Non c’è più religione. Grazie a Dio

Tutto ciò, con l’ambiguità che mi contraddistingue. Che mi caratterizza ormai dal lontano luglio 2008. Sarebbe carino festeggiare l’anniversario, ma purtroppo non so quale sia la data precisa. E soprattutto, non ho nulla da festeggiare. E insomma, l’assenza della religione e la pressante presenza di Dio fanno sì che i kansansiti diventino sodomiti giusto per garantirsi dei passatempi che non pregiudichino loro la visione di un qualche programma Disney in tv e che non preveda quindi un viaggio in chiesa. Chiesa che, per altro, dista proprio poco dalla casa in cui vivrò. Fa sempre piacere ribadirlo. La mia madre americana ha una madre, anche lei americana, che ha un cancro. O l’ha avuto. O l’avrà presto, chissà. Speriamo sia passato o sia futuro in là, mi scoccerebbe fingere di piangere in inglese. Insomma, qualcuno direbbe che è una piacevole coincidenza che io l’abbia scoperto giusto giovedì, qualcun altro non sa a che mi riferisco e va bene così. Questi vanno in Texas per frequentare il loro cancer doctor. Anzitutto. Che povertà linguistica c’è, se non usano nemmeno il termine oncologist, lì, bello pronto. Mi sarei accontentato anche di Wilson, così, per associazione di idee. O di un albero, per la stessa ragione. E invece nulla. La madre della madre ha un tumore e va in Texas che, ho dato un’occhiata su Wikipedia, non è proprio comodo come andare al Plainsboro. Fintamente preoccupato dalle sue condizioni di salute quanto dalle scarpe che indossava per intraprendere questo viaggio in Texas su mucche dalle indubbie doti di bestie da soma, le ho chiesto come stesse. It’s just a check up. Mh. Tanto finto clamore per nulla. But say you’re prayers that it turns out ok. Oh, finalmente ci siamo. È qui che riconosco il mio Dio non vedente che necessita delle mie invocazioni auditive per non far perire vecchi sfiduciati sulla sanità kansansita. E io dovrei pure assicurarmi e rischiare di finire in quegli ospedali. E che mi dite dell’arm doctor che dovrò frequentare quando mi romperò un braccio – e succederà, ne sono certo – nel bel mezzo di una coreografia di cheerleading?  Questa è la prima premessa alla mancata esistenza della religione e alla smaccata permanenza di Dio. La seconda riguarda la Meyer. Per cui io ho avuto anche parole dolci – qualcuno mi ha mai sentito dire che, visti gli altri, il primo libro è un capolavoro? ebbene lo penso tuttora – ma per cui le ne ha avute molte di più. Amy è una quarantaduenne con un crocifisso grosso quanto me in soggiorno che prega per la malattia della madre con un po’ di ritardo in ogni sistema di riferimento – in particolare in quello in cui Gilardino è Dio e quindi lo si prega per curare i tumori (anche se sono piuttosto sicuro che sarebbe ben più utile pregare per prevenirli. O mangiare i broccoli. Chissà. Io di broccoli non ne mangio di certo) che insegna Inglese e che trova che i libri della Meyer siano awesome e pure well written – purtroppo non ricordo le parole precise, ho giusto fissato il concetto quando me l’ha detto, i brividi che ho provato hanno fatto il loro per la memoria tattile e ora riporto a modo mio. Ma fedele alla realtà. Come un tafano. – e in fondo andrebbe anche bene così. Insomma, c’è di peggio nella vita. Chessò, scambiare superstizione per suppurazione, è la prima cosa che mi sovviene. E quindi si parla della Meyer, in modo vago e approssimativo, ché francamente e non ero in vena e la domanda più complicata che è riuscita a farmi riguardava le mie preferenze per i vampiri o per i lupi mannari. I vampiri rullano, per la cronaca, ma non serve che sia io o la chat di Facebook a dirvelo. Sto tentando di mascherare la cosa, rimandandola, voglio shakerare questa pillola per tentare di addolcirla e renderla commestibile, ma insomma, il fulcro è che il libro che lei ha preferito è l’ultimo. Io non ho ancora avuto l’onore di leggerlo. Ma lo farò, o se lo farò. Al momento la mia opinione al riguardo collima con quella che altri hanno tentato di inculcarmi – a ragione, ne son convinto – e che qui riporto per una maggiore comprensione per chi di Meyer non ne sa nulla.

Bella ed Edward si sposano, vanno su un isola deserta, scopano, Bella (non si sa come, dopo che per tre libri si era detto che i vampiri non potevano avere figli) rimane incinta, è un mezzo vampiro che le succhia il sangue, lei è morente, la famiglia vuole che abortisca ma Bella e Rosalie si oppongono, nasce la bambina che quasi ammazza bella e perchè non finisca ammazzata Edward la trasforma in vampira, Jacob ha l’imprinting con la bimba (che l’hanno chiamata Reneesme), i Volturi vengono a sapere che c’è una mezza vampira bimba e vogliono dsitruggerla, allora i Cullen si organizzano con un piccolo esercito di amici, seguono 300 pagine di preparazione alla battaglia, nel mentre scompare Alice, quando si arriva al campo di battaglia, ci sono delle discussioni, stanno per attaccarsi quando arriva Alice portando un mezzo vampiro adulto, facendo loro vedere che non è pericoloso. i Volturi se ne vanno e vissero per sempre felici e contenti.

Eh beh. La trama è bella, pur non essendo Bella, davvero niente da dire. Sono i valori intrinsechi che un po’ fanno vacillare le mie convinzioni. Però sono quasi convinto che Amy non ne abbia colto nessuno – là, quando mi sarò stancato di lei, le dirò che la Meyer è una mormona, per il solo gusto di vederla morire in preda a bizzarri rituali satanici riservati ai seguaci di Joseph Smith (perché il fatto che abbia un nome così comune e non uno figo e altisonante come, chessò, Gesù Cristo o Abū l-Qāsim Muḥammad ibn ʿAbd Allāh ibn ʿAbd al-Muţţalīb al-Hāshimī [risata fornita in collaborazione con Wikipedia] mi fa dubitare più di quanto io già dubiti di gente che si sacrifica urlando contro il cielo [grosso ? a proposito del corsivo] in punto di morte?) e quindi il mio disprezzo per lei da questo punto di vista è probabilmente quantomeno ingiustificato. E poi in fondo le voglio bene. Voglio dire, mi ha mandato delle caramelle. Quanti di voi possono vantare la stessa cosa? Triste, molto triste. E insomma. Questo è stato fondamentalmente il picco di raccapriccio delle giornate appena trascorso, ché mi evito perlopiù tutto il resto, in un modo o nell’altro, fuggendo e sfuggendo e If I was young I’d flee anche senza this town, ché sostanzialmente è quello che sto facendo in modo quantomeno fallimentare. Evito tutto, evito il mondo, senza alcuna ragione assoluta o apparente. Vaghe conseguenze ce n’è, per esempio l’abusare del termine vago in ogni sua accezione e storpiatura (vagulo la mia preferita), l’uso smodato di libri dalle dimensioni raccapriccianti, ma dal contenuto che mette insieme i cocci. Non è piovuto molto dall’ultima volta che ho scritto, giusto una volta per una decina di minuti. È stata una gioia momentanea e apparente, ma vivo del suo ricordo. Quantomeno non fa così caldo. Quantomeno non in camera mia.  In palestra, invece, fa caldissimo. Ma è un ambiente veramente terribile, non riesco assolutamente a capire perché lo frequento, è diventata ormai una sfaccettatura della questione di cui sopra e non riferisco alla corroborazione da parte della scienza della religione mormona. Non concepisco un luogo in cui tutti ti salutano, spartendo con te giusto le gocce di sudore sugli schienali vari e il fondo dell’acqua che si accumula nella doccia – questo mi ha generato un’infelice immagine. Il “fare la scarpetta” (altra cosa che ho sempre trovato terribilmente infelice, ma l’italiano non mi assiste in certe cose e le difficoltà sussistono) in quell’acqua stagnante. Sarebbe quantomeno affascinante e lesivo per i tendini dei muscoli. Ché lì arriverebbe dopo aver corroso tutto il resto – eppure un Ciao non si nega praticamente a nessuno. O meglio, io nego a parecchi, ma mica se la legano al dito loro. Mi additano con il dito slegato come uno ancora nuovo, forse. Fortunatamente tra un po’ smetto. È praticamente borioso il loro modo di fare. Non è un saluto dettato da gentilezza, è dettato da tradizione, una tradizione imposta dall’alto, un alto che loro vorrebbero sradicare, ma temo non sappiano come fare. Non ho molta fiducia nella loro intelligenza, se debbo essere sincero ed esporre il mio essere pregiudizioso. Essere pregiudizioso che ormai mi caratterizza quanto l’ambiguità, mi accompagna ovunque e mi trascina a fondo con sé negli scarichi delle docce delle palestre. Insomma, mi sta affogando. E non è bene. E d’accordo che non è estate se non sto male in una forma qualsiasi, da scegliere dalla rosa di categorie possibili e plausibili e papabili, ma mai m’era capitato di sfogarmi sugli altri. Venerdì, cioè l’altro ieri, ho visto l’orale della maturità di mia cugina. È una cosa degna di nota giusto per potermene ricordare la data in futuro ché son sicuro che un giorno mi servirà una cosa simile, non ci sono altre notazioni da fare, se non che quella scuola è particolarmente disprezzabile soprattutto a luglio e che l’ansia può giocare brutti scherzi, vedasi il tizio che doveva entrare dopo mia cugina che poco prima ha preferito raccontarmi la filmografia di De Niro e non, per dire, la sua meravigliosa tesina sull’Aggressività. Per altro son scappato subito dopo, quindi non so quanto aggressivo sia risultato alla commissione. Poi ieri sono stato in libreria. Vado per sommi capi, ché almeno riesco a seguirmi, voi non potete farcela, ma va sempre tutto inglobato nell’enorme categoria di una memoria volatile e portatile e portabile e potabile e quindi non importa. In contrasto con i consigli dei maggiori esperti di prontosoccorso e dei maggiori idioti che fanno da cassa di risonanza per cose simili – l’ho fatto di nuovo, dannazione – sono uscito di casa alle 14.40. Mioddio, ho rischiato di morire. Mi sono trascinato stancamente fino alla libreria, dopo essere passato accanto a un campo che qualcuno ha ben pensato di tagliare in quel preciso istante (a lui non l’avrà detto nessuno di non uscire durante le ore centrali della giornata? mah) e di uccidermi con quel mondo di cose che mi ha investito nel mentre causandomi reazioni allergiche a profusione. E insomma. il mio libraio mi ha poi offerto un caffè. E un bicchiere d’acqua. Devo avergli fatto davvero pena, insomma. Non è stato un sabato di grossa condivisione fatta da gente con più voglia di vivere e boria di me riguardo al passato filosovietico della suddetta persona che ha messo in comune i suoi beni primari – un caffè di merda. Ma almeno era in comune – ma c’è stata un po’ di condivisione del mio passato, che di filo non ha proprio granché, temo. Mi ha consigliato un libro di un tizio che è in grado di lasciar trasparire e traspirare gli odori della corteccia dalle pagine. È un peccato che io non sia pronto per piaceri simili, ma non ho voluto dirglielo. Tornando a casa, mi sono imbattuto in un cane. Mi ero imbattuto in lui anche all’andata, mentre stavo lentamente soffocando sotto una pioggia di graminacee, il mio sguardo piangente il suo sguardo inquisitorio si sono incontrati per un attimo. E poi ho pensato che sarebbe stato bello se, almeno lui, si fosse fatto una vita.

Che sempre l’ ignoranza fa paura ed il silenzio è uguale a morte.

Una Risposta to “Non c’è più religione. Grazie a Dio”

  1. mantiduzza Says:

    guccini ci piace.

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