mi sto trascinando e non ne sento il bisogno e quindi sto giusto sprecando pixel che il mondo in via di sviluppo potrebbe usare al posto mio e certamente meglio. Insomma, lei gli ha scritto un sms che suonava più o meno tipo Ho paura di non essere abbastanza e lui, dopo aver amabilmente discorso con lei davanti a me della di lei possibile inutilità, l’ha apostrofata così, buttando là la frase, uccidendo qualunque persona con una sensibilità superiore a quella del sistema circolatorio chiuso di un lombrico. E lei, non ha fatto una piega. Temo di aver troppo da imparare da questo mondo, se la morte sopraggiungesse ora, avrebbe solo tagliato alcuni sforzi vani. E insomma, per la cronaca, quella che questo blog millanta di fare e quella che sarà utile a chi, me morto, dovrà ricostruire la mia vita e non saprà da dove partire se non da delle date falsate e da dei deliri pomeridiani, domani sono in gita, con soggetti tipo quello, ma pure peggiori. Così come domani andrò in gita giusto per farlo, senza alcun intento terapeutico per nessuno degli aspetti che mi riguardano nel modo più vago, ora sto scrivendo tanto per fare per provare ad arrivare ad almeno 600 parole e poter dire di avervi rubato il tempo almeno un po’. O averti, ecco.

