Archive for luglio 2010

Senza spunti

24 luglio 2010

Perché, ora, sono un ragazzo normale. Non che io prima fossi anormale, ora sono semplicemente più normale. Grazie zia, sei sempre illuminante. Soprattutto quando non ti lanci in complimenti sperticati.  Credo di essere normale almeno quanto qualcuno che cerca su Google ai nipoti piace far vedere il pene alla nonna e finisce in questo blog. Ci sono molteplici ragioni che possano spingere qualcuno a cercare una cosa simile su Google, tra cui la nonna con tanti piccoli nipoti esuberanti, i tanti piccoli nipoti esuberanti che hanno una fervida immaginazione, un pedagogo con qualche dubbio circa la sua laurea, o semplicemente un malato di mente. Di certo c’è solo che ai nipoti dotato di una scorta di amor proprio da usare negli attimi di crisi dopo che tale è stata dichiarata la situazione da un qualche organo di supervisione che sia però al servizio del nipote stesso, mostrare il pene ai propri prozii non piace da morire. Ci ha riprovato, per la cronaca. Eddire che ero senza spunti, ma ne avevo un paio, a sufficienza per decidere di iniziare un post, non abbastanza per scriverlo, ma si confida sempre che qualcosa esca e riesca. E uno di quelli l’ho dimenticato. Ma pure tutti gli altri. Ricordo solo in modo piuttosto vagulo il prozio che mi ha riportato a casa, dopo avermi rapito ché se non rispondo alle 8.31 a una chiamata nonostante io abbia il cellulare accanto al letto e nonostante questi vibri da morire, forse una ragione c’è. Rapitomi, condottomi in piscina, spintomi a nuotare, spintomi a uscire, spintomi a camminare, hanno pensato di foraggiarmi con una bistecca che aveva decisamente un suo perché, ma non se ne vedeva troppo la ragione. Ho avuto anche dei bei problemi quando mi hanno mandato a raccogliere il prezzemolo, un casino riconoscerlo, un casino stabilire quanto fosse una manciata, pressoché impossibile riuscire a tagliare un gambo e ad afferrare il piedo di prezzemolo relativo, assurdo anche solo pensare che le api che mi ronzavano attorno non volessero vedermi morto, ma necessitassero di prendere un po’ di sole sulla mia schiena, coperta da una maglietta nera. Ben altra lotta è stata contro le porte del garage ad apertura automatica, e temo abbiano vinto loro. Premendo un pulsante – scelto a caso dalla vasta gamma di opzioni, si aprivano – e potevo bloccarle con un altro pulsante a caso. Qualche minuto e decine di punture dopo, era un attimo rientrare, ripremere il primo pulsante a caso, che faceva partire le porte verso l’apertura, premerlo nuovamente per chiuderle, muoversi con agilità facendolo richiudere. Tre volte prima di notare l’esistenza delle fotocellule. Poste a un’altezza sufficiente per non essere scavalcate e troppo bassa perché potessi passarci sotto senza scavare una fossa. Poi ho potuto ingozzarmi col prezzemolo che son riuscito a rubare alla natura pagando numerosi pegni – ndc. Che non ricordo per cosa stava “c” quando ho coniato quest’espressione e allora la uso a caso sperando che il mio subconscio mi venga in soccorso un giorno in futuro, magari