Chi cazzo me l’ha fatto fare?

È un po’ il pensiero che mi ha attraversato costantemente ultimamente, sempre nell’accezione riduttiva del termine, ma sicuramente mi ha attraversato anche prima, solo che non me lo ricordo. Non ricordandomelo, mi tocca andare indietro con gli eventi sino a domenica, sebbene siano secoli che non scrivo, sebbene sembrino passati anni dall’ultimo post, sebbene di vergogna come quando ho premuto quel “Pubblica” non ne ho ancora provata, giacché quello era proprio Il Male, e così via. Chi cazzo me l’avesse fatto fare, me lo son chiesto l’ultima volta domenica. Domenica sono stato in Svizzera. Domenica, avrei voluto morire. E non solo per supportare la tutt’altro che banale tesi che suggerisce che proprio Non si esce vivi dalla Pianura Padana, soprattutto quando essa è stata incendiata, ma proprio per motivi dettati dalla giornata in sé. Gita con parenti. I miei parenti li vedo una volta l’anno, per una ricorrenza raccapricciante, il 2 giguno. Raccapricciante non sarebbe la festa della repubblica, ma il fatto che loro vogliano celebrarla con un picnic di dubbia qualità, riunendo persone per vaghi legami di parentela, ché ormai di vecchie amicizie rimangono solo vecchi ricordi, di tanto tempo passato insieme, c’è solo la polvere posata sui mobili, di un amore condiviso per la vita, rimane solo un finto sorriso quando ci si incontra. Questo per loro, io li ho sempre odiati, quasi tutti. Quelli che non odio li mantengo la mia vita per un fine meramente egoistico, sperando che possano darmi qualcosa, migliorarmi in un modo qualsiasi, peggiorandomi mandandomi a fondo, non sarebbe troppo importante. Quindi mercoledì, sette giorni fa sette, sono stato là, per ore, dopo aver disertato una maratona che non è andata purtroppo deserta, dove ho potuto apprezzare decine di persone di tutte le età che si davano a divertimenti adatti a giusto un’età, lanciandosi in piscina, vestiti, cellularizzati e così via. Steve Jobs ha fatto festa grossa, mercoledì. Io ho pianto lacrime grosse, invece. Più tardi, mi ha rapito un prozio per andare a conoscere i possibili acquirenti affittuari di un suo negozio in centro in un paese discutibile. Di ritorno, dopo aver visto le scarpe inguardabili (è stato un bell’impegno, bisogna dirlo) del portavoce del gruppo, ho potuto darmi allo studio matto e disperatissimo delle scienze, per evitare di non finire a credere al Creazionismo, cosa che non sarebbe solo la mia fine. Gli altri giorni, fino a domenica, francamente non li ricordo. Mi sono scivolati addosso, in un modo o nell’altro, tra un round in palestra (voluta ambiguità) e un’interrogazione scampata o chessò io. Poi ci si trascina a sabato, quando c’è il fratello a cena, e lo scopri per caso, e poi ti rapisce (è un cliché, ormai), per altri lidi, per mangiare un gelato in riviera lacustre, ridendo del tuo terrore di incontrare un qualche tuo compagno di classe, ridendo della tua gioia di averne trovato uno che ha preferito fingere di non vederti (dinamica discutibile. Da approfondire, subito dopo averla dimenticata). Ah, sì, com’è che cambio sempre modo di scrivere quando parlo di mio fratello? Raccapricciante. Come raccapricciante è stato, venerdì, essersi guadagnati, giocando contro il tempo, un posto all’ombra, decidere di spostarsi di qualche centimetro per far sedere un bambino, scoprire che i bambini sono quattrocentottantasette e finire al sole. Sono troppo generoso. A parte questo screzio, a parte la richiesta di informazioni stradali a una barista della zona con tanto di “Grazie, ora provo” mentre si esce dal bar con in mano il piattino da caffè che lei aveva gentilmente concesso a