Ciao. Sei ancora vivo?

C’è chi ama chiedermelo, ripetutamente, lasciando trasparire dell’ironia che forse dovrebbe rimanere opacizzata per il bene e del mondo e dei due interlocutori e anche del mondo dei due interlocutori, che certamente non collima con quello del resto del mondo, beati loro. Giacché la risposta è sempre la stessa ed è l’assenza della stessa, forse qualcuno si stancherà di chiederlo. Forse inizierò a chiedermelo io, nella speranza di qualcosa. Il ciao a incattivirmi me stesso e poi la domanda, senza mezzi termini, senza un’introduzione che sia degna, forte e diretta, un quick sui denti. Ha seguitato chiedendomelo mia madre, ultimamente, mentre son stato a Roma. Qualche volta per sms, un paio pure al telefono. E io ho dato adito alla metafisica di svilupparsi non rispondendole, ché se le rispondo, con risposta sia affermativa sia negativa, la risposta è positiva. Logica vorrebbe che, per contro, in caso non le risponda, io sia morto. Purtroppo la logica non concepisce né la pigrizia, né la disattenzione, né le disavventure, né i banali errori umani. E quindi l’etere mi ha creduto morto e poi non lo ero e io mi son sentito tanto come l’etere. Negli ultimi dieci giorni, spesi a far tutto fuorché a scrivere sul blog, non ricordo granché bene cos’è successo. È finita la scuola, quindi sto ricorrendo agli ammortizzatori sociali del mio inconscio per provare a sopravvivere, sperando che il mio cervello non li tagli subito. È finita e non ricordo bene come, è finita e non so nemmeno il perché. Purtroppo è finita e basta. Sul crepuscolo andante, a mezzodì, venerdì, sono stato a pranzo con alcuni compagni di classe (cinque), con due tizi di altre classi (due) e con un insegnante, quello di lettere, quello stronzo, quello che se anche si decapitasse mentre sta giocando a tennis, ecco, io penso che inciterei l’avversario a fare una volé sul suo corpo che va contorcendosi e sprizzando sangue e ingurgitando terra rossa insanguinata e così via. Gli voglio un mondo di bene, insomma. Purtroppo, le sue coronarie hanno retto l’ennesimo pasto al McDonald’s e non ho potuto apprezzare il rumore dei suoi denti che sarebbero colati a picco picchiettando sul pavimento dopo una caduta in posizione prona a velocità stratosferica. Più scrivo, più l’amo – e mi riferisco all’immagine della sua morte. Poi, poi, poi. Poi non ricordo. Ah, sì. Era meglio non ricordare. Ho speso la mattinata di sabato leggendo, che almeno non è tempo totalmente sprecato, ma diversamente investito, senza un’auto, ma con una bicicletta. A ciò ha seguito il pranzo con il fratello, che alle volte è sintomo di allegria e simpatia dettate da ciò che solitamente detta lacrime e sangue e pianti e fiumi in piena. A ciò ha seguito una gita dalla cugina che quest’anno fa la maturità, cui tutti chiedono tutti, sebbene a nessuno interessi nulla, quindi ho fatto la mia parte in questo, punzecchiandola pure, che è lo stadio successivo del finto interesse per i parenti. Ero invece veramente interessato alla tesina di Kerouac di una sua compagna di classe, dopo averne amabilmente discorso con lei [la compagna di classe] invece di guardare la partita di pallavvolo che avrei dovuto giocare invece di sfasciarmi una caviglia in settimana. Eh vabbè. La strada, Metropoli e città o I sotterranei? Questo per dire. Questo ineriva ancora al venerdì, però. Ed ero arrivato al sabato, poco sopra. Vabbè. Cugina. Cugina che ha una sorella.  Sorella che è anch’essa mia cugina. Che però non ha preso nulla da me, giacché quando la vedo sta festeggiando i suoi dodici anni con le sue amichette e i suoi amichetti e, nei miei sogni più reconditi, con un pedofilo con una muta da sub che giace in agguato in piscina attendendo che qualcuno si distragga o che qualcuno si conceda o chessò io. Ho ricevuto un’offerta di lavoro come bagnino, ma l’ho rifiutata. E così mi si è scartavetrato addosso tutto il resto del tempo, compreso il pomeriggio di domenica, che non ricordo esattamente che ho fatto, ma la conquista della giornata è stata imparare a giocare a Solitario. Se solo si potesse giocare in due, Renato. Renato è scomparso, per malesseri fisici, per problemi interiori, per tonsille che Andate!,  e quindi non l’ho più visto. Son sicuro che quattro mesi dopo mi avrebbe dato un parere su quel libro, nonché sulla mia completa dedizione alla sua persona. Il lunedì era improntato al martedì, che era improntato a una parte di sé in un discutibile groviglio di cose che sarebbero volte a far danni nel mondo e poi così è stato, credo. Punto è che son corso un po’ qui e là e non ricordo nemmeno in che occasioni. Un lunedì di telefonate perse e ritrovate, di prozii nudi a cui mentire che s’ostinano non vestendosi, di gioia improvvisa e malcelata, di tristezza conseguente e bencelata, di partite da non seguire ché tanto non me ne frega nulla, di partite da seguire ché tanto continua a non fregarmene nulla. Martedì, partenza. Aeroporto. Aerei che vanno, aerei che vengono, persone che passeggiano, altre che scrutano, valigie che scivolano, bagagli che s’incastrano, bagagli obesi che se non paghi il sovrapprezzo stai a terra ad aspettare che dimagriscano, perquisizioni perché Parla italiano?, perquisizioni perché il bagnoschiuma non potevo buttarlo in albergo, ma prima o poi avrei dovuto farlo e invece non l’ho fatto, cinture di sicurezza che si slacciano al minimo segnale di incertezza, allacciando l’aria e tenendola ben ferma e areata. Là, dove con là intendo Roma, mentre con qua intendo il resto del mondo, un po’ di delirio. Dalle suore che gestiscono alberghi che gestiscono le vite di persone restringendo loro gli orari in modo sommesso e ascoso ed educatamente alberghiero, ai sassi, tanti sassi, dai fattorini più vecchi dei fattori, ai gatti, più numerosi dei dotti galattofori all’interno del Colosseo, dalle maledizioni lanciate circa futuri improponibili basati su presenti inaccessibili, domande vaghe che non meritano risposta, illazioni millantate da passanti con tanto di certezze di fondo, autobus pieni che si svuotano riempiendosi di controllori, metropolitane piene di posti vuoti e persone in piedi, in piedi come la Minerva che non va guardata negli occhi, occhi strabuzzati per riempire bottiglie con fontane impossibili e statue. E la statica assenza della tua presenza.

Quante belle biglie a rotolar e quante belle triglie nel mar.

2 Risposte to “Ciao. Sei ancora vivo?”

  1. mantiduzza Says:

    ahhhhhhh, questa la so!!

  2. Nestor Rhoda Says:

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