Enter title here

8 maggio 2010

Inizio il post senza titolo, giacché non ne sento la pressante esigenza e poiché WP è santo e non lo richiede e io mi accontento di copiare il suo “Enter title here” o di lasciare uno spazio bianco, devo ancora decidere quale dei due è più metafora del vuoto. Orbene, essendo oggi venerdì, ormai non dovrei stupirmene, ma mi piace pensare che il tempo non sia ciclico e che non piovano così spesso escrementi, eppure è stata una giornata di pioggia di merda. In senso metaforico e non, si capisce e s’intende. È piovuto, sebbene io non volessi, sebbene io non abbia dato il mio consenso, sebbene nessuno sia venuto a chiedermi se proprio non mi infastidiva lo svuotamento della vescica di Dio su di noi e quindi non posso che soffrire di questo meteo che cade a pezzi bagnati addosso a me senza nemmeno volere o necessitare il mio beneplacito. In realtà, che avrebbe piovuto, sebbene potessi immaginarlo grazie all’ampia esperienza che ho accumulato in anni di aruspicina praticata su di me e sulle lucertole, un po’ non me l’aspettavo, ché dopo sei giorni di pioggia uno non agogna il sole e nemmeno l’anela, suppone solo che sia carino che non ci si dimentichi della sua esistenza. E invece nulla. Oggi è stata una giornata un po’ di merda, di quelle che son brutte da definire così perché è riduttivo e fuorviante, non che siano costernate di cibo per decompositori, semplicemente c’è ben poco da fare per raddrizzarle e quindi tanto vale prenderle per come sono, senza ombrello, senza cappuccio, niente cappello, senza tettoie, senza grondaie, coi tetti spioventi e così via.  Mi sono alzato presto, attorno alle 6, giacché se non si hanno prospettive, allargare il tempo in cui esse possano esprimersi è certamente propedeutico all’odio per sé stessi e per l’universo intero e integro e tanto vale farlo, soprattutto per El ingenioso hidalgo Don Quijote de la Mancha, soprattutto quando questo non produce effetti tangibili su nessuna delle cose del mondo. E così, tra un tomar de pelo y otro, ho potuto innamorarmi di una giornalista di Rai News 24 che assomiglia ad Ugly Betty, non so se rendo l’idea. Circa otto minuti della sua voce non hanno comunque alleviato le mie sofferenze, ché non mi hanno reso sordo e quindi defunto. Poi la scuola m’è scivolata addosso, in modo scandalosamente sobrio, senza fare danni di sorta. O meglio, facendone un sacco, ma potendo lamentarmene solo nell’ordine di idee che ne prevede per le ovvietà, direi che farò a meno. Però mi lamento del tempo. Meglio che inizi anche a lamentarmi della mia coerenza, che mi spinge a tarparmi le ali, a spiegare le altrui, spiegando altrui cose che non comprendo, sperando che seguitino non comprendendole ché, se così fosse, mi supererebbero. Insomma, sono due giorni che scrivo questo post. Dilatando un po’ la cosa, si capisce, e poi mi vengono a dire che tratto le cose in modo confusionario, quelli che pensano ancora che io tratti cose. Orbene, non ho avuto esattamente altro da fare, le cose che dovevo fare non le ho fatte, le cose che ho dovuto fare le ho evitate, le cose che ho voluto fare mi allietato in ben due casi (a scanso di equivoci, in uno dei due, dormivo. E mi son svegliato 3-4 minuti fa, sempre a scanso di equivoci. Ma non vorrei pararmi il culo. Sia mai. Sempre fiero di quello che scrivo, mai contento di quello che scrivo. Sto scrivendo quindi con quel saporaccio in bocca, quello che sa di sveglia, che sa di sonno non dormito aggiungo al sonno in arretrato, che sa di posizione scomoda tenuta per tutta la notte, che sa di bolla di calore sopra il tuo letto e nessun altro punto della casa e così via. Mi chiedo, per altro, se quel sapore sia solo una cosa mia, ché vedo tutti pronti la mattina a fare cose, vedere gente, mangiare, etc, mentre l’unica cosa che vorrei fare io è mangiarmi le viscere per non sentire più quell’odore. Bene, potrei dichiarare chiusa la parentesi e pure la mia vita verso la razionalità), quindi potevo pure prioritarizzare la scrittura rispetto ad altro e nessuno si sarebbe offeso e invece. Mi costa un po’ di fatica, forse. Vorrei scrivere altro, forse. Vorrei saperlo fare. Vorrei non essere qui ora e adesso, probabilmente. Vorrei essere alle 17.12 che segnala il post, giacché non ho sistemato il fuso orario, certamente a fare altro. Orbene, quando dissi che ieri era una giornata di merda, non parlavo con cognizione di causa, parlavo con gli abiti intinti. Ugly Betty ha riempito il mio mondo e il mio essere giusto per una decina di minuti, poi ho affrontato la vera realtà, un’assurda voglia di cibo che mi lacerasse l’intestino, un’inconcepibile (ma non per questo irraccontabile, s’intende. Soprattutto per come lo racconto io) voglia di qualcosa di assolutamente inutile e perdipiù lesivo. E quindi, visto che sono figlio del mio tempo, pur non essendo un’opera d’arte, quest’esigenza mi ha portato a spendere parte del pomeriggio in un centro commerciale, trincerandomi dietro delle scarpe, che mi erano pure necessarie, ma, ecco, non erano esattamente il mio obiettivo principale. Scarpe prese, con tanto di commessa che mi ha chiesto che università frequentassi – e qui si apre uno spiraglio. Quanti universitari fanno shopping [Ho i brividi alle unghie a scrivere questa espressione, sia chiaro] con le loro madri? – e così via. Molto molto soddisfacente, quanto la seguente merenda da McDonald’s, ché in fondo era tutto ciò che desideravo più o meno dalle 9.48 della mattina. E insomma, così andò, in uno slancio di consumismo, ché ricordo esattamente che quand’ero piccolo amavo frequentare centri commerciali e affini e gli unici attimi di libertà da me della scorsa estate sono stati i frangenti spesi con mia madre al supermercato. Tutto ciò è terribilmente raccapricciante, ma è stato facile farci l’abitudine e il callo e la possibilità che tutto ciò vada diversamente ormai la vedo solo in lontananza con strizzando gli occhi come se dietro essa ci fosse il sole ed esso stesse splendendo come solo in perielio può fare. Tra Ugly Betty e la focalizzazione del mio bisogno d’amore sulle Chicken McNugget’s, ho realizzato che tra i miei innumerevoli problemi è pure annoverabile la mia totale incapacità a dire no. Per qualsiasi cosa. Per alcune cose ho avuto modo di giustificare la cosa razionalmente (ti faccio copiare i miei compiti perché voglio che poi tu prenda 3 nella verifica e, soprattutto, perché spero che tu possa morire ignorante come quando sei nato se non di più, ché riesci pure a regredire perché sei pure stupido), per altre proprio no. Per altre sono parecchio contento di non poter declinare, ma insomma, sebbene io mi tenga ben alla larga dal mondo e riesca, in cotal guisa, a evitarmi certe cose, non scampo a tutte. Non scampo a chi mi chiede se, dalla condizione di ignoranza in cui versavo e in cui mi son riversato più e più volte, mi va di frequentare quella scuola. Non scampo a chi vuole prestarmi un libro scritto da un gesuita (male) indiano (bene) che tratta di aquile che si credono pulcini fingendo di millantare che io mi sottovaluti quando sappiamo bene che l’unica cosa che sottovaluto di me è altezza, ché picchio la testa in tutti i luoghi e in tutti i laghi e forse qualche danno nel corso del tempo l’ho perpetrato. Non scampo a chi mi vuole portare a Messa a Natale, sebbene i miei pensieri siano, in quei frangenti, offuscati dalla valutazione delle possibilità che quel cero possa dare fuoco a tutto, lì attorno, senza che sembri sia stata colpa mia. In tutto ciò, non scampo nemmeno a chi mi chiede di fare un pellegrinaggio di 25 km a ritmo di cantilene messali, attorniato da decine di decine di decine di persone, per un totale di circa otto ore. Perché no? Cos’ho da fare, in fondo.

