Piove

Anzi, ha piovuto. Meglio, è piovuto. E sì, io sono uno di quei malati di mente che per i verbi intransitivi usa solo l’ausiliare essere e spesso cancello pensieri in corsa per questo fatto e soprattutto col condizionale è un casino e se son lento a pensare fare dire e pensare una ragione fondamentalmente c’è. Ed è il fatto che non uso le virgole. Pare brutto fare un post sulla pioggia, ma per quel che mi concerne pare brutto anche solo fare post, quindi tanto vale unire la produzione alla scarsa qualità e avremo il capitalismo del mio blog. Pare anche buffo. Probabilmente è impossibile, ma noi ci proviamo lo stesso. Allora, il caldo, lately, è soffocante. Lately è il mio nuovo avverbio preferito – che si affianca a emottisi, mio nuovo termine preferito da ieri – perché è quello che uso quando non rispondo alla famiglia americana per lungo lungo tempo. Sorry, I’ve been busy lately. E loro un po’ ci credono. E in realtà pure io, ma temo che la realtà sia un’altra. E non solo il fatto che non piova più e sto generando un paradosso temporale dicendo che piove quando non è così. E chissà che sarà del mondo quando in Kansas starà nevicando e rileggerò il mio post. Qui ancora non nevica, nevica solo in Abruzzo. Mentre stavo scrivendo, cioè in una sorta di pausa, ché ogni tanto metto le dita ammollo in acqua distillata a 4° perché possano rilassarsi, ecco, mentre le mie dita si stavano allegramente riposando, mi ha chiamato un prozio. Sono in autostrada. Dove? A-u-t-o-s-t-r-a-d-a. Ah, ho capito. M’era parso di capire aeroporto prima, per fortuna che hai specificato. Insomma. Passa a prendermi e mi porta in piscina, per suo sommo gaudio, per mia grande gioia, per mettere via un po’ di pudore. Prima di andare però mangia una scaglia di Grana. Per sistemarsi lo stomaco. E ufficialmente la scaglia di Grana è diventata mio baluardo pro e contro la vita, per sopravvivere e per morire. Ma il fulcro era un altro, questo è stato solo un improvviso frammezzo. Insomma. L’estate sta essendo quella che è. Più enigmistica di quanto pensassi. Non ricordo francamente come sono arrivato vivo et vegeto alla fine di giugno l’anno scorso – c’è l’Eco dell’urlo del Nome della rosa, ma non credo mi abbia occupato così tanto e così bene – però ricordo bene luglio. E sembra che non sia così quest’anno. Meglio? Dubito. Meno raccapricciante? Ahia. Diverso, ecco. Ché la mia vita è cambiata un po’ ma non troppo sicuramente da un lato in meglio, certamente da altri in peggio – per esempio. Ho un anno in più. E tolti alcuni frangenti, questi 365 giorni li ho proprio buttati via. Senza pensare minimamente a fare la raccolta differenziata. L’angolo Giornate gettate per ottusità sarebbe stato bello pienotto, ma ne avremmo ricavato almeno un paio di Giornate intonse ancora da buttare. Tra le scoperte terrificanti della giornata di ieri – È morto? Nah – c’è anche la fervente attesa che cosparge i Kansansiti che non hanno nulla di meglio da fare che spendere gli weekend tra messe, fuochi d’artificio da osservare e poi da comprare, appena in tempo per il quattro luglio, ché sarà festa grossa. Stronzi sionisti all over again. Mi faranno una festa. Partiremo col piede sbagliato, ho idea. E la sola cosa che mi attrae, ormai, è l’aria condizionata sotto la doccia. Poi. Ieri ho scritto. Non per caso ma quasi, diciamo con caso, e poi me ne sono vergognato ed eccomi qui a sfogare frustrazioni represse attraverso piccole stalattiti che picchiettano sopra piccoli cumuli di ghiaccio nell’enorme mare che è possibile definire oceano a certe temperature. Ho anche realizzata che la letteratura mi è stata scuola di vita. E non si capisce perché io mi voglia mettere a scrivere. E la cosa si chiude qua, fondamentalmente. Stanotte è piovuto. Prima parecchio, poi poco poco, poi ancora un po’, poi nuovamente parecchio, poi poco poco, poi è morto Taricone e io mi sono addormentato (non necessariamente in quest’ordine) e così via. Stavo con le braccia distese lungo i fianchi, ma veramente distese, non come chi le distende e poi appoggia le mani sui fianchi coi polsi ad angolo retto, palmi all’aria a ringraziare Gesù per la pioggia che aveva mandato sulla terra per salvare i suoi fratelli ché lui c’aveva provato e aveva fallito. E così, mi accontento della pioggia. Non c’è molto da dire sulla pioggia. Un po’ perché l’ho vista per dieci minuti ed ero in stato catatonico/adulativo, in cui non entravo dal frangente in cui ho scoperto che il nome insalata ha un suo perché e non solo un suo cosa e da cui potevo giusto godere del cielo illuminato a festa da un qualche fenomeno atomosferico e che non conosco e che non conoscerò mai. E poi basta. Poi ho dormito. E non fa niente se dormire ha tutta l’aria di un verbo intransitivo, non fa proprio niente.

E morì come tutti si muore, come tutti cambiando colore. Non si può dire che sia servito a molto perché il male dalla terra non fu tolto.

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