C’è qualcosa dentro di me che è sbagliato e non ha limiti. Sul fatto che poi ci renda simili, non mi sento proprio di glissare

Ieri stavo guidando. Auto. Autostrada. Strada. L’odore di capitalismo è penetrante. Ma diventa meglio: stavo dirigendomi alla Nespresso. Che è la fusione di Nestlé ed espresso. Che, devo ammettere, mi piace da impazzire. Mi piace il luccichio che ti sbattono davanti agli occhi, l’assistenza che si fa in quattro per te, sia che tu sia Clooney, sia che tu sia uno straccione, sia che tu sia me (questa era un anticlimax, for the record). E me ne fotto, detto tra noi, del fatto che la Nestlé riesca ad essere contemporaneamente la peggiore e la migliore multinazionale del mondo (titoli entrambi opinabili, sicuramente scala entrambe le classifiche. Ogni tanto poi mi ricordo che esiste Finmeccanica), perché alla fine il latte in polvere per i bambini in Thailandia lo fanno. Peccato che la qualità dell’acqua in Thailandia sia, suppergiù circa, la stessa dell’ulltrafiltrato nei miei reni (non l’acqua riassorbita) e quindi dice che i bambini stanno male. Dice. Però il latte in polvere è uno spettacolo. Ma comunque. Funzionava che respiravo il capitalismo, un odore fortissimo e penetrante che non ti lascia mai mai mai mai mai – non so se ce l’avete presente (o ce l’hai, direi; o ce l’ho, come sarebbe ben più realistico), un misto di smog frizione bruciata Tenaris Dalmine e azoto veramente inconfondibile -; fondamentalmente mi trovo a chiedere al capitalismo un lungo pompino e di non farmi venire mai. E lo fa con gioia. Lo stesso, mi spinge ad acquistare i prodotti forieri di Punti Fragola alla Slunga. Che fondamentalmente significa che ho 6 etti di affettati per i prossimi due mesi – scadenza canta -, perché se ne prendi una confezione ti danno un punto, se ne prendi due te ne danno tanti ma non abbastanza, quando arrivi a sei, ti senti veramente arrivato e stai già impastando per sfruttare le tue nuove Emile Henry pirofile quadrate rettangolari tonde una dentro l’altra oh, ma il set di 2 Ramequin, Gesù, la gioia. Detto ciò. La Nespresso mi stava aspettando, a braccia aperte. Il giorno prima avevo chiamato il numero verde per fare un ordine con il pickup in boutique. È stato un piacere chiedere sette volte al tizio con cui amabilmente conversavo se fosse possibile, ripetergli per quattro che volevo quello e che non volevo la spedizione a casa e ricevere la fattura riportante le spese di spedizione. Che piacere. Vado penso spero. Tizia in boutique che afferma che gli ordini con pickup boutique si possono fare solo online. Io che le spiego che il sito riporta esattamente il contrario, causa malfunzionamenti server. Ma comunque. Il corriere (Bartolini, ndr) era già fuori casa mia, stava lanciando le capsule dietro il mio cancello, nel vano tentativo di incastrarmi. Blocca tutto, bloccano tutto, salta tutto. Mi consegnano l’ordine. Con felicità. Mi fanno il caffè, con gioia, si scusano per l’attesa. Tutti quei 19 bar di pressione in una macchina sola e la corrente fluisce e il caffè viene estratto e la capsula bucata e l’alluminio perforato ed estratto e consumato e nespressato. E il caffè, o il caffè. C’è un agricoltore cingalese che fa solo caffè di ottima qualità, un blend praticamente perfetto per le capsule. Il sig. Nespresso lo prende dal suo vicino, quello che usa i pesticidi anche per condirsi l’insalata. Però son buoni. Però il ragazzo della Nespresso al telefono sa esattamente dove abito, lo vede dal codice cliente. E mi augura una buona serata in quel di Capriolo (ho pensato per una frazione di secondo a censurare. Le decine di minuti dopo sono state votate al saiilcazzochemenefrega?, e infatti. Infatti ho avuto una buona serata in quel di Capriolo, ho dormito per due ore (more on that later, del come ci si abitua ai fusi orari, del come si importa melatonina in Singapore per fare il marò 2.0 senza però uccidere nessuno perché passava di lì; del come in fondo fa paura più il clima che il mondo, ed è una paura terribile). Mi informano che sarò nella porzione anteriore dell’aeromobile: guidoio (è il nuovo hashtag dello mondo dopo vinciamonoi, quest’ultimo però non puoi usarlo se sei in grado di distinguere un ponte sospeso da una fragola). Mi informa il signore vicino a me in sala d’attesa – che sala e che attesa. E che signore – che  mi imbarco tra un’oretta. Sono due ore che lo ripete a tutti quelli che sente al telefono. E vogliamo parlare della gentilezza della signorina del check-in che gli ha promesso che se il volo non è pieno gli regala due posti accanto a lui vuoti così fa la nanna? È bello quando hai più di sessant’anni e credi alle favole, soprattutto perché massimo vent’anni dopo inizierai a viverle, pur sul divano di casa. Senza strumentazione. Per altro, dato l’accento e il tono e il dialetto e il modo in cui dice Banncok, potrebbe essere mio vicino di casa. Magari lo è. Magari mi pedinava e si è spinto un pelo oltre, dopo i controlli. A volte capita. Volare mi ricorda che volevo scrivere un racconto su un volo. L’ho mai fatto? Mah. E avevo pure chiesto consigli a una scrittrice di successo. Certo, successo non ne ha ancora avuto. Ma d’altronde, d’altronde Finmeccanica.

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