Piove

29 giugno 2010

Anzi, ha piovuto. Meglio, è piovuto. E sì, io sono uno di quei malati di mente che per i verbi intransitivi usa solo l’ausiliare essere e spesso cancello pensieri in corsa per questo fatto e soprattutto col condizionale è un casino e se son lento a pensare fare dire e pensare una ragione fondamentalmente c’è. Ed è il fatto che non uso le virgole. Pare brutto fare un post sulla pioggia, ma per quel che mi concerne pare brutto anche solo fare post, quindi tanto vale unire la produzione alla scarsa qualità e avremo il capitalismo del mio blog. Pare anche buffo. Probabilmente è impossibile, ma noi ci proviamo lo stesso. Allora, il caldo, lately, è soffocante. Lately è il mio nuovo avverbio preferito – che si affianca a emottisi, mio nuovo termine preferito da ieri – perché è quello che uso quando non rispondo alla famiglia americana per lungo lungo tempo. Sorry, I’ve been busy lately. E loro un po’ ci credono. E in realtà pure io, ma temo che la realtà sia un’altra. E non solo il fatto che non piova più e sto generando un paradosso temporale dicendo che piove quando non è così. E chissà che sarà del mondo quando in Kansas starà nevicando e rileggerò il mio post. Qui ancora non nevica, nevica solo in Abruzzo. Mentre stavo scrivendo, cioè in una sorta di pausa, ché ogni tanto metto le dita ammollo in acqua distillata a 4° perché possano rilassarsi, ecco, mentre le mie dita si stavano allegramente riposando, mi ha chiamato un prozio. Sono in autostrada. Dove? A-u-t-o-s-t-r-a-d-a. Ah, ho capito. M’era parso di capire aeroporto prima, per fortuna che hai specificato. Insomma. Passa a prendermi e mi porta in piscina, per suo sommo gaudio, per mia grande gioia, per mettere via un po’ di pudore. Prima di andare però mangia una scaglia di Grana. Per sistemarsi lo stomaco. E ufficialmente la scaglia di Grana è diventata mio baluardo pro e contro la vita, per sopravvivere e per morire. Ma il fulcro era un altro, questo è stato solo un improvviso frammezzo. Insomma. L’estate sta essendo quella che è. Più enigmistica di quanto pensassi. Non ricordo francamente come sono arrivato vivo et vegeto alla fine di giugno l’anno scorso – c’è l’Eco dell’urlo del Nome della rosa, ma non credo mi abbia occupato così tanto e così bene – però ricordo bene luglio. E sembra che non sia così quest’anno. Meglio? Dubito. Meno raccapricciante? Ahia. Diverso, ecco. Ché la mia vita è cambiata un po’ ma non troppo sicuramente da un lato in meglio, certamente da altri in peggio – per esempio. Ho un anno in più. E tolti alcuni frangenti, questi 365 giorni li ho proprio buttati via. Senza pensare minimamente a fare la raccolta differenziata. L’angolo Giornate gettate per ottusità sarebbe stato bello pienotto, ma ne avremmo ricavato almeno un paio di Giornate intonse ancora da buttare. Tra le scoperte terrificanti della giornata di ieri – È morto? Nah – c’è anche la fervente attesa che cosparge i Kansansiti che non hanno nulla di meglio da fare che spendere gli weekend tra messe, fuochi d’artificio da osservare e poi da comprare, appena in tempo per il quattro luglio, ché sarà festa grossa. Stronzi sionisti all over again. Mi faranno una festa. Partiremo col piede sbagliato, ho idea. E la sola cosa che mi attrae, ormai, è l’aria condizionata sotto la doccia. Poi. Ieri ho scritto. Non per caso ma quasi, diciamo con caso, e poi me ne sono vergognato ed eccomi qui a sfogare frustrazioni represse attraverso piccole stalattiti che picchiettano sopra piccoli cumuli di ghiaccio nell’enorme mare che è possibile definire oceano a certe temperature. Ho anche realizzata che la letteratura mi è stata scuola di vita. E non si capisce perché io mi voglia mettere a scrivere. E la cosa si chiude qua, fondamentalmente. Stanotte è piovuto. Prima parecchio, poi poco poco, poi ancora un po’, poi nuovamente parecchio, poi poco poco, poi è morto Taricone e io mi sono addormentato (non necessariamente in quest’ordine) e così via. Stavo con le braccia distese lungo i fianchi, ma veramente distese, non come chi le distende e poi appoggia le mani sui fianchi coi polsi ad angolo retto, palmi all’aria a ringraziare Gesù per la pioggia che aveva mandato sulla terra per salvare i suoi fratelli ché lui c’aveva provato e aveva fallito. E così, mi accontento della pioggia. Non c’è molto da dire sulla pioggia. Un po’ perché l’ho vista per dieci minuti ed ero in stato catatonico/adulativo, in cui non entravo dal frangente in cui ho scoperto che il nome insalata ha un suo perché e non solo un suo cosa e da cui potevo giusto godere del cielo illuminato a festa da un qualche fenomeno atomosferico e che non conosco e che non conoscerò mai. E poi basta. Poi ho dormito. E non fa niente se dormire ha tutta l’aria di un verbo intransitivo, non fa proprio niente.

E morì come tutti si muore, come tutti cambiando colore. Non si può dire che sia servito a molto perché il male dalla terra non fu tolto.

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Ho messo via un po’ di speranza

