Che cosa ti può servire se vai nel bòsco?

Scrivo spinto da moto irrazionale, che soverchia ogni mio freno inibitore e raggruma ogni mio briciolo di volontà. Più o meno. Chissà se riuscirò a convogliare questa spinta insita nel mio animo in qualcosa di decente o, per dire, farò pena e andrò a scioperare di riflesso. Chissà. La giornata è stata densa. Quando per densa si intende la cioccolata calda della Ciobar che si produce a casa, non quella della pubblicità, che è certamente un budino e non, per dire, del cioccolato fuso. Che poi, densa, a me nemmeno piace. Meglio il lento fluire del liquido verso la gola e il calore e le bruciatore nei punti più inaspettati e insospettabili e la lingua che, oltre a barbagliare, scotta e perde la capacità di assaporare i sapori per qualche ora e poi ritorna, proprio in tempo per assaggiare, per dire, dei finocchi. È stata densa così, la giornata, così come immagino la dissenteria degli indigeni spagnoli all’arrivo delle caravelle e dei fessacchiotti sopra di esse e dei virus all’interno di essi e delle difese immunitarie assenti negli autoctoni e di quelle grazie a Quetzalcoat e così via. Questa interessante digressione, fattala premessa, non era prevista, è stata giusto premessa, con buona pace delle vere premesse e altrettanta buona pace della buona pace. Punto è che, dopo decine di attimi, raggrumatisi in minuti, di smarrimento, dopo un po’ di frangenti, insomma, ho sentito un desiderio irrefrenabile e ineffabile che mi spingeva verso qualcosa di irraggiungibile, ho quindi deciso di dirottarlo e fare una passeggiata. Credo di averne fatte due nella mia vita, a esclusione di questa, una secondo una direttrice e una secondo l’altra in cui riesco a snodare il mio paesello da casa mia. Non so cosa mi abbia spinto, mentre so cosa mi ha spinto a scrivere, ecco, ma ho deciso di andarvi. Andatovi, ho capito che era meglio non andarvi. Forse forse, la cosa è stata un po’ più premeditata, francamente ormai non ricordo, le cose mi si assottigliano nella memoria e perdono forma e corpo e direzione e modulo o intensità, quindi non ricordo assolutamente se fosse una decisione ampiamente ponderata o, com’è altrettanto possibile, ma forse meno probabile, un guizzo dell’ingegno facilmente accomunabile ai vuoti a rendere dei treni. Certo è che cercavo un locus amoenus, un posto felice in cui sollazzarmi, una roccia in uno spiazzo in un bòsco, delle foglie attorno a scricchiolare sotto i miei passi e sotto il peso di uno zaino che certamente avrei portato, degli uccellini cinguettanti, degli insetti amichevoli, se non addirittura amichevoli, ragni che tessono i loro tessuti per me, e così via. Ho trovato invece degli alpini (da dimostrare) intenti (da dimostrare) a giocare (da dimostrare) a bocce (di questo ho la prova provata. Pensare che fossero concentrati su qualcosa mi risulta impossibile. Impossibile!). Male, per altro, almeno da quanto ho percepito dai commenti sgolati. Erano comunque piuttosto previsti, conoscevo la zona, sapevo che trattavasi di alpini, avevo già visto i campi di bocce e così via, sebbene fossi pienamente convinto che quel cartello datato ’90 l’avrebbero tolto e invece no. Siamo sempre benvenuti gli alpini dell’adunata nazionale del ’90. Punto è che avevo un obiettivo oltre questa zolla di terra. L’opzione più praticabile era gettarmi nello strapiombo lì accanto, ma, forte di essere più friabile del marmo della cava, ma con migliori sbocchi lavorativi, ho deciso di proseguire. Percorrendo la strada nel libro della mia memoria, ricordavo una strada asfaltata ombreggiata da palme su entrambi i lati. Forse non proprio palme, ecco. Certo è che non c’era nemmeno l’ombra. Dell’ombra. Mi avvicino, strada sterrata, pendenza ben superiore a qualunque mai calcolata da essere umano, vengo salvato da un cartello di proprietà privata. Che forse e volendo ben vedere rimandava al campo accanto alla straducola, ma ho preferito non rischiare. È triste come un cerchio bianco e uno rosso e qualche lettera mi possano impedire di perseguire la catarsi. Però ecco, mi sono lasciato scoraggiare. Un gran peccato. Ritornando su dei passi che ormai non ricordavo nemmeno di aver pestato, mi sono lasciato incuriosire dalla vera e propria strada del bòsco: non avendola mai percorsa, c’erano un sacco di possibilità che questa potesse condurmi là dove speravo, c’erano un sacco di possibilità che l’odoraccio che sentivo provenisse da cadaveri in decomposizione gettati nella fonte limpida d’un torrente, c’erano un sacco di possibilità che i corvi che sentivo cantare fossero invece dolci usignoli che stavano respingendo i predatori stupidi, c’erano un sacco di possibilità che i ragni tendessero tele proprio tra i rami tra cui passavo io per donarmele, c’erano buone possibilità che quella discesa si fermasse in uno spiazzo soleggiato prima del lago che era sì in lontananza, ma era l’unica cosa visibile. C’erano un sacco di possibilità, eppure è andata male. Dev’essere andata male anche perché il terreno era praticamente piastrellato da rimasugli di ceramica e mattoni e (spero) alpini. E poi nulla, ecco.

E, per il viaggio, Marta che indosserà?

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