Nos enseñó mucho más de lo que debíamos aprender, però nos enseñó sobre todo que ningún lugar en la vida es más triste que una cama vacía.

Le cazzo di mezze stagioni che, se non ci fossero più, (belle, ) cazzo se sarei contento

1 maggio 2010

Lungo titolo per breve post. Almeno credo, non ho in mente assolutamente nulla, se non il titolo a cui dare un seguito da martedì, e non credo sia la serata adatta, ma tanto vale, insomma. Ora, il titolo, con tanto di citazione irriconoscibile ascosa, m’è venuto martedì mattina, tra le 7.21 e le 7.28, mentre giravo per casa, indossando una maglietta a mezze maniche, sudato. Ma porcocazzo. È una sorta di rito, il mio, tolto il pigiama, indosso un paio di jeans e una maglietta a maniche corte e giro per casa imbellendo e sprecando tempo. Il tutto, soffrendo un sacco il freddo, ché d’inverno il sole si nasconde e non illumina di bei raggi il pianeta e così via e si gela. E poi niente, martedì un caldo indicibile (ma troppo effabile) che mi ha portato ad aprire la finestra e a respirare l’aria che sa di cemento e di grida di vicini di casa che tentano di rintracciare cani da poter lanciare per strada perché questi, i cani, vengano investiti e non abbaino più di notte e così via. Il ristoro è stato leggero e temporaneo, ché, pure fuori, faceva caldo. Quasi speravo che l’incontro di correnti con temperature diverse generasse un uragano e invece ho giusto continuato a evaporare. Da qui il resto, ché se le mezze stagioni se ne fossero veramente andate io avrei smesso di sudare sangue per sudare sudore molto prima della fine di aprile e invece niente. La maledetta primavera (citazione involontaria, a onor del vero. La mia è appassionata sincerità) esiste ancora e rema ancora contro di noi. E quindi sarei semplicemente molto più felice (o anche no) se non esistesse proprio la primavera. E non solo perché ha un nome così. Dall’ultimo post, da cui mi separa una settimana nel web e nella RL riferita al web, ma solo quattro giorni nella RL, ho smesso di vomitare. Non per scelta, si capisce, ché non per scelta avevo iniziato. Sono cose che capitano così, come mangiare una mela. Da allora (dall’allora più recente dei due) sono pure stato in piscina, giacché il mio non aver di meglio da fare alle volte arriva a essere nocivo per chi mi sta intorno e soprattutto lesivo per me e per la mia realtà, dove ho potuto constatare che la peggio idiozia che potessi fare nella vita (vomitare in un canale di scolo di un torrente non vale) è usufruire della piscina dopo due ore di educazione fisica. Oltre a quello, in preda a un’ubriachezza molesta, ho letto male gli orari e ho premuto pe essere là alle 16.30 quando l’apertura al pubblico era dalle 17.30. E quindi, un’ora di discorsi qualunquisti e sragionati e totalmente raccapriccianti seduto su una sorta di cavalcavia con un amichetto.  Poi ci si chiede perché c’è gente che tira i sassi dal cavalcavia, io avrei voluto tirarne in testa all’amichetto, salvo che non avevo un cervello a portata di mano. Peccato, insomma, avrei avuto un ruolo nella storia del mondo e nella storia della vita della persona che avrei ucciso/accecato/danneggiato/leso/rovesciato/etc/ o del suo carrozziere, insomma. E invece niente. Entrati, ovviamente, c’era l’uscita dei bimbi che facevano il corso e così via e quindi lo spogliatoio era da loro colonizzato (una colonia di naturisti, ecco) e così, oltre a soffocare per il caldo che i loro piccoli corpicini producevano volontariamente e non, mi son pure sentito un pedofilo. Bene, sono scelte. E poi basta, fondamentalmente, la giornata di ieri l’ho già rimossa in buona parte e la parte restante è buona, quindi non degna di nota, in un certo qual senso. Quando sopra dissi che è da sette giorni sette che non scrivo effettivamente e non sul blog, la frase era stata iniziata con altro intento e mirava a stabilire che non vomito da più o meno centosessanta ore (l’ho scritto esteso ché così sembra di più, ma è davvero poco) e tecnicamente era così, salvo che mi son trovato almeno un paio di volte in quella terra di mezzo da cui si può uscire vomitando e soffrendo o soffrendo discretamente e basta, come ora. Come ora oggi a mezzodì, come ora giovedì a pranzo, e così via. E ora, devo giusto decidere come completare questo processo dicotomico che condurrà a riempire le fognature, in un modo o nell’altro. Strano, perché fino a due ore fa son stato bene.