25 giugno 2010

Ora. A me Ligabue non piace. Non mi piaceva nemmeno qualche ora fa, ma ora in particolare, ché mi accingo a parlarne male. Più che non piacermi, diciamo che non lo sopporto. Nulla contro chi l’ascolta, eh. Non voglio vedere questi fan strisciare ricoperti di vermi durante il giorno dei giorni in cui a una data ora sarà la fine del mondo. Oh no. Quello lo lascio ai fan di Vasco. Fatto sta che a me non piace. Però, per forza di cose, lo conosco. Penso di conoscere pure un buon numero di canzoni (notare che è il numero a essere buono, non le canzoni, quelle possono essere solo “di”, vi lascio la libertà di completare la dicotomia) , tra cui la citata nel titolo. Però il caro Liga, interprete dei sentimenti di milioni e milioni di care persone, non s’è mai fatto interprete dei miei, né in un senso né nell’altro, nemmeno oziando fuori dall’Arena di Verona, tant’è che quel verso l’ho dovuto coniare io. Sì, l’idea della canzone con una frasetta a caso ripetuta e poi un complemento oggetto a caso è sua, sia mai che qualcuno non gli attribuisca questo colpo di genio, roba che nemmeno i rapsodi, però i trovatori sì. E così mi son trovato a un certo punto ad aver messo via la speranza. Qualsiasi tipo et genere di speranza, da quella più o meno banale di vedere la mia caviglia sinistra muoversi in modo subumano, prima o poi, ché ormai sono due settimane che la mena e non vedo perché dovrei conservare il piede se non posso fruirne come voglio. Per altro, questo aprirebbe numerosi altri spiragli sulle potenzialità sprecate, sulle possibilità non potenti ma semplicemente possibili, ma meglio passare tutto. Tacerò le altre speranze, ma senza sfociare nella scaramanzia, limitandomi a una molto più basica pigrizia. Così basica da evitarmi l’acidità, ché ormai non ne vale più la pena. Ho pensato tutto ciò questa mattina in piscina, mentre ero soffocato dall’acqua, spaventato dai bambini e replicato dal prozio. Quello stesso prozio a cui appartiene l’abbandono di un senso del pudore che io invece vorrei conservare, essendo l’unica cosa palpabile tra le poche cose che continuano a rendermi umano. Eppure lui no. Perché fa parte della crescita. Perché anche questa è scuola. Perché questa è la scusa che tira fuori sempre quando vuole farmi fare qualcosa e non ha basi logiche per sostenerlo. E così, l’ho dovuto fare. E non lo farò mai più. Io ci tengo al mio essere umano, almeno quanto m’importa il mio essere macaco. È l’essere ameba che mi scrollerei di dosso se avessi una colonna vertebrale in grado di sorreggermi durante l’atto dello scrollamento stesso. E così, mio zio ha messo via il suo pudore mentre io mettevo via le mie speranze, che un po’ collimano, no, come idea? Un po’ collimano soprattutto perché fa ormai caldissimo pur senza fare caldo e le cose si sciolgono e poi si mescolano e di notte di riuniscono e poi è tutto miscelato e non si capisce più un cazzo e tanto vale lasciare che si sciolgano e disperderle all’ombra di un ciliegio in fiore.  Questo perché Bologna è un po’ come l’India. Questo perché c’era un passaggio in Shantaram che mi aveva portato a questa considerazione, proprio mentre mangiavo una granita al limone, assaggiandone una alla mandorla (limone wins. Poche palle), ma niente, non son stato in grado di ritrovarlo. Questo perché sono stupido, oppure perché quella cosa non esiste e ne ho interpretata una io ad hoc tanto per e soprattutto tanto per cambiare. Perché così dev’essere stato. E così ti devi abbandonare all’India, così ti lasci vivere da Bologna, lei ti lascia parlare ai muri che poi, a dieci metri di distanza, possono pure ascoltare, ti lascia sovradimensionare il tritone che ha dato vita a Tritone, ti lascia prendere un autobus che prima avevi perso, ti chiede solo di andare a capo ogni tanto nei post, ma anche no. È così. Come sono i toast alla marmellata di fragole, come mangiare una mela, come sta in chiesa la cera. Mi ero pure portato una foto, da Bologna, ma obiettivo fallito, al momento. Non penso che verrà completato futuramente, ma in caso, vi faccio sapere, ché mi rendo conto  è cosa di grosso se non estremo interesse. Poi beh. Non è colpa di Bologna, ma è affascinante anche quando senti i moscerini che hai appena inghiottito (e praticamente subito ingerito) che sono percossi da onde sonore. Onde sonore che si accompagnano a della luce accecante. È più che affascinante, ecco. Stasera praticamente un evento mondano: la figlia di un’amica di mia madre passa per invitarci al suo matrimonio. La buona notizia è che io sarò in America, quella cattiva è che mia madre potrebbe fingere di esservi perché è fondamentalmente pazza e paranoica. Per la cronaca, ho notato pure io che il post è sconclusionato, ma temo di poterci fare ben poco. E non solo su questo.

Volli fare qualcosa, ma non c’era più nulla da fare.

Ah, già. Quasi dimenticavo. Com’è che a sedici anni non si ha più nulla da dire? E nulla da dare?

Ciao. (non) sei ancora morto?

20 giugno 2010

Non penso che ci sia qualcuno in questo o in quel mondo, su questo o su quell’asteroide, tra questo o quel cielo dipinto sul soffitto, che possa venire a recriminare dei diritti d’autore su questo titolo, giacché non ho preso spunto da nulla di reale, ma ho modificato una porzione di realtà, rendendola più simile alla realtà. Non sono ancora morto, no, il mio blog ha qualche anelito di vita, qualche grumo di saliva rimasto incastrato tra le corde vocali che viene spruzzato fuori grazie alla respirazione bocca a bocca che qualcuno (non io, non voi. Probabilmente Dio) tenta di fargli. È affascinante che mi segnali la parola “blog” come scritta in modo non corretto. È affascinante come io parli del blog nel blog, ché forse questo verterebbe a dimostrare quanto non abbia più senso continuare a scrivervi e quanto sarebbe ben più necessario iniziare a fare altro, o smettere di fare qualcos’altro per sempre, dare una svolta, svoltare con la freccia, senza, saltare su un sasso grosso quanto il Colosseo, chessò. Questo doveva essere suppergiù il contenuto dell’ultimo post, poi mi son lasciato trascinare da altro e così ho un po’ deviato, senza freccia, e i danni che sono accaduti si possono ancora riscontrare proprio là sotto. Avevo spento il pc una mezz’ora fa avvolto dalla tipica tristezza domenicale, dalla costante morte nel cuore che solo un giorno così infame può introdurre in ognuno di me, dal forzato brivido che mi spinge a dare da bere ai cani di piazza Verdi, dal raccapricciante desiderio che mi sconvolge quando leggo dom là sopra in ogni sua forma e dimensione, qualunque sia il mese l’anno la stagione il periodo lo sconvolgimento purché io sia solo. E al momento lo sono. Teoricamente e praticamente, tecnicamente e ovivamente, solo e abbandonato, e quindi e quindi e quindi. Volevo provare a leggere, ma m’è venuta voglia di scrivere, in base a non so quale legge del Contrappasso, se si sta leggendo una cosa buona, si finisce per scrivere lammerda. Il tutto senza scrivere lammerda, basta solo fare delle considerazioni in proposito. Mi è arrivato un pacco kansansita (il pacco kansansita?), contente, suppergiù, una maglietta (unica cosa che si salva, ndr), un tornado domestico, delle caramelle vagamente discutibili rapportabili tranquillamente alle Tuttigustipiùuno che tanto mi furono e potrebbero furmi care futuramente – sperando di non beccarne alcuna al cerume. Era una sorta di mia paura più recondita quand’ero piccolo. Per fortuna che l’altro ieri son cresciuto-, un disegno che il mio futuro piccolo fratello ha realizzato anni or sono – almeno spero. Un’attenta analisi suggerisci che l’abbia realizzato quando aveva 6 anni. Se così fosse, è quasi accettabile. Se fosse un disegno recente, inizio a credere che la vergogna del mondo non abbia mai fine -, delle caramelle che fanno uscire di testa persone che, prima di questo episodio, ritenevo ampiamente dentro di testa e invece e forse va bene anche così, una pannocchia che sarebbe volta alla produzione di pop-corn ma io sospetto sinceramente sia di plastica e vada usata al massimo per il Dolce Forno e per soffocare Barbie durante uno sfogo d’ira, e infine una bandierina americana che è la cosa più kitsch di questo mondo e non si capisce perché non gli rimando indietro il tutto scrivendo “Stronzi sionisti” e così via. Raggrumando i pensieri, ho dovuto pure scrivere loro della mia gita a Roma, mandando pure alcune foto, evitando però di descriverla come non l’ho descritta qua, ché loro non devono conoscere alcun lato di me che non sia quello che invento per il mondo che invento, ossia quello che praticamente non conosce nessuno che mi conosce, ma tant’è. Eddire che stavo quasi per rendere questo blog largamente pubblico, hodie. Grazie al cielo non l’ho fatto. Lo farò poi. Lo farò poi perché devo ben capire prima cos’è questo blog. L’idea per come era nata la ritenevo quasi nobile, nobile nel senso di nota, non nel senso di figa, intendendo che tutti potevano essere interessati a raccontare la propria vita e quindi io ero solo uno in più che lo faceva e lo facevo qui perché avevo caratteri infiniti a dispozione, domande retoriche a go go, possibilità di scelta per quanto riguarda i lettori (anche se la mia élite sta andando un po’ disperdendosi, come i tuoi ideali al sole d’agosto), per quanto di scelta si possa trattare con in ballo centinaia di migliaia di migliaia di migliaia di sguardi indiscreti pronti a leggere diventando improvvisamente discreti. Mentre scrivevo, sono stato interrotto da una telefonata. Solitamente non rispondo al telefono, soprattutto quando non so chi c’è dall’altra parte, ma, a questo giro, la possibilità di non sapere chi c’era dall’altra parte mi ha intrigato. Un incontro al buio. Poteva essere l’amore della mia vita. Era un’amica di mia madre. Non si capisce perché, ma pochi al mondo hanno recepito che quando dico che per il Kansas parto ad agosto intendo effettivamente agosto e non, per dire, la prima settimana di giugno e così era stupita. L’ho lasciata a stupirsi. Mentre parlava con la sua cornetta. Mi rituffo in questa domenica, a capofitto, sperando che non ci sia acqua nella piscina e che questo mi garantista di picchiare la testa davvero forte.