usufrutto qualche attimo prima, a parte qualche adolescente di troppo alla ricerca di accendino, è stato un buon venerdì. Il sabato invece, credo rimanga incommentabile. Essendo incommentabile, tanto vale fare un po’ di meta-termineaggiuntoacasoasceltatravitaletteraturagioiamortesimpatiaboiata parlando di quanto sia inutile parlarne. Mi piacerebbe parlarne, solo che non mi va, per citare un bipolarista a caso. Non ricordo assolutamente che pensieri mi raggrumassero in testa, quella sera, ma certo non erano positivi o propositivi, al massimo posponitivi. La domenica, vero soggetto e oggetto del post, da dissacrare solo perché sacra, da raccontare solo perché necessita di essere sminuita e non può essere avvolta dall’aura di mistero, nemmeno quando si tratta di Bibbia che è passata ad anni di mala esegesi medievale, invece è trascorsa piuttosto lentamente. E non solo perché è iniziata attorno alle 5.47 (la prima ora che ricordo di aver visto, francamente non saprei, può essere che l’abbia sognata come accade di solito). Colaziono, mi vesto a caso, esco di casa, salgo in macchina, giungo alla stazione dei pullman dove avviene il magico incontro che va a togliere quattro giorni di polvere ai miei rapporti con cugini e zii e prozii e cazzi e mazzi e poi basta, si sale sul pullman. Mi porto storia dell’arte, ché ne va della mia promozione in quel di giugno. Non credo sarebbe cosa che racconterei ai miei nipoti (che non avrò. Spero) una sospensione del giudizio in disegno/storia dell’arte, ma ho comunque preferito evitare di tentar l’ebbrezza. Un po’ scazzato, mi dileggio con Cimabue. Poi. Poi sale l’altra combricola, quella allegra, millemila persone a occupare ogni spazio vacìo sul pullman, relegandomi accanto a un cugino. Unica piacevole sorpresa della giornata. Gli ho promesso che avrei avuto dolci parole per lui, quindi penso che bypasserò completamente l’argomento. Lascio il punto focale, cioè che per le 20.30 circa era seriamente intenzionato a darsi alle droghe pesanti, senza passare dal via. La parte centrale della giornata doveva essere occupata da un viaggio su un treno, che doveva dare alle persone, cioè noi, la possibilità di godere di meravigliosi paesaggi, spettacolari visuali, panorami inenarrabili perché ineffabili e fenomenali e così via. Non ero pronto a tale orgasmo della vista, non me la sentivo proprio. E quindi dormire sul treno panoramico, credo sia questo il vero fulcro della mia vita. Mi sono svegliato giusto in tempo per la parte più alta del tragitto, dove la mia energia potenziale era alle stelle rispetto al livello del mare, dove il mio subconscio ha vagamente apprezzato la neve e il ghiacciaio e così via lasciandosi andare in un porcatroia pensato e mai dichiarato. E nemmeno ora l’ho fatto. Poi la Svizzera. In realtà prima, ché c’eravamo già dentro, ma non si notava, quei fantastici paesaggi non hanno nazionalità, li senti dentro, appartengono a tutti, e quindi a nessuno, sono dei paesaggi operai, comunisti votati a ragguagliare gli occhi altrui circa la possibilità che il buon Lenin ha donato loro. Ecco tutto. E io ho dormito. Svizzera è riduttivo. Dovrei dire St. Moritz. Grazie al cielo, la città era vuota. Cioè, la riempivano noi. Ed era quindi vuota. E i negozi erano chiusi, non penso che avrei sopportato nulla di simile in un giorno normale. Grossi traumi qui e là per enormi scale mobili che io preferisco intraprendere da muovere e così via. Il viaggio di ritorno non è stato meno traumatico, viste le indicazioni date sopra dall’improvviso interesse per le droghe di qualche soggetto particolarmente suscettibile, ma certamente il peggio è stato il bambino, dell’altra