Cronica de un viaje anunciado demasiado fuerte

Tipo che ieri sera avevo iniziato a scrivere questo post e poi per errore ho cancellato tutto e non sono stato in grado di recuperarlo e allora ho fanculizzato tutto ed eccomi qui. Sedici ore dopo, more or less. Insomma. Il titolo del post l’ho pensato mesi fa, quando avevo iniziato a pensare a questo bizzarro viaggio e avevo la vaga certezza che l’avrei fatto. Mi ero ripromesso di trovare una rima sensazionale per viaje o un titolo decente, ma non l’ho fatto. Been kinda busy lately. Nulla, son partito, sebbene il segnale luminoso dicesse Kansas City e sebbene in macchina m’avessero detto che saremmo andati a Topeka, il viaggio è terminato nel cliché di un cliché. Non mi stupisco che i telefilm americani siano così perfettamente aderenti e inerenti alla realtà. Ci sono un sacco di cose bizzare, qui. Dall’acqua della doccia che è annegata nel cloro alle persone che vengono annegate in quell’acqua piena di cloro perché non immaginano che essa possa scendere così forte e così concentrata e così in bocca. Alle auto che sono fottutamente grandi e la più piccola disponibile è una berlina e loro andrebbero messi alla berlina per quello e non si capisce perché il mondo permetta loro di essere così esosi. E insomma. Lasciato l’aeroporto, tipo venticinque ore dopo essere entrato nel primo aeroporto, sono stato catapultato in un locale, chiamato Cheesburger Paradise, che immaginava il paradiso dei cheesburger come fosse una spiaggia. Una spiaggia di gente che non segue i consigli di Studio Aperto sulla prova costume. Poi ieri sera m’è toccata una riflessione. Con cui avevo aperto lo scorso post che era terribilmente razionale rispetto a questo, ma credo che il colesterolo mi stia bloccando i pensieri e quindi tanto vale buttarli giù mentre arrivano, senza aspettare. Riguardava una ventosa. Potrei chiamare la prima puntata della Cronìca La ventosa e il suo rapporto di avvicinamento e allontanamento dalla merda, ma ho preferito evitare. Potevo pure chiamarla I’m too shy to say I’m not shy, che è stata la prima delle tre battute che ho fatto in questi giorni (penso che quando ridano negli altri casi in realtà non capiscano). Ventosa. Di quelle che si vedono solo nei film, col color arancio tipico della pellicola da film per la tv, col manico lungo un metro perché all’occorrenza si trasformi in un’arma improria da usare per uccidere i propri cari in assenza di una più precisa pistola. Perché col caldo, nella parte est di Topeka, si spara un sacco. Insomma, una ventosa.  Tipo che sto lavorando a questo post da tre giorni, ma non lo sto limando, sto solo aggiungendo cose a caso. Dicevo della ventosa. Mi è parsa una buona metafora della vita. Il tentativo indomito e spesso inutile di aggiungere e rimuovere cose per sistemarle, aria nello specifico, per andare a sbloccare una situazione, merda nello specifico. È anche una metaofora del corpo umano, chessò, l’aria lì va a finire dopo complicatissimi e intricati movimenti. L’avevo descritta con più stile, e durante la nottata di martedì aveva più senso. Insomma. Ieri ho mangiato delle smashed potatoes. A cui aggiungono del latte e del formaggio. Qualcuno lo chiamerebbe puré, ma guai a dirlo, patate schiacciate va più che bene. Insieme a dei pork chops. Che sostanzialmente erano carne di maiale impanata, ma chiamarli così fa decisamente più figo. Il tutto ricoperto di gravy. Che non ho capito cos’è. Più chiedevo cosa fosse, più mi dicevano che andava sulla carne. Ce l’ho messo. Quasi buono, via. E poi quello era un pasto sano. Ho visto il gravy durante la cottura, in realtà – ché Amy ne ha lasciata una quantità devastante sul fuoco mentre andava alla porta a rispondere alla vicina di casa a cui era morto il padre la settimana prima ed era stata via e non aveva ricevuto la posta che Amy aveva preso e ha riso un paio di volte del tempo caldissimo. Era disperata, cazzo. – e inizialmente era un cumulo di latte, ma non so se è stato aggiunto altro successivamente. Penso di sì, lo suggerivano i grumi marroni. Costante di ieri è stato tale Eric in giro per casa. Che, a parte ritenermi francese, sembra avermi preso in simpatia. Era pure convinto che il mio nome si scrivesse Mitia. Gentile. Oppure è così con tutti, non so. Fatto ‘sta che ha quasi otto anni ed è il mio bambino preferito e sua sorella è la mia diciassettenne preferita. Se solo capissi come si chiama, per dire. Aveva una maglietta spettacolare che diceva God bless America, except Missouri, come si fa a non amarla? E insomma. Eric nel pomeriggio mi aveva chiesto di fare da regista per un qualche film che lui e Noah stanno girando circa un qualche bad guy, un cop, e un good guy. Ho pure dovuto fare il cop e inseguirlo per la cantina di casa. Senza prenderlo, ché sennò il film era finito. Metafora della vita inside. La sera, allenamento di baseball. Tipo che al quarto tentativo ho colpito la palla sufficientemente male da darmi il tempo di arrivare alla prima base. Senza dimenticare che ho le gambe più lunghe di tutti quelli che evitano di correre perché sennò morirebbero lì per lì sul campo, direi che non è andata malissimo. Pallavvvvvolo in piscina, dove sono fantastico perché tocco il fondo in ogni punto e non per altro e infine vasca a idromassaggio. Stica! La roba più inutile del mondo, ma ci si potrebbero spendere ore. Metafora della vita inside. Stamattina, dopo la classica colazione – a base di latte a basso contenuto di grassi e di cereali che aiutano a ridurre il rischio di heart disease perché ovviamente sono i cereali a uccidere e non gli hamburger – ho iniziato lentamente a morire attorno alle 9.30. Mal di testa e insana voglia di vomitare mi hanno fatto peregrinare da un letto all’altro, sperando di non morire per strada, cosa che non è accaduta. Alla lunga mi son sistemato nella cantina, dove fa freddissimo, ma tutti ne sono fieri. Sdraiato lì ho assistito a un’intera processione di persone che scendevano le scale rumorosamente,  entravano (non c’è una porta, però sentivano il bisogno di picchiettare i piedi qui e là), accendevano la luce, si avvicinavano, notavano la mia presenza, si dicevano di spegnere la luce, facevano ciò che dovevano fare e poi se n’andavano. Fantastico. È successo tipo tre volte, non ci sono nemmeno così tante persone in casa. Nel frattempo, ho dormito un paio d’ore, sebbene avessi sognato di averne dormite quarantotto, nei vari sogni ce n’era anche uno circa una vecchia signora americana che parlava un po’ di italiano e mi mordeva un ginocchio iniettandomi vampire-way dei calmati/sonniferi che a lungo andare mi uccidevano. Più o meno premonitore, quando mi sono alzato mi è stato offerto del Tylenol scaduto a marzo 2008. Dovrei provarlo, magari, prima di andare. Magari no. Oppure dovrei testarlo su Noah.

Quando potrai passare in una cruna, che tutto stringe e tutto fa già pianto tra noi.

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