Vogliamo la fine del mondo scritta a caratteri cubitali sugli schermi dei cinema.

Ciao. Sei ancora vivo?

18 giugno 2010

C’è chi ama chiedermelo, ripetutamente, lasciando trasparire dell’ironia che forse dovrebbe rimanere opacizzata per il bene e del mondo e dei due interlocutori e anche del mondo dei due interlocutori, che certamente non collima con quello del resto del mondo, beati loro. Giacché la risposta è sempre la stessa ed è l’assenza della stessa, forse qualcuno si stancherà di chiederlo. Forse inizierò a chiedermelo io, nella speranza di qualcosa. Il ciao a incattivirmi me stesso e poi la domanda, senza mezzi termini, senza un’introduzione che sia degna, forte e diretta, un quick sui denti. Ha seguitato chiedendomelo mia madre, ultimamente, mentre son stato a Roma. Qualche volta per sms, un paio pure al telefono. E io ho dato adito alla metafisica di svilupparsi non rispondendole, ché se le rispondo, con risposta sia affermativa sia negativa, la risposta è positiva. Logica vorrebbe che, per contro, in caso non le risponda, io sia morto. Purtroppo la logica non concepisce né la pigrizia, né la disattenzione, né le disavventure, né i banali errori umani. E quindi l’etere mi ha creduto morto e poi non lo ero e io mi son sentito tanto come l’etere. Negli ultimi dieci giorni, spesi a far tutto fuorché a scrivere sul blog, non ricordo granché bene cos’è successo. È finita la scuola, quindi sto ricorrendo agli ammortizzatori sociali del mio inconscio per provare a sopravvivere, sperando che il mio cervello non li tagli subito. È finita e non ricordo bene come, è finita e non so nemmeno il perché. Purtroppo è finita e basta. Sul crepuscolo andante, a mezzodì, venerdì, sono stato a pranzo con alcuni compagni di classe (cinque), con due tizi di altre classi (due) e con un insegnante, quello di lettere, quello stronzo, quello che se anche si decapitasse mentre sta giocando a tennis, ecco, io penso che inciterei l’avversario a fare una volé sul suo corpo che va contorcendosi e sprizzando sangue e ingurgitando terra rossa insanguinata e così via. Gli voglio un mondo di bene, insomma. Purtroppo, le sue coronarie hanno retto l’ennesimo pasto al McDonald’s e non ho potuto apprezzare il rumore dei suoi denti che sarebbero colati a picco picchiettando sul pavimento dopo una caduta in posizione prona a velocità stratosferica. Più scrivo, più l’amo – e mi riferisco all’immagine della sua morte. Poi, poi, poi. Poi non ricordo. Ah, sì. Era meglio non ricordare. Ho speso la mattinata di sabato leggendo, che almeno non è tempo totalmente sprecato, ma diversamente investito, senza un’auto, ma con una bicicletta. A ciò ha seguito il pranzo con il fratello, che alle volte è sintomo di allegria e simpatia dettate da ciò che solitamente detta lacrime e sangue e pianti e fiumi in piena. A ciò ha seguito una gita dalla cugina che quest’anno fa la maturità, cui tutti chiedono tutti, sebbene a nessuno interessi nulla, quindi ho fatto la mia parte in questo, punzecchiandola pure, che è lo stadio successivo del finto interesse per i parenti. Ero invece veramente interessato alla tesina di Kerouac di una sua compagna di classe, dopo averne amabilmente discorso con lei [la compagna di classe] invece di guardare la partita di pallavvolo che avrei dovuto giocare invece di sfasciarmi una caviglia in settimana. Eh vabbè. La strada, Metropoli e città o I sotterranei? Questo per dire. Questo ineriva ancora al venerdì, però. Ed ero arrivato al sabato, poco sopra. Vabbè. Cugina. Cugina che ha una sorella.  Sorella che è anch’essa mia cugina. Che però non ha preso nulla da me, giacché quando la vedo sta festeggiando i suoi dodici anni con le sue amichette e i suoi amichetti e, nei miei sogni più reconditi, con un pedofilo con una muta da sub che giace in agguato in piscina attendendo che qualcuno si distragga o che qualcuno si conceda o chessò io. Ho ricevuto un’offerta di lavoro come bagnino, ma l’ho rifiutata. E così mi si è scartavetrato addosso tutto il resto del tempo, compreso il pomeriggio di domenica, che non ricordo esattamente che ho fatto, ma la conquista della giornata è stata imparare a giocare a Solitario. Se solo si potesse giocare in due, Renato. Renato è scomparso, per malesseri fisici, per problemi interiori, per tonsille che Andate!,  e quindi non l’ho più visto. Son sicuro che quattro mesi dopo mi avrebbe dato un parere su quel libro, nonché sulla mia completa dedizione alla sua persona. Il lunedì era improntato al martedì, che era improntato a una parte di sé in un discutibile groviglio di cose che sarebbero volte a far danni nel mondo e poi così è stato, credo. Punto è che son corso un po’ qui e là e non ricordo nemmeno in che occasioni. Un lunedì di telefonate perse e ritrovate, di prozii nudi a cui mentire che s’ostinano non vestendosi, di gioia improvvisa e malcelata, di tristezza conseguente e bencelata, di partite da non seguire ché tanto non me ne frega nulla, di partite da seguire ché tanto continua a non fregarmene nulla. Martedì, partenza. Aeroporto. Aerei che vanno, aerei che vengono, persone che passeggiano, altre che scrutano, valigie che scivolano, bagagli che s’incastrano, bagagli obesi che se non paghi il sovrapprezzo stai a terra ad aspettare che dimagriscano, perquisizioni perché Parla italiano?, perquisizioni perché il bagnoschiuma non potevo buttarlo in albergo, ma prima o poi avrei dovuto farlo e invece non l’ho fatto, cinture di sicurezza che si slacciano al minimo segnale di incertezza, allacciando l’aria e tenendola ben ferma e areata. Là, dove con là intendo Roma, mentre con qua intendo il resto del mondo, un po’ di delirio. Dalle suore che gestiscono alberghi che gestiscono le vite di persone restringendo loro gli orari in modo sommesso e ascoso ed educatamente alberghiero, ai sassi, tanti sassi, dai fattorini più vecchi dei fattori, ai gatti, più numerosi dei dotti galattofori all’interno del Colosseo, dalle maledizioni lanciate circa futuri improponibili basati su presenti inaccessibili, domande vaghe che non meritano risposta, illazioni millantate da passanti con tanto di certezze di fondo, autobus pieni che si svuotano riempiendosi di controllori, metropolitane piene di posti vuoti e persone in piedi, in piedi come la Minerva che non va guardata negli occhi, occhi strabuzzati per riempire bottiglie con fontane impossibili e statue. E la statica assenza della tua presenza.

