Ho messo via un po’ di speranza

Ora. A me Ligabue non piace. Non mi piaceva nemmeno qualche ora fa, ma ora in particolare, ché mi accingo a parlarne male. Più che non piacermi, diciamo che non lo sopporto. Nulla contro chi l’ascolta, eh. Non voglio vedere questi fan strisciare ricoperti di vermi durante il giorno dei giorni in cui a una data ora sarà la fine del mondo. Oh no. Quello lo lascio ai fan di Vasco. Fatto sta che a me non piace. Però, per forza di cose, lo conosco. Penso di conoscere pure un buon numero di canzoni (notare che è il numero a essere buono, non le canzoni, quelle possono essere solo “di”, vi lascio la libertà di completare la dicotomia) , tra cui la citata nel titolo. Però il caro Liga, interprete dei sentimenti di milioni e milioni di care persone, non s’è mai fatto interprete dei miei, né in un senso né nell’altro, nemmeno oziando fuori dall’Arena di Verona, tant’è che quel verso l’ho dovuto coniare io. Sì, l’idea della canzone con una frasetta a caso ripetuta e poi un complemento oggetto a caso è sua, sia mai che qualcuno non gli attribuisca questo colpo di genio, roba che nemmeno i rapsodi, però i trovatori sì. E così mi son trovato a un certo punto ad aver messo via la speranza. Qualsiasi tipo et genere di speranza, da quella più o meno banale di vedere la mia caviglia sinistra muoversi in modo subumano, prima o poi, ché ormai sono due settimane che la mena e non vedo perché dovrei conservare il piede se non posso fruirne come voglio. Per altro, questo aprirebbe numerosi altri spiragli sulle potenzialità sprecate, sulle possibilità non potenti ma semplicemente possibili, ma meglio passare tutto. Tacerò le altre speranze, ma senza sfociare nella scaramanzia, limitandomi a una molto più basica pigrizia. Così basica da evitarmi l’acidità, ché ormai non ne vale più la pena. Ho pensato tutto ciò questa mattina in piscina, mentre ero soffocato dall’acqua, spaventato dai bambini e replicato dal prozio. Quello stesso prozio a cui appartiene l’abbandono di un senso del pudore che io invece vorrei conservare, essendo l’unica cosa palpabile tra le poche cose che continuano a rendermi umano. Eppure lui no. Perché fa parte della crescita. Perché anche questa è scuola. Perché questa è la scusa che tira fuori sempre quando vuole farmi fare qualcosa e non ha basi logiche per sostenerlo. E così, l’ho dovuto fare. E non lo farò mai più. Io ci tengo al mio essere umano, almeno quanto m’importa il mio essere macaco. È l’essere ameba che mi scrollerei di dosso se avessi una colonna vertebrale in grado di sorreggermi durante l’atto dello scrollamento stesso. E così, mio zio ha messo via il suo pudore mentre io mettevo via le mie speranze, che un po’ collimano, no, come idea? Un po’ collimano soprattutto perché fa ormai caldissimo pur senza fare caldo e le cose si sciolgono e poi si mescolano e di notte di riuniscono e poi è tutto miscelato e non si capisce più un cazzo e tanto vale lasciare che si sciolgano e disperderle all’ombra di un ciliegio in fiore.  Questo perché Bologna è un po’ come l’India. Questo perché c’era un passaggio in Shantaram che mi aveva portato a questa considerazione, proprio mentre mangiavo una granita al limone, assaggiandone una alla mandorla (limone wins. Poche palle), ma niente, non son stato in grado di ritrovarlo. Questo perché sono stupido, oppure perché quella cosa non esiste e ne ho interpretata una io ad hoc tanto per e soprattutto tanto per cambiare. Perché così dev’essere stato. E così ti devi abbandonare all’India, così ti lasci vivere da Bologna, lei ti lascia parlare ai muri che poi, a dieci metri di distanza, possono pure ascoltare, ti lascia sovradimensionare il tritone che ha dato vita a Tritone, ti lascia prendere un autobus che prima avevi perso, ti chiede solo di andare a capo ogni tanto nei post, ma anche no. È così. Come sono i toast alla marmellata di fragole, come mangiare una mela, come sta in chiesa la cera. Mi ero pure portato una foto, da Bologna, ma obiettivo fallito, al momento. Non penso che verrà completato futuramente, ma in caso, vi faccio sapere, ché mi rendo conto  è cosa di grosso se non estremo interesse. Poi beh. Non è colpa di Bologna, ma è affascinante anche quando senti i moscerini che hai appena inghiottito (e praticamente subito ingerito) che sono percossi da onde sonore. Onde sonore che si accompagnano a della luce accecante. È più che affascinante, ecco. Stasera praticamente un evento mondano: la figlia di un’amica di mia madre passa per invitarci al suo matrimonio. La buona notizia è che io sarò in America, quella cattiva è che mia madre potrebbe fingere di esservi perché è fondamentalmente pazza e paranoica. Per la cronaca, ho notato pure io che il post è sconclusionato, ma temo di poterci fare ben poco. E non solo su questo.

Volli fare qualcosa, ma non c’era più nulla da fare.

Ah, già. Quasi dimenticavo. Com’è che a sedici anni non si ha più nulla da dire? E nulla da dare?

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