Scrivo su un blog che non si caga nessuno.

O no? In realtà no. Per dire, affidandoci alla sacra matematica, madre di tutte le scienze e puttana di ogni persona, ho 9 visite al giorno. È una media falsata e non ponderata, poco male, le statistiche contano, il gradimento degli italiani è al 64.89 percento e così via. Basta crederci, insomma. Basta farlo credere. Sarebbe meglio dire che scrivo in un blog in cui nessuno caga, per usare un francesismo andando a intendere che nessuno vi deposita perle di saggezza o di schifezza popolare e quel nessuno sarei io, giacché la mia password totalmente inindovinabile è nascosta ai più e palese ad altri, ma soprattutto giacché pochi vorrebbero mischiare il loro nome con il mio e poi nella commistione confondersi e non capire più chi ha scritto cosa e chi è cosa e così via. La cronaca ha ceduto il posto a un biascicato ritaglio di giornale, meglio, un messaggio minatorio scritto con lettere ritagliate dal giornale, il tutto fatto da fessacchiotti che ritagliano nei punti più improbi, quelli con scritto Ubicumque suum, quelli che fanno intuire qual è il giornale, anche a me, armato solo di Google. La morte, quella c’è sempre, è prevista, è già scritta, ma grazie al cielo (? parliamone) non già letta. Non da me, almeno. Gesù, se sei lassù, mandami un ebook. So accontentarmi. Poi giuro che smetto di dire a vanvera I coglioni di Dio, facendo una citazione dotta, ma inimicandomi mondo e dotti deferenti di sorta. Orbene, non scrivo da sei giorni, ma non è che sia successo granché, non è che mi sia sposato con Renato, non è che lui ha partecipato e come sposando e come fotografo, non è che l’ho guardato negli occhi per sbaglio qualche secondo, non è che si chiama Renato, non è che ho contribuito in qualche modo alla storia del mondo o alla mia storia, non è che ho fatto qualcosa di buono, non è che ho fatto qualcosa, etc. Eppure, la settimana è scivolata. Scivolata su un toboga senza attrito. Scivolata come la coscienza fuori dal corpo di chi mi accusa di ascoltare i miei amici comunisti, a fronte di un Carlo Martello a caso nel giorno dell’anniversario della strage di piazza Loggia. Perché là potevo esserci anche io, se solo avessi indirizzato il mio cavallo. Sto tergiversando, per così dire. Tergiversando perché l’argomento che ho è fondamentalmente uno e non voglio bruciarlo, titubando perché non ho da dirne, ho solo da dire, recriminando perché così facendo creo aspettative che verranno poi disattese, temporeggiando (per dovere di cronaca, prima avevo scritto cunctatorando, un bel neologismo) perché forse non ne vale la pena. Orbene, quest’oggi ho visto un gatto. E detto così mi darebbe pure dei punti, ché non riesco a posare il mio sguardo senza provare ribrezzo su molte cose, ho invece guardato un gatto con tenerezza, insomma, sono una bella persona. Inoltre. Sono allergico da morire ai gatti, li percepisco a metri e metri e metri e metri di distanza, starnutendo e alle volte pure starnutando, lacrimando e dagli occhi e da altri orifizi, vedendo arrossata ogni superficie scoperta di pelle e tanti altri segni che indicano il sopraggiungere della morte e la forte impellenza di fare un testamento che preveda di lasciare a qualcuno che possa utilizzare tutti gli antistaminici che ho dimenticato di prendere nella vita. Orbene, il punto è che il gatto era appena stato investito e agonizzava nella corsia opposta a quella che io andavo percorrendo in modo amabile e totalmente incurante di ogni essere animato e animante il microcosmo di cui occupo una parte mediana della catena alimentare. E noi contorcersi nel mondo come gatti investiti sull’autostrada. E agonizzare fino all’arrivo di un pneumatico fatale. Non saprei dire cosa gli fosse successo, se fosse stato preso in pieno, di striscio, urtato, o chessò io. Stava col corpo a terra e le zampe che s’agitavano intorno. E non so quanto mi abbia colpito, in fondo spesse volte rimango impassibile, soprattutto davanti a certe persone, soprattutto quando certe persone si agitano, soprattutto quando voglio evitare ogni empatia. Ha causato brividi a mia madre, mentre a me non ha fatto né caldo né freddo, tant’è che sto qua a scriverne e lo vedo come metafora della mia vita. L’ho visto di sfuggita attorno alle 13, una visione mistica e improvvisa, un fugace sguardo sulla morte. Poi dev’esservisi immerso, nella morte, morendo come tutti si muore, così, cambiando colore. Quel che è certo è che io, il cadavere, non l’ho visto.

E respiro ancora l’ancora, per non soffocare, immerso nell’acqua.

Una Risposta to “Scrivo su un blog che non si caga nessuno.”

  1. Laura Says:

    Così, ora che l’ho scoperto, ti romperò un po’ le scatole anche sul blog ;)

    Questo post mi piace molto, è un onanismo mentale veramente interessante e ben scritto. E poi le riflessioni sulla vita e sulla morte in generale mi stimolano parecchio.

    Però non sono del tutto d’accordo… Tu non tieni conto di quanti topi si sia gustato il gatto, o magari no, di quante volte sia stato abbandonato… E secondo me il contorcersi del gatto non è un qualcosa di cui era consapevole, secondo me si tratta di un impulso puramente fisico, in cui l’anima non c’entra… (più applicato agli umani, che al gatto, in effetti, visto che per il momento non saprei dirti se i gatti hanno un’anima -ne vogliamo parlare?)

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