Quante belle biglie a rotolar e quante belle triglie nel mar.

Chi cazzo me l’ha fatto fare?

8 giugno 2010

È un po’ il pensiero che mi ha attraversato costantemente ultimamente, sempre nell’accezione riduttiva del termine, ma sicuramente mi ha attraversato anche prima, solo che non me lo ricordo. Non ricordandomelo, mi tocca andare indietro con gli eventi sino a domenica, sebbene siano secoli che non scrivo, sebbene sembrino passati anni dall’ultimo post, sebbene di vergogna come quando ho premuto quel “Pubblica” non ne ho ancora provata, giacché quello era proprio Il Male, e così via. Chi cazzo me l’avesse fatto fare, me lo son chiesto l’ultima volta domenica. Domenica sono stato in Svizzera. Domenica, avrei voluto morire. E non solo per supportare la tutt’altro che banale tesi che suggerisce che proprio Non si esce vivi dalla Pianura Padana, soprattutto quando essa è stata incendiata, ma proprio per motivi dettati dalla giornata in sé. Gita con parenti. I miei parenti li vedo una volta l’anno, per una ricorrenza raccapricciante, il 2 giguno. Raccapricciante non sarebbe la festa della repubblica, ma il fatto che loro vogliano celebrarla con un picnic di dubbia qualità, riunendo persone per vaghi legami di parentela, ché ormai di vecchie amicizie rimangono solo vecchi ricordi, di tanto tempo passato insieme, c’è solo la polvere posata sui mobili, di un amore condiviso per la vita, rimane solo un finto sorriso quando ci si incontra. Questo per loro, io li ho sempre odiati, quasi tutti. Quelli che non odio li mantengo la mia vita per un fine meramente egoistico, sperando che possano darmi qualcosa, migliorarmi in un modo qualsiasi, peggiorandomi mandandomi a fondo, non sarebbe troppo importante. Quindi mercoledì, sette giorni fa sette, sono stato là, per ore, dopo aver disertato una maratona che non è andata purtroppo deserta, dove ho potuto apprezzare decine di persone di tutte le età che si davano a divertimenti adatti a giusto un’età, lanciandosi in piscina, vestiti, cellularizzati e così via. Steve Jobs ha fatto festa grossa, mercoledì. Io ho pianto lacrime grosse, invece. Più tardi, mi ha rapito un prozio per andare a conoscere i possibili acquirenti affittuari di un suo negozio in centro in un paese discutibile. Di ritorno, dopo aver visto le scarpe inguardabili (è stato un bell’impegno, bisogna dirlo) del portavoce del gruppo, ho potuto darmi allo studio matto e disperatissimo delle scienze, per evitare di non finire a credere al Creazionismo, cosa che non sarebbe solo la mia fine. Gli altri giorni, fino a domenica, francamente non li ricordo. Mi sono scivolati addosso, in un modo o nell’altro, tra un round in palestra (voluta ambiguità) e un’interrogazione scampata o chessò io. Poi ci si trascina a sabato, quando c’è il fratello a cena, e lo scopri per caso, e poi ti rapisce (è un cliché, ormai), per altri lidi, per mangiare un gelato in riviera lacustre, ridendo del tuo terrore di incontrare un qualche tuo compagno di classe, ridendo della tua gioia di averne trovato uno che ha preferito fingere di non vederti (dinamica discutibile. Da approfondire, subito dopo averla dimenticata). Ah, sì, com’è che cambio sempre modo di scrivere quando parlo di mio fratello? Raccapricciante. Come raccapricciante è stato, venerdì, essersi guadagnati, giocando contro il tempo, un posto all’ombra, decidere di spostarsi di qualche centimetro per far sedere un bambino, scoprire che i bambini sono quattrocentottantasette e finire al sole. Sono troppo generoso. A parte questo screzio, a parte la richiesta di informazioni stradali a una barista della zona con tanto di “Grazie, ora provo” mentre si esce dal bar con in mano il piattino da caffè che lei aveva gentilmente concesso a usufrutto qualche attimo prima, a parte qualche adolescente di troppo alla ricerca di accendino, è stato un buon venerdì. Il sabato invece, credo rimanga incommentabile. Essendo incommentabile, tanto vale fare un po’ di meta-termineaggiuntoacasoasceltatravitaletteraturagioiamortesimpatiaboiata parlando di quanto sia inutile parlarne. Mi piacerebbe parlarne, solo che non mi va, per citare un bipolarista a caso. Non ricordo assolutamente che pensieri mi raggrumassero in testa, quella sera, ma certo non erano positivi o propositivi, al massimo posponitivi. La domenica, vero soggetto e oggetto del post, da dissacrare solo perché sacra, da raccontare solo perché necessita di essere sminuita e non può essere avvolta dall’aura di mistero, nemmeno quando si tratta di Bibbia che è passata ad anni di mala esegesi medievale, invece è trascorsa piuttosto lentamente. E non solo perché è iniziata attorno alle 5.47 (la prima ora che ricordo di aver visto, francamente non saprei, può essere che l’abbia sognata come accade di solito). Colaziono, mi vesto a caso, esco di casa, salgo in macchina, giungo alla stazione dei pullman dove avviene il magico incontro che va a togliere quattro giorni di polvere ai miei rapporti con cugini e zii e prozii e cazzi e mazzi e poi basta, si sale sul pullman. Mi porto storia dell’arte, ché ne va della mia promozione in quel di giugno. Non credo sarebbe cosa che racconterei ai miei nipoti (che non avrò. Spero) una sospensione del giudizio in disegno/storia dell’arte, ma ho comunque preferito evitare di tentar l’ebbrezza. Un po’ scazzato, mi dileggio con Cimabue. Poi. Poi sale l’altra combricola, quella allegra, millemila persone a occupare ogni spazio vacìo sul pullman, relegandomi accanto a un cugino. Unica piacevole sorpresa della giornata. Gli ho promesso che avrei avuto dolci parole per lui, quindi penso che bypasserò completamente l’argomento. Lascio il punto focale, cioè che per le 20.30 circa era seriamente intenzionato a darsi alle droghe pesanti, senza passare dal via. La parte centrale della giornata doveva essere occupata da un viaggio su un treno, che doveva dare alle persone, cioè noi, la possibilità di godere di meravigliosi paesaggi, spettacolari visuali, panorami inenarrabili perché ineffabili e fenomenali e così via. Non ero pronto a tale orgasmo della vista, non me la sentivo proprio. E quindi dormire sul treno panoramico, credo sia questo il vero fulcro della mia vita. Mi sono svegliato giusto in tempo per la parte più alta del tragitto, dove la mia energia potenziale era alle stelle rispetto al livello del mare, dove il mio subconscio ha vagamente apprezzato la neve e il ghiacciaio e così via lasciandosi andare in un porcatroia pensato e mai dichiarato. E nemmeno ora l’ho fatto. Poi la Svizzera. In realtà prima, ché c’eravamo già dentro, ma non si notava, quei fantastici paesaggi non hanno nazionalità, li senti dentro, appartengono a tutti, e quindi a nessuno, sono dei paesaggi operai, comunisti votati a ragguagliare gli occhi altrui circa la possibilità che il buon Lenin ha donato loro. Ecco tutto. E io ho dormito. Svizzera è riduttivo. Dovrei dire St. Moritz. Grazie al cielo, la città era vuota. Cioè, la riempivano noi. Ed era quindi vuota. E i negozi erano chiusi, non penso che avrei sopportato nulla di simile in un giorno normale. Grossi traumi qui e là per enormi scale mobili che io preferisco intraprendere da muovere e così via. Il viaggio di ritorno non è stato meno traumatico, viste le indicazioni date sopra dall’improvviso interesse per le droghe di qualche soggetto particolarmente suscettibile, ma certamente il peggio è stato il bambino, dell’altra comitiva, che era una buona mascotte. Ha ben pensato di cantare durante il viaggio. Il mondo ha ben pensato di fargli credere di essere capace di cantare e non posso quindi che sperare che finisca in un qualche programma raccapricciante tipo Iocanto, nome cui potrei porre tranquillamente una d davanti senza modificare granché la cosa, dove venga bocciato senza pietà da un pietoso Gerry che scotta. Tornato a casa, dormito poco. Molto poco. Poi lunedì, già non lo ricordo più. Ah, sì. Speso fuori casa anch’esso, tra palestra e amichetto della palestra che pensa di offrirmi un gelato e mostrarmi il santuario (?) del suo paesello che è purtroppo occupato in ogni ordine di posto da della gente che fingeva di fare una degustazione di vino, quando in realtà erano certamente intenti a ubriacarsi, da buoni franciacortini quali solo in quella zona possono essere. Poi oggi, denso di avvenimenti, quasi non mi bastano le righe teoricamente infinite che ho disposizioni per pensare di raccontare anche solo una parte di quello che mi è accaduto oggi. Cerco di isolare gli accadimenti e ridurli a un paio, sperando di non farvi troppo dispiacere. A scuola imperversa il clima da ultimo giorno di scuola, sebbene ne manchino ancora un paio, e così non si combina più nulla, nemmeno a livello di spreco di tempo. Svacco completo. Poco male. Si gioca a pallavvvvolo. Da pronunciare rigorosamente con un po’ di v di troppo. Mi lancio per fare muro su quella che alle elementari era la più brava della classe, quella che alle medie continuava a essere la più brava della classe, quella che alle superiori non è più tua compagna di classe, ma continua a essere la più brava di un’altra classe, che gioca in serie B o giù di lì e così via. Cazzo, figata! L’ho presa! L’ho buttata di là! E poi mi ritrovo a zoppicare fuori dal campo qualche secondo dopo: non ho idea di cosa sia accaduto dopo che ho toccato la palla e prima di aver toccato il terreno, proprio zero. Però è stato figo. Figo è stato anche poi subire il punto perché quelli là erano un pezzo più forti. Da fuori ho potuto ridurre il mio contributo alla squadra da nullo a nulla, dopo una mezza sfuriata dettata dall’adrenalina (Non mi son fatto un cazzo, continuate a giocare! Non parevo io. Magari l’ho inventato e non ricordo), ho zoppicato sbocconcellando la strada per tutto il tempo. Mi son trascinato così stancamente al pomeriggio, tentando di mettere la gamba nel punto in cui il Dr. House metterebbe il bastone se la mia gamba sinistra non funzionasse più e io avessi un bastone figo come il Dr. House, cosa che per altro non è. E così ho passeggiato. Solite scene madri di madre e così via. Non è gonfia, confido di tornare a saltare nei giardini, correre dietro alle farfalle e piegarmi a cercare siringhe nei parchetti per domani o il dì dopo. E insomma, zoppicando, ho ben pensato di andare a farmi tagliare i capelli, ché così avevo deciso e non mi pareva il caso di mettere in discussione una mia decisione, giacché è una cosa che dovrei aver fatto ben prima di deliberare e non ben dopo, come invece è accaduto. Poi vado in libreria, ché ho un paio di regali da fare. Imbocco via Vanzeghetto, senza chiedermi cosa significasse, senza poter nemmeno cercare su Google per essere sicuro che esista, ma è scritto in minuscolo e quindi chissà, il tutto giusto per, con la mia andatura lenta, ma andante, spalle che sussultano a ogni passo, insulti mentali a me che potevo pure starmene a casa tutto il pomeriggio col ghiaccio sull’anima, insulti al caldo cancerogeno, insulti alla statica stitichezza della mia caviglia, vengo fermato da una voce. Una voce di anziana, che suppergiù, dandomi del lei, mi chiede, con una formula dialettale e intraducibile, soprattutto perché l’ho dimenticata, chi io sia. Rispondo. Risponde. Rispondo. Risponde. Si avvicina. Parla. Mi parla del nipote che inizialmente credevo fosse il figlio, della laurea breve che ha preso con 110 e lode, della nipote, del figlio a cui rimarrà la casa che tanto lei in un paio d’anni sarà morta, della terra di fronte, che ora è terreno abitabile ed abitato che apparteneva a un’antica famiglia della zona che possedeva tutto, della terra della sua famiglia che era della sua famiglia e ora c’è su una sua casa che ha 42 anni, mi parla del fatto che con l’età sia diventata stupida, vede e fa cose e non le ricorda, mi dice che mia nonna sicuramente la conosceva, ma ora non se la ricorda, mi dice che ha incontrato una signora a messa, perché lei va a messa tutte le settimane e quando non può la vede in tv, mentre l’altra ci va proprio tutti i giorni, che le ricordava qualcuno, allora le ha chiesto chi fosse, e quell’altra la conosceva e lei no e si appoggia al cancello e penso stia per mettersi a piangere ma non lo fa. Mi parla del comune, che non sistema le buche di fronte a casa sua e poi ci fanno le gare ciclistiche e lei ha paura che qualcuno si faccia male. E poi me ne riparla. Di tutto. Aggiungendo qualche dettaglio, togliendone altri. Il nipote Mauro lavora in zona, dopo qualche mese di cassa integrazione. E me lo racconta di nuovo, da capo. Ha fatto l’università a Brescia. Ancora. Ancora. Ancora. E ripete anche che l’età le ha portato via la memoria e che si sta spegnendo lentamente. E mi mette tristezza, tanta tristezza. Glielo direi, ma tanto se lo dimenticherebbe. Le direi chi sono i miei genitori, dove lavorano, da dove vengono, come è possibile che li conosca o meno, ma tanto se lo dimenticherebbe. Me ne vado, con la morte nel cuore, fingendo un appuntamento per le 15.30, ché si nota che tanto in due minuti (erano le 15.28) non saprei arrivarci, ché vado a 0.2 m/s quando sono proprio lanciato, ma a lei non importa. Si avvicina un’altra vecchina, si salutano, la smemorina le chiede l’ora, come se non gliel’avessi appena detto io. E la morte nel cuore si espande. E mi assento. In libreria cerco di incidere il meno possibile sulle vite altrui, soprattutto delle persone che sono entrate dopo di me, facendomi servire solo a locale vuoto. Qualcuno nota che sono dimagrito, qualcun altro che la mia scuola fa bene le liste dei libri di testo. Cerco un libro che non c’è, ne cerco un altro che invece c’è. Incrocio un paio di mie cugine, di quelle che mai ti aspetteresti di trovare in un posto simile, che stanno preparando la tesi, che si laureeranno quando tu non ci sarai e ben pensano di iniziare a insultarti già subito. Però ti abbracciano, e non fa niente, se tu non sei capace. Alla polvere di questo rapporto, un po’ c’ero affezionato, ma un po’ fa bene anche toglierla. E poi torno a casa. Torno per via Carducci.

Predicano morte, vogliono morte, morte a palate, se vi piace la morte spiegate, perché non v’ammazzate? Cagate su cagate mi riserva ‘sta vita di merda che m’osserva, sul suo vetrino dove chino faccio la larva

Tele stese ad asciugare sguardi

30 maggio 2010

Senza briglie. Era capitato un’altra volta, non ricordo più in che occasione e non pare essere questa una di quelle cose che sono necessarie o necessitano di essere fatte. Necessitano di essere necessarie, in caso, ma questo le rende solo più umane. Sono tornato al buon vecchio bisogno di attenzione ed amore troppo se mi vuoi bene piangi per essere corrisposto, egoistico all’inverosimile esso, egoista all’inverosimile io, randellando i pensieri, tanto vale andare avanti, solo per inerzia. Perché il succo – che io più affezionati possono leggere come “punto focale”. È un caso che io abbia scritto succo, com’è un caso ch’io oggi abbia addentato un’albicocca e fosse la realtà e non un incubo spaventoso – che, a occhio, mi accompagnerà per i prossimi due mesi, lasciandomi scampo qualche giorno random, affogandomi in un assurdo lago di note quando proprio mi dà scampo o campo su cui fuggire per rifugiarmi. Sono più adolescenziale e infantile e insicuro e niente di quanto vorrei ed è colpa mia e non è bello poterlo ammettere candidamente. Vorrei mi dipingesse così il Caravaggio, giusto per avere qualcuno a cui addossare la colpa se da una Canestra di frutta viene rubata senza pietà o fervore un’albicocca. Basta sentire i tasti che si schiantano contro il bordo inferiore della tastiera, basta sentire il polpastrelli che toccano e accarezzano e sfiorano e rasentano le lettere, basta aspettare che essi depositino grasso a sufficienza per avere una pila che possa coprire le lettere per non saperle poi più distiunguere, basta che questo grasso sia sufficientemente corrosivo di staccare queste fantomatiche incisioni che si propongono come marcatori di identità quando in realtà non fanno altro che sottostare alla cultura popolare, come dire, basta attendere pazientemente di battere per 1000000 di volte su quello stesso tasto, cosicché scada la garanzia e questo continui a funzionare e Buon senso 1, Garanzia 0, è sufficiente inventare nuove parole o nuovi modi di comunicare o nuove cose da fare col pc per andare a usare quei tasti che altrimenti non toccheresti mai, ché non hanno scopo né destinazione, un po’ come l’F12, solo che nemmeno F11 io uso mai. Questo mi consola il pianto, questo mi ragguaglia sul mondo, questo mi raggruma l’anima, avere lo sguardo perso a sinistra, o verso lo schermo, ma con gli occhi chiusi, e premere, premere a caso, e poi non guardare se ci sono errori di battitura, ché tanto ne faccio comunque anche senza volerlo, e poi aspettare di aver raggiunto un numero sufficientemente decente di parole per poter premere pubblica e poi via, fino alla nuova idea per il nuovo post perché questo, di idee, non ne aveva.

Scrivo su un blog che non si caga nessuno.

28 maggio 2010

O no? In realtà no. Per dire, affidandoci alla sacra matematica, madre di tutte le scienze e puttana di ogni persona, ho 9 visite al giorno. È una media falsata e non ponderata, poco male, le statistiche contano, il gradimento degli italiani è al 64.89 percento e così via. Basta crederci, insomma. Basta farlo credere. Sarebbe meglio dire che scrivo in un blog in cui nessuno caga, per usare un francesismo andando a intendere che nessuno vi deposita perle di saggezza o di schifezza popolare e quel nessuno sarei io, giacché la mia password totalmente inindovinabile è nascosta ai più e palese ad altri, ma soprattutto giacché pochi vorrebbero mischiare il loro nome con il mio e poi nella commistione confondersi e non capire più chi ha scritto cosa e chi è cosa e così via. La cronaca ha ceduto il posto a un biascicato ritaglio di giornale, meglio, un messaggio minatorio scritto con lettere ritagliate dal giornale, il tutto fatto da fessacchiotti che ritagliano nei punti più improbi, quelli con scritto Ubicumque suum, quelli che fanno intuire qual è il giornale, anche a me, armato solo di Google. La morte, quella c’è sempre, è prevista, è già scritta, ma grazie al cielo (? parliamone) non già letta. Non da me, almeno. Gesù, se sei lassù, mandami un ebook. So accontentarmi. Poi giuro che smetto di dire a vanvera I coglioni di Dio, facendo una citazione dotta, ma inimicandomi mondo e dotti deferenti di sorta. Orbene, non scrivo da sei giorni, ma non è che sia successo granché, non è che mi sia sposato con Renato, non è che lui ha partecipato e come sposando e come fotografo, non è che l’ho guardato negli occhi per sbaglio qualche secondo, non è che si chiama Renato, non è che ho contribuito in qualche modo alla storia del mondo o alla mia storia, non è che ho fatto qualcosa di buono, non è che ho fatto qualcosa, etc. Eppure, la settimana è scivolata. Scivolata su un toboga senza attrito. Scivolata come la coscienza fuori dal corpo di chi mi accusa di ascoltare i miei amici comunisti, a fronte di un Carlo Martello a caso nel giorno dell’anniversario della strage di piazza Loggia. Perché là potevo esserci anche io, se solo avessi indirizzato il mio cavallo. Sto tergiversando, per così dire. Tergiversando perché l’argomento che ho è fondamentalmente uno e non voglio bruciarlo, titubando perché non ho da dirne, ho solo da dire, recriminando perché così facendo creo aspettative che verranno poi disattese, temporeggiando (per dovere di cronaca, prima avevo scritto cunctatorando, un bel neologismo) perché forse non ne vale la pena. Orbene, quest’oggi ho visto un gatto. E detto così mi darebbe pure dei punti, ché non riesco a posare il mio sguardo senza provare ribrezzo su molte cose, ho invece guardato un gatto con tenerezza, insomma, sono una bella persona. Inoltre. Sono allergico da morire ai gatti, li percepisco a metri e metri e metri e metri di distanza, starnutendo e alle volte pure starnutando, lacrimando e dagli occhi e da altri orifizi, vedendo arrossata ogni superficie scoperta di pelle e tanti altri segni che indicano il sopraggiungere della morte e la forte impellenza di fare un testamento che preveda di lasciare a qualcuno che possa utilizzare tutti gli antistaminici che ho dimenticato di prendere nella vita. Orbene, il punto è che il gatto era appena stato investito e agonizzava nella corsia opposta a quella che io andavo percorrendo in modo amabile e totalmente incurante di ogni essere animato e animante il microcosmo di cui occupo una parte mediana della catena alimentare. E noi contorcersi nel mondo come gatti investiti sull’autostrada. E agonizzare fino all’arrivo di un pneumatico fatale. Non saprei dire cosa gli fosse successo, se fosse stato preso in pieno, di striscio, urtato, o chessò io. Stava col corpo a terra e le zampe che s’agitavano intorno. E non so quanto mi abbia colpito, in fondo spesse volte rimango impassibile, soprattutto davanti a certe persone, soprattutto quando certe persone si agitano, soprattutto quando voglio evitare ogni empatia. Ha causato brividi a mia madre, mentre a me non ha fatto né caldo né freddo, tant’è che sto qua a scriverne e lo vedo come metafora della mia vita. L’ho visto di sfuggita attorno alle 13, una visione mistica e improvvisa, un fugace sguardo sulla morte. Poi dev’esservisi immerso, nella morte, morendo come tutti si muore, così, cambiando colore. Quel che è certo è che io, il cadavere, non l’ho visto.