comitiva, che era una buona mascotte. Ha ben pensato di cantare durante il viaggio. Il mondo ha ben pensato di fargli credere di essere capace di cantare e non posso quindi che sperare che finisca in un qualche programma raccapricciante tipo Iocanto, nome cui potrei porre tranquillamente una d davanti senza modificare granché la cosa, dove venga bocciato senza pietà da un pietoso Gerry che scotta. Tornato a casa, dormito poco. Molto poco. Poi lunedì, già non lo ricordo più. Ah, sì. Speso fuori casa anch’esso, tra palestra e amichetto della palestra che pensa di offrirmi un gelato e mostrarmi il santuario (?) del suo paesello che è purtroppo occupato in ogni ordine di posto da della gente che fingeva di fare una degustazione di vino, quando in realtà erano certamente intenti a ubriacarsi, da buoni franciacortini quali solo in quella zona possono essere. Poi oggi, denso di avvenimenti, quasi non mi bastano le righe teoricamente infinite che ho disposizioni per pensare di raccontare anche solo una parte di quello che mi è accaduto oggi. Cerco di isolare gli accadimenti e ridurli a un paio, sperando di non farvi troppo dispiacere. A scuola imperversa il clima da ultimo giorno di scuola, sebbene ne manchino ancora un paio, e così non si combina più nulla, nemmeno a livello di spreco di tempo. Svacco completo. Poco male. Si gioca a pallavvvvolo. Da pronunciare rigorosamente con un po’ di v di troppo. Mi lancio per fare muro su quella che alle elementari era la più brava della classe, quella che alle medie continuava a essere la più brava della classe, quella che alle superiori non è più tua compagna di classe, ma continua a essere la più brava di un’altra classe, che gioca in serie B o giù di lì e così via. Cazzo, figata! L’ho presa! L’ho buttata di là! E poi mi ritrovo a zoppicare fuori dal campo qualche secondo dopo: non ho idea di cosa sia accaduto dopo che ho toccato la palla e prima di aver toccato il terreno, proprio zero. Però è stato figo. Figo è stato anche poi subire il punto perché quelli là erano un pezzo più forti. Da fuori ho potuto ridurre il mio contributo alla squadra da nullo a nulla, dopo una mezza sfuriata dettata dall’adrenalina (Non mi son fatto un cazzo, continuate a giocare! Non parevo io. Magari l’ho inventato e non ricordo), ho zoppicato sbocconcellando la strada per tutto il tempo. Mi son trascinato così stancamente al pomeriggio, tentando di mettere la gamba nel punto in cui il Dr. House metterebbe il bastone se la mia gamba sinistra non funzionasse più e io avessi un bastone figo come il Dr. House, cosa che per altro non è. E così ho passeggiato. Solite scene madri di madre e così via. Non è gonfia, confido di tornare a saltare nei giardini, correre dietro alle farfalle e piegarmi a cercare siringhe nei parchetti per domani o il dì dopo. E insomma, zoppicando, ho ben pensato di andare a farmi tagliare i capelli, ché così avevo deciso e non mi pareva il caso di mettere in discussione una mia decisione, giacché è una cosa che dovrei aver fatto ben prima di deliberare e non ben dopo, come invece è accaduto. Poi vado in libreria, ché ho un paio di regali da fare. Imbocco via Vanzeghetto, senza chiedermi cosa significasse, senza poter nemmeno cercare su Google per essere sicuro che esista, ma è scritto in minuscolo e quindi chissà, il tutto giusto per, con la mia andatura lenta, ma andante, spalle che sussultano a ogni passo, insulti mentali a me che potevo pure starmene a casa tutto il pomeriggio col ghiaccio sull’anima, insulti al caldo cancerogeno, insulti alla statica stitichezza della mia caviglia, vengo fermato da una voce. Una voce di anziana, che suppergiù, dandomi