No, I couldn’t tell you how the house burned down

Continuo, imperterrito, a non avere un titolo. E non è perché le cose non mi colpiscono più come una volta, o forse sì, ma è anche perché mi colpiscono un sacco di cose e nel preciso istante in cui mi urtano vorrei che fossero il centro del mio mondo e ovviamente non è possibile, giacché può essere solo uno. Oppure non dev’esserci. Oppure non ho un mondo.  E, mi sovviene la cosa, non ho nemmeno un modo. È un po’ un peccato, come dire. È pure un sacco che non scrivo sul blog, giacché un sacco di cose si sono succedute e difficilmente queste meritano menzione in questi luoghi ameni (doppia accezione. Qualcuno sa. Altri potrebbero sapere. Qualcun altro preferisce immaginare geni che si trastullano accanto ad alberelli di mimose), ma il punto focale, come al solito – come al solito perché uso sempre quest’espressione. Non per altro. Illusi – è che non ho avuto molto tempo. Non da buttare, ché non lo considero buttato, questo, ma, al massimo, speso senza ricevuta, certamente evaso, giacché io non debbo niente ad alcuno stato. Non posso dire nemmeno mi mancassero le idee, perché così non è stato, perché ho la vaga idea di un sacco di idee che ho avuto recentemente, ma sono passate, altre volte trapassate, sicuramente le ho dimenticate. Triste è la sorte delle idee, nessuno riesce a mangiarle, ma tutti ne crescono. Chi con più, chi con meno fertilizzate. Naturale. Come quella volta che (dire che era l’altro ieri suona male, ma era proprio l’altro ieri) ho visto due bambini che si inseguivano, un maschio e un femmina, e lui dietro di lei a tirarle i capelli e lei davanti a lui a farseli tirare e a insultarlo in modo garbato, dicendo, con la sua soave voce, “Stronzo di merda, chi ti ha detto di tirarmi i capelli?” e lui, dall’alto di una dissertazione filosofica avuta con Dio sulla non-esistenza di Dio “Me lo son detto io”. Eh beh. Stavo andando in una gelateria, amabilmente passeggiando e passando davanti all’edicola, e non ho potuto fare a meno di notarli. Ed effettivamente, c’avrei scritto un post, così, su due piedi, senza capo né coda, senza ragione d’essere, senza ragione d’avere, mi sarebbe piaciuto semplicemente farlo. Me lo sono scritto e riscritto in testa, l’ho salvato nelle bozze e poi ho eliminato le bozze. Ho visto dei bambini anche poi, poi sarebbe oggi, che, seduti su un marciapiede di fronte a una gelateria in quel di Milano, discutevano dei pro e dei contro della campagna. O meglio, la conversazione l’ho immaginata io così, non ho idea di cosa stessero parlando. Però era affascinante vederli seduti tra una Renault e una macchina di cui non potevo ammirare il retro e quindi le diciture, seduti sull’asfalto, a parlare di campagna. Sono ristato in università, quest’oggi, per un fine trascurabile e certamente evitabile, ma tant’è. Sono stato a non soffrire le persone e il caldo, immerso tra le persone il caldo. Persone che emanavano pure la loro età, giacché sventolavano tutte la loro identità, trasmigrata su carta, controllavano cellulari che riportavano foto di loro e della loro metà o del loro quarto o chessò io, non è che ero proprio avvezzo a chiedere. Ed è qui ed è ora che sorge l’assenza di idee. Insultare la mia insegnante di scienze che mette le sue grinfie su di me sul treno non è questione valevole. Avevo un grande vuoto dentro, sul treno; i fischietti dei controllori stentavano a riempirlo sul binario, figurarsi sopra, dove nemmeno li sentivo. Poi ha trovato una ragione d’essere empito e così andava bene e infatti ora mi ritengo fisicamente e tecnicamente quasi nella norma. Sarà che ho dormito, sul treno, dopo essermi costretto a dormire un sacco stanotte, l’afa mi ha ucciso, l’estate, con i suoi enigmi, mi sta prontamente prendendo a picconate l’anima, ma ho deciso che c’è poco da fare. C’è solo da aver paura.

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