in sogno, ché mi hanno detto che va di moda e ti spinge a fare viaggi in Egitto. Ecco, ndc è che la natura non mi ha fatto pagare in natura, doveva averne già abbastanza del prozio –  e sostanzialmente basta. Poi ho dovuto salutare la prozia che mi ha chiesto di abbracciarla e io non sapevo assolutamente come fare e l’ho solo pensato e non gliel’ho detto però magari l’ha capito perché a parte qualche inploit direi che non è stupida e così via. Poi ho visto una meridiana. Cioè, l’ho attentamente osservata segnare il mezzodì alle 13.26.24. Tutto questo grazie a un’esatta equazione del tempo, senza contare che siamo spostati di non so quanti gradi rispetto a non so che meridiano e quindi vanno aggiunti venti minuti. E insomma. È stato bello poi chiedere al prozio che accade con l’anno bisestile, e lui non ne aveva assolutamente idea e penso che morirà col dubbio perché è testardo e vuole capirlo da solo. Oppure mi viene a dire che da quando il monossido di carbonio è uscito dalla sua vita, la sua memoria ne ha giovato. E insomma. Sto pontificando, come dice e fa lui. Mi ha riportato a casa, sano e salvo, è sceso dalla macchina, l’ha ruotata tutta in un tempo necessario a perlustrare diciotto volte il contorno, ma non era particolarmente in vena di correre, s’è posto in un punto vagamente rialzato rispetto a me con le braccia aperte come volesse un abbraccio o qualcosa di simile. Alla fine due baci, grazie al cielo, ché il panico-abbraccio me l’ero già giocato una volta. Il panico-baciosullaguancia, beh, quello è sempre valevole, e infatti ho toppato la guancia di partenza con tanto di imbarazzo successivo e necessario e bilaterale e così via. Eh vabbè. Poi è entrato, quindi inutile siparietto. Ha mangiato quello che sembra una torta gelato, ma in realtà è una meringa, anzi forse una sacher fatta col cioccolato bianco – e c’è chi lo chiama cioccolato. Pfui –  che m’è costata una cicatrice invisibile sul dito. Mia madre in casa a montare la panna, io chiuso fuori dal cancello aspettando invano che qualcuno cogliesse la mia presenza. Data la mia presenza e la mia prestanza, ho dovuto scavalcare il cancello rischiando buona parte delle malattie infettive che il ferro può infettare, ma soprattutto rischiando la morte per passare accanto a una ragnatela ché se la toccavo ora non ero qui, ma là intrappolato a gridare mentre un ragno mi assale. E insomma. Si potrebbe anche citare la cena di ieri sera, che tra un L’universo è come un grande organismo. Si distende e si contrae, come il diaframma durante il respiro e un La talforestadiunpostodelcazzodicuihannodiscussopermezz’oraedicuiamenonimportavaassolutamentenullaequandomihannochiamatoincausahodovutofareunabattutaperché siaspettavanotuttilamiapiùcompletaattenzione è il più grande organismo vivente del mondo [e per due dannate volte ho scritto orgasmo invece di organismo] e un Seh, anche quella cosa che non discendiamo dalle scimmie, mah, beh, son riuscito a sopravvivere. E tre mesi tra dei creazionisti fanno meno paura. Non molta meno. Un po’ meno. Tipo poco meno. Ma vedeste che camera ho là.

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We were fated to pretend

17 luglio 2010

Non è che ci sia un we a cui io possa riferirmi senza andare a creare ingenerose situazioni e spiacevoli complicazioni di situazioni che non erano complicate e ora invece lo sono per un pronome abusato. Non è che io sospettassi l’esistenza dell’aggettivo fated prima di imbattermi per caso in una canzone tanto tempo fa. Non è che il passato del titolo possa riferirsi in qualche bizzarro modo a una situazione che c’era e che ora non c’è più quale potrebbe essere, per dirne una a caso, la vita, giacché sono ancora qua e così via. Non è che io ci creda. Però ogni tanto mi piace pensare che qualcuno possa avere delle pretese sulla vita e sul mondo e così via e venga ricambiato. Perché il destino sarebbe anche questo, sarebbe ricevere qualcosa. E dopo questa infelice considerazione, posso passare ad altro. Quant’altro! Inteso nel senso di “Quanto altro c’è qui da dire che io censurerò ai minorenni e minorati e trascriverò nelle righe per tutti gli altri ed eviterò di scrivere per me”, non nel senso di “Tutto il resto”. Che è banale. Non ricordo più il mio ultimo post. Ok, ora sì. Sarà che ho controllato. Era il 4 luglio. Gli americani (tutti, tolti quelli che mi ospiteranno e così via, ché loro sono più avanti e hanno provveduto prima) stavano festeggiando il quattro luglio – Grazie di essere venuto anche quest’anno. Speriamo tu ci sia anche l’anno prossimo, proprio non sapremmo come fare senza di te. Inoltre, non dimenticarti dei quattroluglii che sono morti attendendo la resurrezione dei corpi, mi raccomando, prendili per i culo – io ero qui a resocontare una vita poco interessante, fatta di fatti poco interessanti, in modo assolutamente non accattivante. È questa la ricetta vincente, no? Parrebbe di no. Orbene, sinceramente non ricordo molti eventi che sono andati susseguendosi tra lunedì e domani – la giornata di oggi la do data per persa, abbiate pazienza – di certo la mia ipersensibilità sta andando scemando a intermittenza per garantirmi la sopravvivenza e quindi se riesco a scrivere un post su una settimana devo considerare la cosa già una vittoria, mentre scrivere un post al giorno diventa pura utopia, insana pazzia, raccapricciante razzia di persona restia a farlo. E insomma. Diciamo che se lunedì, martedì e mercoledì avessi vissuto in apena in una vasca di acqua e cianuro probabilmente avrei reso al mondo maggiori servigi di quelli che già gli do. Gratis. Poi giovedì è stato un giovedì che sapeva di mercoledì. Ed è un attributo positivo. Venerdì sera sono stato rapito. Che è la ragione per cui non ho scritto. No, la ragione per cui non ho scritto non c’è, se non il caldo, ché ormai mi cola il sudore anche dai polpastrelli – francamente non credo lì vi siano dei pori. Però ecco. Francamente non andrebbero esplicitate le iperboli. In ogni senso. – e soprattutto lungo le braccia che stanno appoggiate alla scrivania – gomiti compresi. La malaeducazione si fa largo in me, prende il posto della malavita e vanno a creare il malaffare. – decisamente sotto, si crea una coltre di umidità incredibile e la temperatura percepita aumenta esponenzialmente e così via. Ecco perché non ho scritto. Per questo e perché non avevo tempo, ché non ne possiedo, è troppo caldo ultimamente per i miei gusti. Le cose bizzarre accadono tutte insieme e venerdì sera mi hanno trascinato da mia cugina, che è appena stata maturata e quindi è ancora oggetto e soggetto di numerose attenzioni e così via e io devo fingere che abbia anche la mia attenzione e non solo la mia indifferenza. Perché, per altro, un po’ ne aveva. Rapitomi da casa, in modo piuttosto accondiscendente, sono stato gettato in piscina, in modo molto meno positivo, con molta meno spinta emotiva a fare cose e nuotare e così via. Non pago della cosa, mi sono pure fermato a dormire da cugina. Così, necessitavo di una botta di vita e una notte con il climatizzatore accanto all’orecchio poteva fungere come catalizzatore per la mia vita e così ho potuto essere fated to una nottata da trascorrere e più che altro lasciar scorrere il tempo e aspettare che fosse tempo di alzarmi e così via. Ridendo e scherzarno, il punto cui ero giunto prima del punto precedente questa frase riguardava suppergiù settimana scorsa. Nel senso che è lì ancorato da domenica scorsa. Non c’è ragione. Non posso dare la colpa alla mia mancanza di idee, o alla mancanza di tempo, o alla mancanza di presenza altrui, o all’abbondanza di altri lui, non c’è modo e non c’è verso e non c’è ragione. Non posso dare la colpa al caldo. Ora. Si sa. Non è tanto il caldo quanto l’afa. Non sono tanto i 38° all’ombra quanto il senso di oppressione che la calura genera sulle persone, si sa che nel deserto ci sono seicentottantasette gradi e le persone cuociono la propria carne poco prima di darsi al cannibalismo, la nuova frontiera della cucina al cartoccio, una commistione tra le tradizioni cannibali e la cucina occidentale. Posso quindi dare la colpa all’afa, forse? Mah. Punto è che, da un certo punto di vista, le cose accadono, e io non le fermo,e non si capisce perché dovrei ed è giusto così. Ogni tanto vedo cose che mi ricordano del blog, del fatto che potrei scriverne, del fatto che potrei scrivervi, e non mi riferisco semplicemente alla cronologia o al fatto che scrivendo “cr” in loco di “ve”, come m’è più probabile digitare, nella barra dell’URL compaiano millemila indirizzi e così via. Giacché non è tanto il caldo quanto l’afa, non è tanto nemmeno il fatto che l’antifascismo ormai sia considerato un atteggiamento “burino”. In pieno dialetto romano (?), dalle vette dell’intelligenza e dell’estro bresciano. Non è tanto la voglia di comprare un lenzuolo uscendo dal cinema. È  più una questione di sfoltimento. E direi che ho sfoltito.

There’ll be no tomorrow, they say, well I say, more’s the pity.

Non c’è più religione. Grazie a Dio

4 luglio 2010

Tutto ciò, con l’ambiguità che mi contraddistingue. Che mi caratterizza ormai dal lontano luglio 2008. Sarebbe carino festeggiare l’anniversario, ma purtroppo non so quale sia la data precisa. E soprattutto, non ho nulla da festeggiare. E insomma, l’assenza della religione e la pressante presenza di Dio fanno sì che i kansansiti diventino sodomiti giusto per garantirsi dei passatempi che non pregiudichino loro la visione di un qualche programma Disney in tv e che non preveda quindi un viaggio in chiesa. Chiesa che, per altro, dista proprio poco dalla casa in cui vivrò. Fa sempre piacere ribadirlo. La mia madre americana ha una madre, anche lei americana, che ha un cancro. O l’ha avuto. O l’avrà presto, chissà. Speriamo sia passato o sia futuro in là, mi scoccerebbe fingere di piangere in inglese. Insomma, qualcuno direbbe che è una piacevole coincidenza che io l’abbia scoperto giusto giovedì, qualcun altro non sa a che mi riferisco e va bene così. Questi vanno in Texas per frequentare il loro cancer doctor. Anzitutto. Che povertà linguistica c’è, se non usano nemmeno il termine oncologist, lì, bello pronto. Mi sarei accontentato anche di Wilson, così, per associazione di idee. O di un albero, per la stessa ragione. E invece nulla. La madre della madre ha un tumore e va in Texas che, ho dato un’occhiata su Wikipedia, non è proprio comodo come andare al Plainsboro. Fintamente preoccupato dalle sue condizioni di salute quanto dalle scarpe che indossava per intraprendere questo viaggio in Texas su mucche dalle indubbie doti di bestie da soma, le ho chiesto come stesse. It’s just a check up. Mh. Tanto finto clamore per nulla. But say you’re prayers that it turns out ok. Oh, finalmente ci siamo. È qui che riconosco il mio Dio non vedente che necessita delle mie invocazioni auditive per non far perire vecchi sfiduciati sulla sanità kansansita. E io dovrei pure assicurarmi e rischiare di finire in quegli ospedali. E che mi dite dell’arm doctor che dovrò frequentare quando mi romperò un braccio – e succederà, ne sono certo – nel bel mezzo di una coreografia di cheerleading?  Questa è la prima premessa alla mancata esistenza della religione e alla smaccata permanenza di Dio. La seconda riguarda la Meyer. Per cui io ho avuto anche parole dolci – qualcuno mi ha mai sentito dire che, visti gli altri, il primo libro è un capolavoro? ebbene lo penso tuttora – ma per cui le ne ha avute molte di più. Amy è una quarantaduenne con un crocifisso grosso quanto me in soggiorno che prega per la malattia della madre con un po’ di ritardo in ogni sistema di riferimento – in particolare in quello in cui Gilardino è Dio e quindi lo si prega per curare i tumori (anche se sono piuttosto sicuro che sarebbe ben più utile pregare per prevenirli. O mangiare i broccoli. Chissà. Io di broccoli non ne mangio di certo) che insegna Inglese e che trova che i libri della Meyer siano awesome e pure well written – purtroppo non ricordo le parole precise, ho giusto fissato il concetto quando me l’ha detto, i brividi che ho provato hanno fatto il loro per la memoria tattile e ora riporto a modo mio. Ma fedele alla realtà. Come un tafano. – e in fondo andrebbe anche bene così. Insomma, c’è di peggio nella vita. Chessò, scambiare superstizione per suppurazione, è la prima cosa che mi sovviene. E quindi si parla della Meyer, in modo vago e approssimativo, ché francamente e non ero in vena e la domanda più complicata che è riuscita a farmi riguardava le mie preferenze per i vampiri o per i lupi mannari. I vampiri rullano, per la cronaca, ma non serve che sia io o la chat di Facebook a dirvelo. Sto tentando di mascherare la cosa, rimandandola, voglio shakerare questa pillola per tentare di addolcirla e renderla commestibile, ma insomma, il fulcro è che il libro che lei ha preferito è l’ultimo. Io non ho ancora avuto l’onore di leggerlo. Ma lo farò, o se lo farò. Al momento la mia opinione al riguardo collima con quella che altri hanno tentato di inculcarmi – a ragione, ne son convinto – e che qui riporto per una maggiore comprensione per chi di Meyer non ne sa nulla.

Bella ed Edward si sposano, vanno su un isola deserta, scopano, Bella (non si sa come, dopo che per tre libri si era detto che i vampiri non potevano avere figli) rimane incinta, è un mezzo vampiro che le succhia il sangue, lei è morente, la famiglia vuole che abortisca ma Bella e Rosalie si oppongono, nasce la bambina che quasi ammazza bella e perchè non finisca ammazzata Edward la trasforma in vampira, Jacob ha l’imprinting con la bimba (che l’hanno chiamata Reneesme), i Volturi vengono a sapere che c’è una mezza vampira bimba e vogliono dsitruggerla, allora i Cullen si organizzano con un piccolo esercito di amici, seguono 300 pagine di preparazione alla battaglia, nel mentre scompare Alice, quando si arriva al campo di battaglia, ci sono delle discussioni, stanno per attaccarsi quando arriva Alice portando un mezzo vampiro adulto, facendo loro vedere che non è pericoloso. i Volturi se ne vanno e vissero per sempre felici e contenti.

Eh beh. La trama è bella, pur non essendo Bella, davvero niente da dire. Sono i valori intrinsechi che un po’ fanno vacillare le mie convinzioni. Però sono quasi convinto che Amy non ne abbia colto nessuno – là, quando mi sarò stancato di lei, le dirò che la Meyer è una mormona, per il solo gusto di vederla morire in preda a bizzarri rituali satanici riservati ai seguaci di Joseph Smith (perché il fatto che abbia un nome così comune e non uno figo e altisonante come, chessò, Gesù Cristo o Abū l-Qāsim Muḥammad ibn ʿAbd Allāh ibn ʿAbd al-Muţţalīb al-Hāshimī [risata fornita in collaborazione con Wikipedia] mi fa dubitare più di quanto io già dubiti di gente che si sacrifica urlando contro il cielo [grosso ? a proposito del corsivo] in punto di morte?) e quindi il mio disprezzo per lei da questo punto di vista è probabilmente quantomeno ingiustificato. E poi in fondo le voglio bene. Voglio dire, mi ha mandato delle caramelle. Quanti di voi possono vantare la stessa cosa? Triste, molto triste. E insomma. Questo è stato fondamentalmente il picco di raccapriccio delle giornate appena trascorso, ché mi evito perlopiù tutto il resto, in un modo o nell’altro, fuggendo e sfuggendo e If I was young I’d flee anche senza this town, ché sostanzialmente è quello che sto facendo in modo quantomeno fallimentare. Evito tutto, evito il mondo, senza alcuna ragione assoluta o apparente. Vaghe conseguenze ce n’è, per esempio l’abusare del termine vago in ogni sua accezione e storpiatura (vagulo la mia preferita), l’uso smodato di libri dalle dimensioni raccapriccianti, ma dal contenuto che mette insieme i cocci. Non è piovuto molto dall’ultima volta che ho scritto, giusto una volta per una decina di minuti. È stata una gioia momentanea e apparente, ma vivo del suo ricordo. Quantomeno non fa così caldo. Quantomeno non in camera mia.  In palestra, invece, fa caldissimo. Ma è un ambiente veramente terribile, non riesco assolutamente a capire perché lo frequento, è diventata ormai una sfaccettatura della questione di cui sopra e non riferisco alla corroborazione da parte della scienza della religione mormona. Non concepisco un luogo in cui tutti ti salutano, spartendo con te giusto le gocce di sudore sugli schienali vari e il fondo dell’acqua che si accumula nella doccia – questo mi ha generato un’infelice immagine. Il “fare la scarpetta” (altra cosa che ho sempre trovato terribilmente infelice, ma l’italiano non mi assiste in certe cose e le difficoltà sussistono) in quell’acqua stagnante. Sarebbe quantomeno affascinante e lesivo per i tendini dei muscoli. Ché lì arriverebbe dopo aver corroso tutto il resto – eppure un Ciao non si nega praticamente a nessuno. O meglio, io nego a parecchi, ma mica se la legano al dito loro. Mi additano con il dito slegato come uno ancora nuovo, forse. Fortunatamente tra un po’ smetto. È praticamente borioso il loro modo di fare. Non è un saluto dettato da gentilezza, è dettato da tradizione, una tradizione imposta dall’alto, un alto che loro vorrebbero sradicare, ma temo non sappiano come fare. Non ho molta fiducia nella loro intelligenza, se debbo essere sincero ed esporre il mio essere pregiudizioso. Essere pregiudizioso che ormai mi caratterizza quanto l’ambiguità, mi accompagna ovunque e mi trascina a fondo con sé negli scarichi delle docce delle palestre. Insomma, mi sta affogando. E non è bene. E d’accordo che non è estate se non sto male in una forma qualsiasi, da scegliere dalla rosa di categorie possibili e plausibili e papabili, ma mai m’era capitato di sfogarmi sugli altri. Venerdì, cioè l’altro ieri, ho visto l’orale della maturità di mia cugina. È una cosa degna di nota giusto per potermene ricordare la data in futuro ché son sicuro che un giorno mi servirà una cosa simile, non ci sono altre notazioni da fare, se non che quella scuola è particolarmente disprezzabile soprattutto a luglio e che l’ansia può giocare brutti scherzi, vedasi il tizio che doveva entrare dopo mia cugina che poco prima ha preferito raccontarmi la filmografia di De Niro e non, per dire, la sua meravigliosa tesina sull’Aggressività. Per altro son scappato subito dopo, quindi non so quanto aggressivo sia risultato alla commissione. Poi ieri sono stato in libreria. Vado per sommi capi, ché almeno riesco a seguirmi, voi non potete farcela, ma va sempre tutto inglobato nell’enorme categoria di una memoria volatile e portatile e portabile e potabile e quindi non importa. In contrasto con i consigli dei maggiori esperti di prontosoccorso e dei maggiori idioti che fanno da cassa di risonanza per cose simili – l’ho fatto di nuovo, dannazione – sono uscito di casa alle 14.40. Mioddio, ho rischiato di morire. Mi sono trascinato stancamente fino alla libreria, dopo essere passato accanto a un campo che qualcuno ha ben pensato di tagliare in quel preciso istante (a lui non l’avrà detto nessuno di non uscire durante le ore centrali della giornata? mah) e di uccidermi con quel mondo di cose che mi ha investito nel mentre causandomi reazioni allergiche a profusione. E insomma. il mio libraio mi ha poi offerto un caffè. E un bicchiere d’acqua. Devo avergli fatto davvero pena, insomma. Non è stato un sabato di grossa condivisione fatta da gente con più voglia di vivere e boria di me riguardo al passato filosovietico della suddetta persona che ha messo in comune i suoi beni primari – un caffè di merda. Ma almeno era in comune – ma c’è stata un po’ di condivisione del mio passato, che di filo non ha proprio granché, temo. Mi ha consigliato un libro di un tizio che è in grado di lasciar trasparire e traspirare gli odori della corteccia dalle pagine. È un peccato che io non sia pronto per piaceri simili, ma non ho voluto dirglielo. Tornando a casa, mi sono imbattuto in un cane. Mi ero imbattuto in lui anche all’andata, mentre stavo lentamente soffocando sotto una pioggia di graminacee, il mio sguardo piangente il suo sguardo inquisitorio si sono incontrati per un attimo. E poi ho pensato che sarebbe stato bello se, almeno lui, si fosse fatto una vita.

Che sempre l’ ignoranza fa paura ed il silenzio è uguale a morte.