del lei, mi chiede, con una formula dialettale e intraducibile, soprattutto perché l’ho dimenticata, chi io sia. Rispondo. Risponde. Rispondo. Risponde. Si avvicina. Parla. Mi parla del nipote che inizialmente credevo fosse il figlio, della laurea breve che ha preso con 110 e lode, della nipote, del figlio a cui rimarrà la casa che tanto lei in un paio d’anni sarà morta, della terra di fronte, che ora è terreno abitabile ed abitato che apparteneva a un’antica famiglia della zona che possedeva tutto, della terra della sua famiglia che era della sua famiglia e ora c’è su una sua casa che ha 42 anni, mi parla del fatto che con l’età sia diventata stupida, vede e fa cose e non le ricorda, mi dice che mia nonna sicuramente la conosceva, ma ora non se la ricorda, mi dice che ha incontrato una signora a messa, perché lei va a messa tutte le settimane e quando non può la vede in tv, mentre l’altra ci va proprio tutti i giorni, che le ricordava qualcuno, allora le ha chiesto chi fosse, e quell’altra la conosceva e lei no e si appoggia al cancello e penso stia per mettersi a piangere ma non lo fa. Mi parla del comune, che non sistema le buche di fronte a casa sua e poi ci fanno le gare ciclistiche e lei ha paura che qualcuno si faccia male. E poi me ne riparla. Di tutto. Aggiungendo qualche dettaglio, togliendone altri. Il nipote Mauro lavora in zona, dopo qualche mese di cassa integrazione. E me lo racconta di nuovo, da capo. Ha fatto l’università a Brescia. Ancora. Ancora. Ancora. E ripete anche che l’età le ha portato via la memoria e che si sta spegnendo lentamente. E mi mette tristezza, tanta tristezza. Glielo direi, ma tanto se lo dimenticherebbe. Le direi chi sono i miei genitori, dove lavorano, da dove vengono, come è possibile che li conosca o meno, ma tanto se lo dimenticherebbe. Me ne vado, con la morte nel cuore, fingendo un appuntamento per le 15.30, ché si nota che tanto in due minuti (erano le 15.28) non saprei arrivarci, ché vado a 0.2 m/s quando sono proprio lanciato, ma a lei non importa. Si avvicina un’altra vecchina, si salutano, la smemorina le chiede l’ora, come se non gliel’avessi appena detto io. E la morte nel cuore si espande. E mi assento. In libreria cerco di incidere il meno possibile sulle vite altrui, soprattutto delle persone che sono entrate dopo di me, facendomi servire solo a locale vuoto. Qualcuno nota che sono dimagrito, qualcun altro che la mia scuola fa bene le liste dei libri di testo. Cerco un libro che non c’è, ne cerco un altro che invece c’è. Incrocio un paio di mie cugine, di quelle che mai ti aspetteresti di trovare in un posto simile, che stanno preparando la tesi, che si laureeranno quando tu non ci sarai e ben pensano di iniziare a insultarti già subito. Però ti abbracciano, e non fa niente, se tu non sei capace. Alla polvere di questo rapporto, un po’ c’ero affezionato, ma un po’ fa bene anche toglierla. E poi torno a casa. Torno per via Carducci.

Predicano morte, vogliono morte, morte a palate, se vi piace la morte spiegate, perché non v’ammazzate? Cagate su cagate mi riserva ‘sta vita di merda che m’osserva, sul suo vetrino dove chino faccio la larva

2 Risposte to “Chi cazzo me l’ha fatto fare?”

  1. Laura Says:

    Per come la vedo io quel muro riuscito è valso tutta la storta ;)
    Ma è il punto di vista di una che ha rovinato due tute e si è ritrovata innumerevoli lividi giocando nelle semplici ore di educazione fisica, non ci badare :P

  2. mantidu Says:

    dalla vecchina fino alla fine il post è davvero splendido.
    scrivi benissimo, ma già te lo dissi.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger cliccano Mi Piace per questo: