Archive for agosto 2010

La presunta santità di Zed

20 agosto 2010

Non so da quanto non scrivo e non sono così sicuro di voler controllare e ormai direi che non ne vale più la pena, non so perché dovrebbe. Non ricordo cosa mi sia accaduto questa settimana, anche se ho un paio di idee circa quelle che non mi sono accadute. Al solito, tralascio le cose interessanti, non vorrei distrarre il lettore. Giovedì sono stato a scuola. A farmi fotografare. Per un tesserino identificativo. Per mangiare. Quindi mi schedano e così io posso pagare per sopravvivere. Niente male, mi pare un sistema infallibile. Gli darei pure le mie impronte digitali, non le avessero già. Lunghe code divise per lettera, il ritenere totalmente inutile che rifacciano la foto ogni anno, al che ti dicono che è per l’annuario, al che ritieni totalmente inutile l’annuario, al che scopri che vi comparirai anche tu e le varie idee minanti il tuo cervello circa la possibilità di nascondere questo viaggio ai posteri in modo magistrale – Sai, una volta sono morto per tre mesi, m’è successo in aeroporto – sfumano tutte, come un lago in un dipinto di un pittore che ci sapeva fare che ha ritoccato il tuo perché l’avevi fatto male, si disperdono e tocca ripensare tutto daccapo. E insomma, così è. Mercoledì ho invece potuto apprezzare un’altra prelibatezza statunitense: la farmacia drive-thru. Si lascia un nominativo a una commessa (ogni medicina prescritta ha un’etichetta con la prescrizione e la somministrazione e così via) che si disperde nei meandri di quella che più che una farmacia pare una banca americana (che più che una banca pare la hall di un albergo. Mentre vai a saldare i debiti del mese precedente, tra cui il gioco del centro commerciale da 2$ che puoi pagare con la carta, i tuoi figli, o i tuoi genitori, o chiunque tu ti porti dietro, può dilettarsi con la Wii a disposizione della clientela) e poi torna e se ne va di nuovo e ti manda un dottore che ti parla al telefono pur essendo a un metro da te circa la somministrazione. Strisci e te ne vai. Insomma, abbiamo il Ritalin. Credo di aver capito una pastiglia al giorno per la prima settimana, due per la seconda e la terza settimana e tre per un periodo indeterminato dopo quello. E insomma. Non ho ancora visto grossi cambiamenti, ma è perché sono stato poco con lui. E già questo è, in sé e di per sé, un miglioramento.  Ma lo è per me e non per lui. Che poi, quali, tra quelli che ha, siano problemi curabili con medicinali, è tutto ancora da discutere. E di nuovo insomma. Stamattina, e siamo già slittati a domenica, mentre ieri mattina, quando scrivevo stamattina, era sabato, ho scoperto l’esistenza delle Flu Shot Gift Card. E i miei prossimi regali di compleanno son sistemati. Potrei considerare l’idea di fare regali di compleanno più che altro a persone che non sopporto, ecco. Poi c’è stato il venerdì. Nel senso che è avvenuto e non ho potuto fare granché. Per la cronaca, sono cinque giorni che questo post è in fase di scrittura e ricordo a malapena dove stava andando a parare. Quindi il perseguimento di ogni qual cosa potesse essere perseguita è stato definitivamente abbandonato. Ora, venerdì. Partiamo da giovedì. L’host father mi ha invitato a conoscere gli host granparents, che vivono in campagna, dove son cresciuti lui e suo fratello, dopo essersi trasferiti dalla California. Sveglio alle otto, sveglia quindi un’ora buona prima, ché mi avevano detto che saremmo partiti alle otto e non ne è stato nulla fino alle nve. Curioso che nessuno dei nipoti volesse vedere i nonni, mentre io, sconsciuto, sono stato ampiamente accolto in quella casa e così via. Particolarmente accolto anche dal cane, che credo si chiami Molly, che mi adorava e che io sostanzialmente adoravo. Anche se mi leccava le mani, ecco. Nei miei blandi tentativi di mantenere la conversazione sulla strada d’andata, m’è scappato un “Com’è che raccolgono quel corn e poi ci fanno i miei tanto amati corn dogs?” che mi ha trascinato, ché sebbene fosse scappato eravamo ancora ampiamente legati, in una tenuta campagnola, a guardare una mietitrebbia. Mica palle, eh. Giacché ero interessato a quello quanto al clima che c’è in Uganda tra il 23 e il 24 febbraio (in mia piena apatia invernale) e la cosa doveva trasparire in modo eclatante – e me ne stupisco e me ne sorprendo e ne gioisco facendo gioire anche altrui – tant’è che in breve – sufficientemente breve da non uscire di testa, non a sufficienza per evitare che iniziassi a grondare sudore e a mandare sms di aiuto qui e là – mi hanno portato via. Nuovo giro a casa, nuova perdita del contorno delle mie mani trasformatesi ormai in leccalecca, si esce a pranzo. Si fa da Philly’s. Che secondo me era spettacolare solo per il nome, ma c’erano pure altre ragioni. Luce soffusa, pressché spenta. Menù enorme esposto di fronte all’entrata, in modo da non poter assolutamente sbagliare. Cameriera bionda, lontana parente di una qualsiasi cameriera italiana, ma che il mondo ritiene ben più simpatica, il signor Philly che si può tranquillamente scambiare per un enorme orso polare tassidermizzato se non fosse che ogni tanto grunisce e così via. Ovviamente il menù parla di sandwich. Ovviamente tu ne ordini uno, pensando che arrivi un panino di misura normale. Ovviamente quello arriva, peccato che il contenuto (che in teoria era tenderloin, che in teoria mi avevano detto essere carne di maiale, che però aveva tutt’altro sapore. Ah, sì, era fritto) fosse grande due/tre volte il contenente. E poi patate, giustamente, a condire. Perché credo che qui si concentri la produzione mondiale di patate, non so come sia possibile che ne crescano così tante sulla terra, ché ogni singolo kansansita si nutre con esse. E poi insomma. Le patate le ho abbandonate quasi subito, il resto ho tentato di mangiarlo interamente, ma è stato un parto al contrario, un cielo notturno illuminato a giorno. Mentre io lottavo contro le doglie, ho assitito alla mia prima tempesta. Cioè, l’ho subita in realtà. Pare per altro che a parte qualche tempesta sparsa, in Kansas non ci siano molti tornadoes, sebbene sia famoso per questo. Mentre stavo at Philly’s, la stoprovandoaessereintraprendente cameriera è entrata in sala a un certo punto (a tentoni, era buio) annunciando la pioggia. Poco dopo è tornata annunciando la tempesta. Poco dopo ancora ha aperto una porta e ho visto un albero piegato e l’emissario di un fiume che stava diventando un immissario del locale, ma poi ha richiuso. Anni di immagini televisive che fronde che vanno spezzandosi verso il vento e finalmente le ho viste. Anche se mi sarebbe piaciuto uscire. Eh vabbè. Ho mangiato al buio non solo per l’attitudine stessa del locale, ma soprattutto perché continuava a saltare la corrente. La usavano giusto per la tv e per un’insegna che non sono riuscito a interpretare, ma quelle andavano e venivano. Ho mangiato del nonsoche fritto nel mio colesterolo a lume di candela con un hippie (perché così me l’ha presentato l’host father che crede nella libertà americana e sostiene che Obama li stia trascinando, uno a uno, nel socialismo, come un grande fan di Obama), una donna da cui non son riuscito a ottenere un granché e un host father che stava alle finestre per avere il segnale al cellulare per una non meglio precisata ragione. E insomma. Usciti poi il caldo se n’era andato, quel caldo che uccide le mucche iniziando a cuocerle già nei campi, ben prima che arrivino da McDonald’s, c’era giusto parecchia acqua per terra che passava poi per aria sotto le ruote delle altre auto e addosso alla nostra auto di conseguenza. Tornati a casa in zona campagna, le mele erano cadute dal melo, e questo non è dovuto al fatto che avessero ottenuto una particolare considerazione di sé. Erano giusto cadute. Erano tutte pressoché marce o in via di decomposizione (spesso era in via di decomposizione pure il verme al loro interno) e le ho raccolte, a una ad una, perché dovevo stare ben attento a dove mettevo le dita ché mai avrei voluto che un qualche parassita mi saltasse addosso e cercasse un’unione carnale con me. L’obiettivo di raccoglierle m’è francamente sfuggito, ché venivano poi gettate in un cassone in cui sarebbero andate a decomporsi. Cosa che a occhio potevano fare anche a terra, ma tant’è. Sono stato assalito da delle farfalle, nel frattempo, nessuna di loro in cerca di un maschio, tutte pronte e decise a spaventarmi. Inutile dire che ci son riuscite. Più utile dire che farfalle così grosse non ne ho mai viste. In realtà, tutti gli insetti kansansiti sono particolarmente grossi, quando proprio sono nuovi per me. Qualcuno ha detto moscavallo? Eh vabbè. Dopo essermi divertito raccogliendo mele da terra per poi scagliarle a pochi centimetri da terra, mi hanno illustrato un rudimentale sistema per scagliare per aria bottiglie, con acqua o meno all’interno, sistema particolarmente importante in caso di attacco alieno o di invasione di ultracorpi, ché i tizi verrebbero fermati piedi e piedi prima che tocchino terra. Manciate di metri, ma trattasi di un sacco di piedi. Poi son tornato a casa. Non troppo interessante giacere a casa per quelle ore, in attesa del bonfire, ché non sapevo bene ancora cosa fosse. Poi ho cercato su wordreference. Il primo falò della mia vita, che storia. Peccato ci fossero tempeste ancora in giro e la pioggia scrosciante mi faceva un po’ dubitare del falò. Però qui le tempeste sono particolarmente sentite, ci sono segnali radio, decine di scritte in sovraimpressione in tv, previsioni ora per ora e cose così e quindi programmano tutto al minuto. Ho assistito a un arcobaleno kansansita. È piuttosto simile al nostro, forse un po’ più grosso. Pffffffff. Il mio fratello kansansita, dopo l’arcobaleno e prima della seconda ondata di tempsta, mi ha chiesto se volessi uscire a cena. Piuttosto per caso, diciamo, ché sarà stato obbligato da qualcuno. Andando, un colpo di vento più forte di un soffio, ma più debole di un colpo di vento ha rovesciato la copertura del retro del truck del caro amico Xander, facendoci accostare, spostare il cosodimetallo su una piazzola, faticare per metterlo nuovamente al proprio posto, rischiare le mani in ogni ordine di posto, aspettare l’amico che viene in soccorso con una corda elastica e non trovare degli agganci per la corda, mentre il nastro adesivo funzionerà divinamente sotto la grandine. Eh vabbè. È comunque stato bello vedere un pezzo di auto sollevarsi mentre eravamo fermi a uno stop, scavalcarci e finire vicino a una stazione di rifornimento. Poi. Pizzeria a buffet con brownies più che discreti, ma l’ho scoperto solo dopo. Quello che ho scoperto subito è che questi kansansiti sono santi quanto dei santini e spacciano birra nei parcheggi di pizzerie discutibili. Per altro, la fremente voglia di Xander (che d’ora in poi chiamerò Zed. Lo chiamo così o Zeta quando parlo [male] di lui in italiano. Ché mi spiacerebbe se si sentisse chiamato in causa e non capisse come e perché ce l’ho proprio con lui), dicevo, di Zed, di ricoprire il suo truck era perché all’interno del retro c’erano tre casse di birra. E non si possono comprare o bere sino a ventuno anni. E lui ne ha diciassette. Paurissima! E intanto ho visto un tizio girare con due sacchi neri dell’immondizia per un parcheggio fingendo nonchalance. Poi siamo andati al bonfire. Dove è stata la tristezza in ogni ordine di idee. Dall’agglomerato di maschi seduti su sedie scomode intenti a guardare una partita di uno sport discutibile quanto il baseball della loro squadra preferita. Partita che per altro hanno perso. Così, per dire. Poi dei bagagliai sono stati più o meno magicamente riempiti di alcool, delle bottiglie idem, e qualche ora e un sacco di chewing-gum dopo mi son trovato a dormire su un pavimento accanto a due italiani ubriachi. Fortuna fortunella che la mattina dopo ho mangiato uova e salsiccia e patate. E insomma. Questi kansansiti mi stupiscono discretamente, vanno fuori di testa per dell’alcool (causa efficiente e non), ma a messa comunicano con una specie sola, perché sotto i ventuno proprio non si può. Pregano ogni sera con la stessa formula particolarmente inflazionata e poi dopo quattro birre stanno vomitando e si preoccupano credendo che il vomito sia nero. E così via. Il peggio rimangono gli italiani ubriachi, ma c’è poco da fare anche lì. Poi son successe delle altre cose tra venerdì e oggi (giovedì 19, 23.09.53), ma non sono granché interessanti. O meglio, non le ricordo. E poi questo post aveva un punto che ho faticosamente raggiunto ora e non vi ho badato nemmeno troppo, ché sabato avevo delle idee e poi le ho perse. Tipo che sempre sabato sono stato a un parco divertimenti. E più che essermi divertito, ho parco, ma chissenefrega. È stato bello. Poi è scattata la routine, l’uniforme, il viaggio agli armadietti durante ogni cambio di ora e mezza, i libri che pesano un sacchissimo perché sono tutti con la copertina rigida, i quaderni quasi sempre inutili, le persone che ti salutano nei corridoi purtroppo non consce che non sai chi siano, gli insegnanti che si fanno tranquillamente perculare dagli studenti e gli studenti che per percularli basta non essere totali deficienti. E insomma, stasera sono uscito in bici. Cioè, uscito in macchina per andare poi in bici. Attorno a un lago. È stato bello, al di là del fatto che indossavo un caschetto. Era sul tardo pomeriggio, sole in tramondando e me lo son goduto da una parte piuttosto alta, a spiovere sul lago a sinistra e sulla strada a destra, con le rondini sopra di me, un arcobaleno che non so da dove provenisse e gli ultimi raggi di sole a morire dietro una collina. È stato bello. Poco dopo, una volte mi ha tagliato la strada. Mi fosse successo un mese fa, avrei detto che non era granché. Ora dico che non è big deal. Bisogna solo capire se è cambiato qualcosa.

Dammi tutto quello che non ho.

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Let’s go to the mass, today

8 agosto 2010

Sono stato anche al Mall, in realtà, ma ben tre volte, quindi non era valida come questione bizzarra su cui fare un post per poi riuscire a non parlare di nulla. Quindi ho preferito storpiare la dotta citazione a cotal guisa. E insomma. Anzitutto mi chiedo per quanto andrà avanti questa baggiatanata per cui io non so le preghiere e quindi posso stare sempre in silenzio e per quanto quella ancora maggiore per cui quando parlo italiano o dico cazzate o cito canzoni, cose che a volte collimano. E insomma. Il vangelo di oggi diceva una cosa molto semplice: gli schiavi che conoscono il volere del loro padrone e non lo rispettano facendo qualcosa di grave devono essere beaten severely, mentre quelli che fanno qualcosa di altrettanto grave non rispettando il volere del padrone per ignoranza, vanno beaten softly. Ed ecco un altro ottimo insegnamento di cui il mondo aveva bisogno. E io che credevo che ci fosse pure qualcosa di buono nel vangelo, tipo la punteggiatura. E infatti c’è, giacché la predica ha tralasciato questo punto fondamentale che dovrebbe essere alla base della convivenza civile per commentare le spesso pacchiane e sempre retoriche domande di Gesù (sei il figlio di Dio? Che cazzo fai domande?), quella di oggi suonava suppergiù What/Who is your treasure? E insomma. Io ho scartato gli what, perché il materialismo mi imponeva di scegliere. Quanto agli who, se può essere di qualche interesse per qualcuno, non ho nemmeno scelto Gesù. Qui cantano, cantano tutti, durante la messa. Cantano tanto, molto più di quanto mi pare si faccia da noi, cantano anche la liturgia. Sono bravini, per altro. Viene voglia di applaudire lo spettacolo, magari a metà, sperando in un intervallo, ma non ti bada mai nessuno. Altri tentano di applaudire costantemente e sono bambini ritenuti iperattivi che vengono sottoposto a EKG in attesa di ottenere l’autorizzazione a somministrare loro Ritalin, così, tanto per. Ha otto anni, è iperattivo, qui anche il pane è fatto con lo zucchero, sono tutti segni che un medicinale è necessario.  E insomma, è una nazione così. Bambini drogati, consumi di carburanti alle stelle perché tutti hanno le macchine grosse perché tutti hanno le macchine grosse – mio fratello, alla stessa domanda e con una maggiore quantità di fantasia ha risposto “Perché hanno tanto spazio” – e quindi si curano del pianeta quanto io mi curo della pineta dietro casa. Però, e qui io vedo un gigantesco paradosso, ben più grande di quello che vedo in uno specchio o in una webcam che riflette al contrario, sono tutti gentili. Qualsiasi commesso di qualsiasi negozio ti chiede come stai. se tutto bene, come e in che misura può aiutarti, se vuoi la tua giacca perché 19° fahrenheit sono un po’ pochini anche per l’aria condizionata, se può sdraiarsi sulla pozzanghera che c’è per terra per farti attraversare e così via. Belle persone. Quelle stesse persone che, dopo averti dato fuoco alla casa, inchioano l’auto per far passare il camion dei pompieri, generando incidenti tra loro, ma chissenefrega, l’importante è spegnere il fuoco. La stessa nazione che durante la messa prega per la pace e per i propri soldati che non stanno esattamente esportando pace in scatola, magari qualche razione di fast food, ma that’s all. Stasera, cioè tra un’ora, cioè stanotte per te che leggi, devo andare a scuola. Ti cagheranno il cazzo per la barba che non ti fai da una settimana perché sei pigro, mi hanno ammonito così, poco fa, i geni di qua, in altre parole, ma il succo era questo. E io così, ribelle, vado a dare il cinque alle statue, as Ritalnoah does, a dire non m’importa come il signor I don’t caaaaaaaaaare, ma con meno stile e con uno scarso accento del midwest, cosa che purtroppo un po’ mi pesa. Intanto ho scoperto che McKenzie si chiama MacKenzie e ha perso buona parte della sua attrattiva nei miei confronti, soprattutto perché l’ho persa di vista e credo non la vedrò più sino all’inizio della scuola e difficilmente allora mi riconoscerà, visto che sarò un rivoluzionario coi capelli corti e la barba tagliata. Ciao Kenz, è stato bello. E avevi anche un cognome così figo, avrei premuto perché lo avessero i nostri figli. Intanto ieri mi è successa una cosa che mi capita più o meno periodicamente, cioè andare da qualche parte aspettando qualcuno e finire per rischiare che questo non si presenti o così via. Ieri era tutto parte di un grosso fraintendimento, ma un paio d’ore a fluttuare per un centro commerciale me le son fatte comunque. Purtroppo, non c’è tantissimo di interessante, visto uno di tizio che sta seduto per ore a bere una bibita e ogni tanto chiude gli occhi e sembra che dorma, ma poi li riapre al volo perché era uno scherzone, li hai visti tutti. E credo tu le abbia viste tutte anche quando scopri che puoi pagare i tipici giochi da centro commerciale per bambini. Ottocentotrenta parole, viva me.

