We were fated to pretend

Non è che ci sia un we a cui io possa riferirmi senza andare a creare ingenerose situazioni e spiacevoli complicazioni di situazioni che non erano complicate e ora invece lo sono per un pronome abusato. Non è che io sospettassi l’esistenza dell’aggettivo fated prima di imbattermi per caso in una canzone tanto tempo fa. Non è che il passato del titolo possa riferirsi in qualche bizzarro modo a una situazione che c’era e che ora non c’è più quale potrebbe essere, per dirne una a caso, la vita, giacché sono ancora qua e così via. Non è che io ci creda. Però ogni tanto mi piace pensare che qualcuno possa avere delle pretese sulla vita e sul mondo e così via e venga ricambiato. Perché il destino sarebbe anche questo, sarebbe ricevere qualcosa. E dopo questa infelice considerazione, posso passare ad altro. Quant’altro! Inteso nel senso di “Quanto altro c’è qui da dire che io censurerò ai minorenni e minorati e trascriverò nelle righe per tutti gli altri ed eviterò di scrivere per me”, non nel senso di “Tutto il resto”. Che è banale. Non ricordo più il mio ultimo post. Ok, ora sì. Sarà che ho controllato. Era il 4 luglio. Gli americani (tutti, tolti quelli che mi ospiteranno e così via, ché loro sono più avanti e hanno provveduto prima) stavano festeggiando il quattro luglio – Grazie di essere venuto anche quest’anno. Speriamo tu ci sia anche l’anno prossimo, proprio non sapremmo come fare senza di te. Inoltre, non dimenticarti dei quattroluglii che sono morti attendendo la resurrezione dei corpi, mi raccomando, prendili per i culo – io ero qui a resocontare una vita poco interessante, fatta di fatti poco interessanti, in modo assolutamente non accattivante. È questa la ricetta vincente, no? Parrebbe di no. Orbene, sinceramente non ricordo molti eventi che sono andati susseguendosi tra lunedì e domani – la giornata di oggi la do data per persa, abbiate pazienza – di certo la mia ipersensibilità sta andando scemando a intermittenza per garantirmi la sopravvivenza e quindi se riesco a scrivere un post su una settimana devo considerare la cosa già una vittoria, mentre scrivere un post al giorno diventa pura utopia, insana pazzia, raccapricciante razzia di persona restia a farlo. E insomma. Diciamo che se lunedì, martedì e mercoledì avessi vissuto in apena in una vasca di acqua e cianuro probabilmente avrei reso al mondo maggiori servigi di quelli che già gli do. Gratis. Poi giovedì è stato un giovedì che sapeva di mercoledì. Ed è un attributo positivo. Venerdì sera sono stato rapito. Che è la ragione per cui non ho scritto. No, la ragione per cui non ho scritto non c’è, se non il caldo, ché ormai mi cola il sudore anche dai polpastrelli – francamente non credo lì vi siano dei pori. Però ecco. Francamente non andrebbero esplicitate le iperboli. In ogni senso. – e soprattutto lungo le braccia che stanno appoggiate alla scrivania – gomiti compresi. La malaeducazione si fa largo in me, prende il posto della malavita e vanno a creare il malaffare. – decisamente sotto, si crea una coltre di umidità incredibile e la temperatura percepita aumenta esponenzialmente e così via. Ecco perché non ho scritto. Per questo e perché non avevo tempo, ché non ne possiedo, è troppo caldo ultimamente per i miei gusti. Le cose bizzarre accadono tutte insieme e venerdì sera mi hanno trascinato da mia cugina, che è appena stata maturata e quindi è ancora oggetto e soggetto di numerose attenzioni e così via e io devo fingere che abbia anche la mia attenzione e non solo la mia indifferenza. Perché, per altro, un po’ ne aveva. Rapitomi da casa, in modo piuttosto accondiscendente, sono stato gettato in piscina, in modo molto meno positivo, con molta meno spinta emotiva a fare cose e nuotare e così via. Non pago della cosa, mi sono pure fermato a dormire da cugina. Così, necessitavo di una botta di vita e una notte con il climatizzatore accanto all’orecchio poteva fungere come catalizzatore per la mia vita e così ho potuto essere fated to una nottata da trascorrere e più che altro lasciar scorrere il tempo e aspettare che fosse tempo di alzarmi e così via. Ridendo e scherzarno, il punto cui ero giunto prima del punto precedente questa frase riguardava suppergiù settimana scorsa. Nel senso che è lì ancorato da domenica scorsa. Non c’è ragione. Non posso dare la colpa alla mia mancanza di idee, o alla mancanza di tempo, o alla mancanza di presenza altrui, o all’abbondanza di altri lui, non c’è modo e non c’è verso e non c’è ragione. Non posso dare la colpa al caldo. Ora. Si sa. Non è tanto il caldo quanto l’afa. Non sono tanto i 38° all’ombra quanto il senso di oppressione che la calura genera sulle persone, si sa che nel deserto ci sono seicentottantasette gradi e le persone cuociono la propria carne poco prima di darsi al cannibalismo, la nuova frontiera della cucina al cartoccio, una commistione tra le tradizioni cannibali e la cucina occidentale. Posso quindi dare la colpa all’afa, forse? Mah. Punto è che, da un certo punto di vista, le cose accadono, e io non le fermo,e non si capisce perché dovrei ed è giusto così. Ogni tanto vedo cose che mi ricordano del blog, del fatto che potrei scriverne, del fatto che potrei scrivervi, e non mi riferisco semplicemente alla cronologia o al fatto che scrivendo “cr” in loco di “ve”, come m’è più probabile digitare, nella barra dell’URL compaiano millemila indirizzi e così via. Giacché non è tanto il caldo quanto l’afa, non è tanto nemmeno il fatto che l’antifascismo ormai sia considerato un atteggiamento “burino”. In pieno dialetto romano (?), dalle vette dell’intelligenza e dell’estro bresciano. Non è tanto la voglia di comprare un lenzuolo uscendo dal cinema. È  più una questione di sfoltimento. E direi che ho sfoltito.

There’ll be no tomorrow, they say, well I say, more’s the pity.

Una Risposta to “We were fated to pretend”

  1. magamagò Says:

    Poi giovedì è stato un giovedì che sapeva di mercoledì. Ed è un attributo positivo.

    :)

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