E respiro ancora l’ancora, per non soffocare, immerso nell’acqua.

Che cosa ti può servire se vai nel bòsco?

22 maggio 2010

Scrivo spinto da moto irrazionale, che soverchia ogni mio freno inibitore e raggruma ogni mio briciolo di volontà. Più o meno. Chissà se riuscirò a convogliare questa spinta insita nel mio animo in qualcosa di decente o, per dire, farò pena e andrò a scioperare di riflesso. Chissà. La giornata è stata densa. Quando per densa si intende la cioccolata calda della Ciobar che si produce a casa, non quella della pubblicità, che è certamente un budino e non, per dire, del cioccolato fuso. Che poi, densa, a me nemmeno piace. Meglio il lento fluire del liquido verso la gola e il calore e le bruciatore nei punti più inaspettati e insospettabili e la lingua che, oltre a barbagliare, scotta e perde la capacità di assaporare i sapori per qualche ora e poi ritorna, proprio in tempo per assaggiare, per dire, dei finocchi. È stata densa così, la giornata, così come immagino la dissenteria degli indigeni spagnoli all’arrivo delle caravelle e dei fessacchiotti sopra di esse e dei virus all’interno di essi e delle difese immunitarie assenti negli autoctoni e di quelle grazie a Quetzalcoat e così via. Questa interessante digressione, fattala premessa, non era prevista, è stata giusto premessa, con buona pace delle vere premesse e altrettanta buona pace della buona pace. Punto è che, dopo decine di attimi, raggrumatisi in minuti, di smarrimento, dopo un po’ di frangenti, insomma, ho sentito un desiderio irrefrenabile e ineffabile che mi spingeva verso qualcosa di irraggiungibile, ho quindi deciso di dirottarlo e fare una passeggiata. Credo di averne fatte due nella mia vita, a esclusione di questa, una secondo una direttrice e una secondo l’altra in cui riesco a snodare il mio paesello da casa mia. Non so cosa mi abbia spinto, mentre so cosa mi ha spinto a scrivere, ecco, ma ho deciso di andarvi. Andatovi, ho capito che era meglio non andarvi. Forse forse, la cosa è stata un po’ più premeditata, francamente ormai non ricordo, le cose mi si assottigliano nella memoria e perdono forma e corpo e direzione e modulo o intensità, quindi non ricordo assolutamente se fosse una decisione ampiamente ponderata o, com’è altrettanto possibile, ma forse meno probabile, un guizzo dell’ingegno facilmente accomunabile ai vuoti a rendere dei treni. Certo è che cercavo un locus amoenus, un posto felice in cui sollazzarmi, una roccia in uno spiazzo in un bòsco, delle foglie attorno a scricchiolare sotto i miei passi e sotto il peso di uno zaino che certamente avrei portato, degli uccellini cinguettanti, degli insetti amichevoli, se non addirittura amichevoli, ragni che tessono i loro tessuti per me, e così via. Ho trovato invece degli alpini (da dimostrare) intenti (da dimostrare) a giocare (da dimostrare) a bocce (di questo ho la prova provata. Pensare che fossero concentrati su qualcosa mi risulta impossibile. Impossibile!). Male, per altro, almeno da quanto ho percepito dai commenti sgolati. Erano comunque piuttosto previsti, conoscevo la zona, sapevo che trattavasi di alpini, avevo già visto i campi di bocce e così via, sebbene fossi pienamente convinto che quel cartello datato ’90 l’avrebbero tolto e invece no. Siamo sempre benvenuti gli alpini dell’adunata nazionale del ’90. Punto è che avevo un obiettivo oltre questa zolla di terra. L’opzione più praticabile era gettarmi nello strapiombo lì accanto, ma, forte di essere più friabile del marmo della cava, ma con migliori sbocchi lavorativi, ho deciso di proseguire. Percorrendo la strada nel libro della mia memoria, ricordavo una strada asfaltata ombreggiata da palme su entrambi i lati. Forse non proprio palme, ecco. Certo è che non c’era nemmeno l’ombra. Dell’ombra. Mi avvicino, strada sterrata, pendenza ben superiore a qualunque mai calcolata da essere umano, vengo salvato da un cartello di proprietà privata. Che forse e volendo ben vedere rimandava al campo accanto alla straducola, ma ho preferito non rischiare. È triste come un cerchio bianco e uno rosso e qualche lettera mi possano impedire di perseguire la catarsi. Però ecco, mi sono lasciato scoraggiare. Un gran peccato. Ritornando su dei passi che ormai non ricordavo nemmeno di aver pestato, mi sono lasciato incuriosire dalla vera e propria strada del bòsco: non avendola mai percorsa, c’erano un sacco di possibilità che questa potesse condurmi là dove speravo, c’erano un sacco di possibilità che l’odoraccio che sentivo provenisse da cadaveri in decomposizione gettati nella fonte limpida d’un torrente, c’erano un sacco di possibilità che i corvi che sentivo cantare fossero invece dolci usignoli che stavano respingendo i predatori stupidi, c’erano un sacco di possibilità che i ragni tendessero tele proprio tra i rami tra cui passavo io per donarmele, c’erano buone possibilità che quella discesa si fermasse in uno spiazzo soleggiato prima del lago che era sì in lontananza, ma era l’unica cosa visibile. C’erano un sacco di possibilità, eppure è andata male. Dev’essere andata male anche perché il terreno era praticamente piastrellato da rimasugli di ceramica e mattoni e (spero) alpini. E poi nulla, ecco.

E, per il viaggio, Marta che indosserà?

No, I couldn’t tell you how the house burned down

21 maggio 2010

Continuo, imperterrito, a non avere un titolo. E non è perché le cose non mi colpiscono più come una volta, o forse sì, ma è anche perché mi colpiscono un sacco di cose e nel preciso istante in cui mi urtano vorrei che fossero il centro del mio mondo e ovviamente non è possibile, giacché può essere solo uno. Oppure non dev’esserci. Oppure non ho un mondo.  E, mi sovviene la cosa, non ho nemmeno un modo. È un po’ un peccato, come dire. È pure un sacco che non scrivo sul blog, giacché un sacco di cose si sono succedute e difficilmente queste meritano menzione in questi luoghi ameni (doppia accezione. Qualcuno sa. Altri potrebbero sapere. Qualcun altro preferisce immaginare geni che si trastullano accanto ad alberelli di mimose), ma il punto focale, come al solito – come al solito perché uso sempre quest’espressione. Non per altro. Illusi – è che non ho avuto molto tempo. Non da buttare, ché non lo considero buttato, questo, ma, al massimo, speso senza ricevuta, certamente evaso, giacché io non debbo niente ad alcuno stato. Non posso dire nemmeno mi mancassero le idee, perché così non è stato, perché ho la vaga idea di un sacco di idee che ho avuto recentemente, ma sono passate, altre volte trapassate, sicuramente le ho dimenticate. Triste è la sorte delle idee, nessuno riesce a mangiarle, ma tutti ne crescono. Chi con più, chi con meno fertilizzate. Naturale. Come quella volta che (dire che era l’altro ieri suona male, ma era proprio l’altro ieri) ho visto due bambini che si inseguivano, un maschio e un femmina, e lui dietro di lei a tirarle i capelli e lei davanti a lui a farseli tirare e a insultarlo in modo garbato, dicendo, con la sua soave voce, “Stronzo di merda, chi ti ha detto di tirarmi i capelli?” e lui, dall’alto di una dissertazione filosofica avuta con Dio sulla non-esistenza di Dio “Me lo son detto io”. Eh beh. Stavo andando in una gelateria, amabilmente passeggiando e passando davanti all’edicola, e non ho potuto fare a meno di notarli. Ed effettivamente, c’avrei scritto un post, così, su due piedi, senza capo né coda, senza ragione d’essere, senza ragione d’avere, mi sarebbe piaciuto semplicemente farlo. Me lo sono scritto e riscritto in testa, l’ho salvato nelle bozze e poi ho eliminato le bozze. Ho visto dei bambini anche poi, poi sarebbe oggi, che, seduti su un marciapiede di fronte a una gelateria in quel di Milano, discutevano dei pro e dei contro della campagna. O meglio, la conversazione l’ho immaginata io così, non ho idea di cosa stessero parlando. Però era affascinante vederli seduti tra una Renault e una macchina di cui non potevo ammirare il retro e quindi le diciture, seduti sull’asfalto, a parlare di campagna. Sono ristato in università, quest’oggi, per un fine trascurabile e certamente evitabile, ma tant’è. Sono stato a non soffrire le persone e il caldo, immerso tra le persone il caldo. Persone che emanavano pure la loro età, giacché sventolavano tutte la loro identità, trasmigrata su carta, controllavano cellulari che riportavano foto di loro e della loro metà o del loro quarto o chessò io, non è che ero proprio avvezzo a chiedere. Ed è qui ed è ora che sorge l’assenza di idee. Insultare la mia insegnante di scienze che mette le sue grinfie su di me sul treno non è questione valevole. Avevo un grande vuoto dentro, sul treno; i fischietti dei controllori stentavano a riempirlo sul binario, figurarsi sopra, dove nemmeno li sentivo. Poi ha trovato una ragione d’essere empito e così andava bene e infatti ora mi ritengo fisicamente e tecnicamente quasi nella norma. Sarà che ho dormito, sul treno, dopo essermi costretto a dormire un sacco stanotte, l’afa mi ha ucciso, l’estate, con i suoi enigmi, mi sta prontamente prendendo a picconate l’anima, ma ho deciso che c’è poco da fare. C’è solo da aver paura.

Se tu non fossi abbastanza, te lo direi

11 maggio 2010

A posteriori, dico che questo è un post anomalo. Breve per quanto di brevità si possa parlare. Inutile, per quanto di utilità si possa parlare.

Non ho mai capito quanto sono sensibile. Quanto lo sia io e quanto finga di esserlo nel blog, quanto il piangere al funerale di Berlinguer e non alla morte di mia nonna si coniughi con la mia vita, quanto lo schernire le disgrazie, soprattutto quelle altrui, sia in disaccordo con ciò che mi prodigo ad attuare quotidianamente, quanto la mia finta generosità applicata con scopi fondamentalmente egoistici possa farmi rientrare nella definizione di persona perbene, sono tutte cose che sono oggetto, ma soprattutto soggetto, di studio per quel che mi riguarda. Poco da fare, io solitamente mi sento in colpa. Ma non è questo il punto, il punto è una retta ed è quella che dovrebbe separarmi da molti altri o da altri o dagli altri, ancora non so, in quest’ambito. Ammesso e non concesso che questa differenza esista, mi chiedo quanto sia tangibile, ma soprattutto quanto sia io quello in torto, quello stronzo e insensibile, quello che strappa una risata da comicità fascista, quello che ti fa ridere e poi però è necessario insultarlo lievemente perché la battuta è cattiva oppure è necessario turpiloquiarne il nome e la progenie e la primogenitura e così via perché si è passato un certo limite. Benissimo, dopo questa divagazione completamente inutile, oggi ho potuto constatare che, alle volte, io sono anche dalla parte giusta della carreggiata.  O meglio, c’è qualcuno che è più verso la scarpata di me. Come da titolo, la sensibilità umana non è una dote innata, o non è innata la condizione umana o così via insomma. Sono stato con un amichetto nella prima parte del pomeriggio, quella che di solito spendo rabbrividendo, in piscina, giacché ormai sono un avventore fisso, sebbene non faccia avvenire nulla di buono in zona acqua. Lì, dopo aver discorso dei genitori di Carlo V, il padre in particolare, non ha potuto esimersi dal raccontarmi della sua Gi, ragazza che insegue e persegue da almeno almeno due settimane, dopo che lei è uscita almeno almeno tre giorni prima da un’altra relazione e lui voleva approfittare della sua fragilità e così via. Taglio corto, ché sono di fretta, non ho voglia di scrivere e mi sto trascinando e non ne sento il bisogno e quindi sto giusto sprecando pixel che il mondo in via di sviluppo potrebbe usare al posto mio e certamente meglio. Insomma, lei gli ha scritto un sms che suonava più o meno tipo Ho paura di non essere abbastanza e lui, dopo aver amabilmente discorso con lei davanti a me della di lei possibile inutilità, l’ha apostrofata così, buttando là la frase, uccidendo qualunque persona con una sensibilità superiore a quella del sistema circolatorio chiuso di un lombrico. E lei, non ha fatto una piega. Temo di aver troppo da imparare da questo mondo, se la morte sopraggiungesse ora, avrebbe solo tagliato alcuni sforzi vani. E insomma, per la cronaca, quella che questo blog millanta di fare e quella che sarà utile a chi, me morto, dovrà ricostruire la mia vita e non saprà da dove partire se non da delle date falsate e da dei deliri pomeridiani, domani sono in gita, con soggetti tipo quello, ma pure peggiori. Così come domani andrò in gita giusto per farlo, senza alcun intento terapeutico per nessuno degli aspetti che mi riguardano nel modo più vago, ora sto scrivendo tanto per fare per provare ad arrivare ad almeno 600 parole e poter dire di avervi rubato il tempo almeno un po’. O averti, ecco.