There is an old cliché, such and old cliché, under your Monet, baby.

Dimenticavo. Perché le cose interessanti si dimenticano sempre, sennò non sarebbero interessanti: a pranzo, sono stato l’unico a pranzare, gli altri hanno fatto colazione. E ho pranzato con del pollo fritto, perché non c’è nient’altro qui, ma soprattutto, avevo tre condimenti da scegliere da una lista di vegetables. Here’s what I got: mashed potatoes, maccheroni&cheese and dumplins. Yay!

Cronica de un viaje anunciado demasiado fuerte

5 agosto 2010

Tipo che ieri sera avevo iniziato a scrivere questo post e poi per errore ho cancellato tutto e non sono stato in grado di recuperarlo e allora ho fanculizzato tutto ed eccomi qui. Sedici ore dopo, more or less. Insomma. Il titolo del post l’ho pensato mesi fa, quando avevo iniziato a pensare a questo bizzarro viaggio e avevo la vaga certezza che l’avrei fatto. Mi ero ripromesso di trovare una rima sensazionale per viaje o un titolo decente, ma non l’ho fatto. Been kinda busy lately. Nulla, son partito, sebbene il segnale luminoso dicesse Kansas City e sebbene in macchina m’avessero detto che saremmo andati a Topeka, il viaggio è terminato nel cliché di un cliché. Non mi stupisco che i telefilm americani siano così perfettamente aderenti e inerenti alla realtà. Ci sono un sacco di cose bizzare, qui. Dall’acqua della doccia che è annegata nel cloro alle persone che vengono annegate in quell’acqua piena di cloro perché non immaginano che essa possa scendere così forte e così concentrata e così in bocca. Alle auto che sono fottutamente grandi e la più piccola disponibile è una berlina e loro andrebbero messi alla berlina per quello e non si capisce perché il mondo permetta loro di essere così esosi. E insomma. Lasciato l’aeroporto, tipo venticinque ore dopo essere entrato nel primo aeroporto, sono stato catapultato in un locale, chiamato Cheesburger Paradise, che immaginava il paradiso dei cheesburger come fosse una spiaggia. Una spiaggia di gente che non segue i consigli di Studio Aperto sulla prova costume. Poi ieri sera m’è toccata una riflessione. Con cui avevo aperto lo scorso post che era terribilmente razionale rispetto a questo, ma credo che il colesterolo mi stia bloccando i pensieri e quindi tanto vale buttarli giù mentre arrivano, senza aspettare. Riguardava una ventosa. Potrei chiamare la prima puntata della Cronìca La ventosa e il suo rapporto di avvicinamento e allontanamento dalla merda, ma ho preferito evitare. Potevo pure chiamarla I’m too shy to say I’m not shy, che è stata la prima delle tre battute che ho fatto in questi giorni (penso che quando ridano negli altri casi in realtà non capiscano). Ventosa. Di quelle che si vedono solo nei film, col color arancio tipico della pellicola da film per la tv, col manico lungo un metro perché all’occorrenza si trasformi in un’arma improria da usare per uccidere i propri cari in assenza di una più precisa pistola. Perché col caldo, nella parte est di Topeka, si spara un sacco. Insomma, una ventosa.  Tipo che sto lavorando a questo post da tre giorni, ma non lo sto limando, sto solo aggiungendo cose a caso. Dicevo della ventosa. Mi è parsa una buona metafora della vita. Il tentativo indomito e spesso inutile di aggiungere e rimuovere cose per sistemarle, aria nello specifico, per andare a sbloccare una situazione, merda nello specifico. È anche una metaofora del corpo umano, chessò, l’aria lì va a finire dopo complicatissimi e intricati movimenti. L’avevo descritta con più stile, e durante la nottata di martedì aveva più senso. Insomma. Ieri ho mangiato delle smashed potatoes. A cui aggiungono del latte e del formaggio. Qualcuno lo chiamerebbe puré, ma guai a dirlo, patate schiacciate va più