Ciao. (non) sei ancora morto?

Non penso che ci sia qualcuno in questo o in quel mondo, su questo o su quell’asteroide, tra questo o quel cielo dipinto sul soffitto, che possa venire a recriminare dei diritti d’autore su questo titolo, giacché non ho preso spunto da nulla di reale, ma ho modificato una porzione di realtà, rendendola più simile alla realtà. Non sono ancora morto, no, il mio blog ha qualche anelito di vita, qualche grumo di saliva rimasto incastrato tra le corde vocali che viene spruzzato fuori grazie alla respirazione bocca a bocca che qualcuno (non io, non voi. Probabilmente Dio) tenta di fargli. È affascinante che mi segnali la parola “blog” come scritta in modo non corretto. È affascinante come io parli del blog nel blog, ché forse questo verterebbe a dimostrare quanto non abbia più senso continuare a scrivervi e quanto sarebbe ben più necessario iniziare a fare altro, o smettere di fare qualcos’altro per sempre, dare una svolta, svoltare con la freccia, senza, saltare su un sasso grosso quanto il Colosseo, chessò. Questo doveva essere suppergiù il contenuto dell’ultimo post, poi mi son lasciato trascinare da altro e così ho un po’ deviato, senza freccia, e i danni che sono accaduti si possono ancora riscontrare proprio là sotto. Avevo spento il pc una mezz’ora fa avvolto dalla tipica tristezza domenicale, dalla costante morte nel cuore che solo un giorno così infame può introdurre in ognuno di me, dal forzato brivido che mi spinge a dare da bere ai cani di piazza Verdi, dal raccapricciante desiderio che mi sconvolge quando leggo dom là sopra in ogni sua forma e dimensione, qualunque sia il mese l’anno la stagione il periodo lo sconvolgimento purché io sia solo. E al momento lo sono. Teoricamente e praticamente, tecnicamente e ovivamente, solo e abbandonato, e quindi e quindi e quindi. Volevo provare a leggere, ma m’è venuta voglia di scrivere, in base a non so quale legge del Contrappasso, se si sta leggendo una cosa buona, si finisce per scrivere lammerda. Il tutto senza scrivere lammerda, basta solo fare delle considerazioni in proposito. Mi è arrivato un pacco kansansita (il pacco kansansita?), contente, suppergiù, una maglietta (unica cosa che si salva, ndr), un tornado domestico, delle caramelle vagamente discutibili rapportabili tranquillamente alle Tuttigustipiùuno che tanto mi furono e potrebbero furmi care futuramente – sperando di non beccarne alcuna al cerume. Era una sorta di mia paura più recondita quand’ero piccolo. Per fortuna che l’altro ieri son cresciuto-, un disegno che il mio futuro piccolo fratello ha realizzato anni or sono – almeno spero. Un’attenta analisi suggerisci che l’abbia realizzato quando aveva 6 anni. Se così fosse, è quasi accettabile. Se fosse un disegno recente, inizio a credere che la vergogna del mondo non abbia mai fine -, delle caramelle che fanno uscire di testa persone che, prima di questo episodio, ritenevo ampiamente dentro di testa e invece e forse va bene anche così, una pannocchia che sarebbe volta alla produzione di pop-corn ma io sospetto sinceramente sia di plastica e vada usata al massimo per il Dolce Forno e per soffocare Barbie durante uno sfogo d’ira, e infine una bandierina americana che è la cosa più kitsch di questo mondo e non si capisce perché non gli rimando indietro il tutto scrivendo “Stronzi sionisti” e così via. Raggrumando i pensieri, ho dovuto pure scrivere loro della mia gita a Roma, mandando pure alcune foto, evitando però di descriverla come non l’ho descritta qua, ché loro non devono conoscere alcun lato di me che non sia quello che invento per il mondo che invento, ossia quello che praticamente non conosce nessuno che mi conosce, ma tant’è. Eddire che stavo quasi per rendere questo blog largamente pubblico, hodie. Grazie al cielo non l’ho fatto. Lo farò poi. Lo farò poi perché devo ben capire prima cos’è questo blog. L’idea per come era nata la ritenevo quasi nobile, nobile nel senso di nota, non nel senso di figa, intendendo che tutti potevano essere interessati a raccontare la propria vita e quindi io ero solo uno in più che lo faceva e lo facevo qui perché avevo caratteri infiniti a dispozione, domande retoriche a go go, possibilità di scelta per quanto riguarda i lettori (anche se la mia élite sta andando un po’ disperdendosi, come i tuoi ideali al sole d’agosto), per quanto di scelta si possa trattare con in ballo centinaia di migliaia di migliaia di migliaia di sguardi indiscreti pronti a leggere diventando improvvisamente discreti. Mentre scrivevo, sono stato interrotto da una telefonata. Solitamente non rispondo al telefono, soprattutto quando non so chi c’è dall’altra parte, ma, a questo giro, la possibilità di non sapere chi c’era dall’altra parte mi ha intrigato. Un incontro al buio. Poteva essere l’amore della mia vita. Era un’amica di mia madre. Non si capisce perché, ma pochi al mondo hanno recepito che quando dico che per il Kansas parto ad agosto intendo effettivamente agosto e non, per dire, la prima settimana di giugno e così era stupita. L’ho lasciata a stupirsi. Mentre parlava con la sua cornetta. Mi rituffo in questa domenica, a capofitto, sperando che non ci sia acqua nella piscina e che questo mi garantista di picchiare la testa davvero forte.

Vogliamo la fine del mondo scritta a caratteri cubitali sugli schermi dei cinema.

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