che bene. Insieme a dei pork chops. Che sostanzialmente erano carne di maiale impanata, ma chiamarli così fa decisamente più figo. Il tutto ricoperto di gravy. Che non ho capito cos’è. Più chiedevo cosa fosse, più mi dicevano che andava sulla carne. Ce l’ho messo. Quasi buono, via. E poi quello era un pasto sano. Ho visto il gravy durante la cottura, in realtà – ché Amy ne ha lasciata una quantità devastante sul fuoco mentre andava alla porta a rispondere alla vicina di casa a cui era morto il padre la settimana prima ed era stata via e non aveva ricevuto la posta che Amy aveva preso e ha riso un paio di volte del tempo caldissimo. Era disperata, cazzo. – e inizialmente era un cumulo di latte, ma non so se è stato aggiunto altro successivamente. Penso di sì, lo suggerivano i grumi marroni. Costante di ieri è stato tale Eric in giro per casa. Che, a parte ritenermi francese, sembra avermi preso in simpatia. Era pure convinto che il mio nome si scrivesse Mitia. Gentile. Oppure è così con tutti, non so. Fatto ‘sta che ha quasi otto anni ed è il mio bambino preferito e sua sorella è la mia diciassettenne preferita. Se solo capissi come si chiama, per dire. Aveva una maglietta spettacolare che diceva God bless America, except Missouri, come si fa a non amarla? E insomma. Eric nel pomeriggio mi aveva chiesto di fare da regista per un qualche film che lui e Noah stanno girando circa un qualche bad guy, un cop, e un good guy. Ho pure dovuto fare il cop e inseguirlo per la cantina di casa. Senza prenderlo, ché sennò il film era finito. Metafora della vita inside. La sera, allenamento di baseball. Tipo che al quarto tentativo ho colpito la palla sufficientemente male da darmi il tempo di arrivare alla prima base. Senza dimenticare che ho le gambe più lunghe di tutti quelli che evitano di correre perché sennò morirebbero lì per lì sul campo, direi che non è andata malissimo. Pallavvvvvolo in piscina, dove sono fantastico perché tocco il fondo in ogni punto e non per altro e infine vasca a idromassaggio. Stica! La roba più inutile del mondo, ma ci si potrebbero spendere ore. Metafora della vita inside. Stamattina, dopo la classica colazione – a base di latte a basso contenuto di grassi e di cereali che aiutano a ridurre il rischio di heart disease perché ovviamente sono i cereali a uccidere e non gli hamburger – ho iniziato lentamente a morire attorno alle 9.30. Mal di testa e insana voglia di vomitare mi hanno fatto peregrinare da un letto all’altro, sperando di non morire per strada, cosa che non è accaduta. Alla lunga mi son sistemato nella cantina, dove fa freddissimo, ma tutti ne sono fieri. Sdraiato lì ho assistito a un’intera processione di persone che scendevano le scale rumorosamente,  entravano (non c’è una porta, però sentivano il bisogno di picchiettare i piedi qui e là), accendevano la luce, si avvicinavano, notavano la mia presenza, si dicevano di spegnere la luce, facevano ciò che dovevano fare e poi se n’andavano. Fantastico. È successo tipo tre volte, non ci sono nemmeno così tante persone in casa. Nel frattempo, ho dormito un paio d’ore, sebbene avessi sognato di averne dormite quarantotto, nei vari sogni ce n’era anche uno circa una vecchia signora americana che parlava un po’ di italiano e mi mordeva un ginocchio iniettandomi vampire-way dei calmati/sonniferi che a lungo andare mi uccidevano. Più o meno premonitore, quando mi sono alzato mi è stato offerto del Tylenol scaduto a marzo 2008. Dovrei provarlo, magari, prima di andare. Magari no. Oppure dovrei testarlo su Noah.

Quando potrai passare in una cruna, che tutto stringe e tutto fa già pianto tra noi.

Resta là, se puoi. È l’unico modo.

1 agosto 2010

È che temo di non potere.

Ad astra per aspera.