La presunta santità di Zed

20 agosto 2010

Non so da quanto non scrivo e non sono così sicuro di voler controllare e ormai direi che non ne vale più la pena, non so perché dovrebbe. Non ricordo cosa mi sia accaduto questa settimana, anche se ho un paio di idee circa quelle che non mi sono accadute. Al solito, tralascio le cose interessanti, non vorrei distrarre il lettore. Giovedì sono stato a scuola. A farmi fotografare. Per un tesserino identificativo. Per mangiare. Quindi mi schedano e così io posso pagare per sopravvivere. Niente male, mi pare un sistema infallibile. Gli darei pure le mie impronte digitali, non le avessero già. Lunghe code divise per lettera, il ritenere totalmente inutile che rifacciano la foto ogni anno, al che ti dicono che è per l’annuario, al che ritieni totalmente inutile l’annuario, al che scopri che vi comparirai anche tu e le varie idee minanti il tuo cervello circa la possibilità di nascondere questo viaggio ai posteri in modo magistrale - Sai, una volta sono morto per tre mesi, m’è successo in aeroporto - sfumano tutte, come un lago in un dipinto di un pittore che ci sapeva fare che ha ritoccato il tuo perché l’avevi fatto male, si disperdono e tocca ripensare tutto daccapo. E insomma, così è. Mercoledì ho invece potuto apprezzare un’altra prelibatezza statunitense: la farmacia drive-thru. Si lascia un nominativo a una commessa (ogni medicina prescritta ha un’etichetta con la prescrizione e la somministrazione e così via) che si disperde nei meandri di quella che più che una farmacia pare una banca americana (che più che una banca pare la hall di un albergo. Mentre vai a saldare i debiti del mese precedente, tra cui il gioco del centro commerciale da 2$ che puoi pagare con la carta, i tuoi figli, o i tuoi genitori, o chiunque tu ti porti dietro, può dilettarsi con la Wii a disposizione della clientela) e poi torna e se ne va di nuovo e ti manda un dottore che ti parla al telefono pur essendo a un metro da te circa la somministrazione. Strisci e te ne vai. Insomma, abbiamo il Ritalin. Credo di aver capito una pastiglia al giorno per la prima settimana, due per la seconda e la terza settimana e tre per un periodo indeterminato dopo quello. E insomma. Non ho ancora visto grossi cambiamenti, ma è perché sono stato poco con lui. E già questo è, in sé e di per sé, un miglioramento.  Ma lo è per me e non per lui. Che poi, quali, tra quelli che ha, siano problemi curabili con medicinali, è tutto ancora da discutere. E di nuovo insomma. Stamattina, e siamo già slittati a domenica, mentre ieri mattina, quando scrivevo stamattina, era sabato, ho scoperto l’esistenza delle Flu Shot Gift Card. E i miei prossimi regali di compleanno son sistemati. Potrei considerare l’idea di fare regali di compleanno più che altro a persone che non sopporto, ecco. Poi c’è stato il venerdì. Nel senso che è avvenuto e non ho potuto fare granché. Per la cronaca, sono cinque giorni che questo post è in fase di scrittura e ricordo a malapena dove stava andando a parare. Quindi il perseguimento di ogni qual cosa potesse essere perseguita è stato definitivamente abbandonato. Ora, venerdì. Partiamo da giovedì. L’host father mi ha invitato a conoscere gli host granparents, che vivono in campagna, dove son cresciuti lui e suo fratello, dopo essersi trasferiti dalla California. Sveglio alle otto, sveglia quindi un’ora buona prima, ché mi avevano detto che saremmo partiti alle otto e non ne è stato nulla fino alle nve. Curioso che nessuno dei nipoti volesse vedere i nonni, mentre io, sconsciuto, sono stato ampiamente accolto in quella casa e così via. Particolarmente accolto anche dal cane, che credo si chiami Molly, che mi adorava e che io sostanzialmente adoravo. Anche se mi leccava le mani, ecco. Nei miei blandi tentativi di mantenere la conversazione sulla strada d’andata, m’è scappato un “Com’è che raccolgono quel corn e poi ci fanno i miei tanto amati corn dogs?” che mi ha trascinato, ché sebbene fosse scappato eravamo ancora ampiamente legati, in una tenuta campagnola, a guardare una mietitrebbia. Mica palle, eh. Giacché ero interessato a quello quanto al clima che c’è in Uganda tra il 23 e il 24 febbraio (in mia piena apatia invernale) e la cosa doveva trasparire in modo eclatante – e me ne stupisco e me ne sorprendo e ne gioisco facendo gioire anche altrui – tant’è che in breve – sufficientemente breve da non uscire di testa, non a sufficienza per evitare che iniziassi a grondare sudore e a mandare sms di aiuto qui e là – mi hanno portato via. Nuovo giro a casa, nuova perdita del contorno delle mie mani trasformatesi ormai in leccalecca, si esce a pranzo. Si fa da Philly’s. Che secondo me era spettacolare solo per il nome, ma c’erano pure altre ragioni. Luce soffusa, pressché spenta. Menù enorme esposto di fronte all’entrata, in modo da non poter assolutamente sbagliare. Cameriera bionda, lontana parente di una qualsiasi cameriera italiana, ma che il mondo ritiene ben più simpatica, il signor Philly che si può tranquillamente scambiare per un enorme orso polare tassidermizzato se non fosse che ogni tanto grunisce e così via. Ovviamente il menù parla di sandwich. Ovviamente tu ne ordini uno, pensando che arrivi un panino di misura normale. Ovviamente quello arriva, peccato che il contenuto (che in teoria era tenderloin, che in teoria mi avevano detto essere carne di maiale, che però aveva tutt’altro sapore. Ah, sì, era fritto) fosse grande due/tre volte il contenente. E poi patate, giustamente, a condire. Perché credo che qui si concentri la produzione mondiale di patate, non so come sia possibile che ne crescano così tante sulla terra, ché ogni singolo kansansita si nutre con esse. E poi insomma. Le patate le ho abbandonate quasi subito, il resto ho tentato di mangiarlo interamente, ma è stato un parto al contrario, un cielo notturno illuminato a giorno. Mentre io lottavo contro le doglie, ho assitito alla mia prima tempesta. Cioè, l’ho subita in realtà. Pare per altro che a parte qualche tempesta sparsa, in Kansas non ci siano molti tornadoes, sebbene sia famoso per questo. Mentre stavo at Philly’s, la stoprovandoaessereintraprendente cameriera è entrata in sala a un certo punto (a tentoni, era buio) annunciando la pioggia. Poco dopo è tornata annunciando la tempesta. Poco dopo ancora ha aperto una porta e ho visto un albero piegato e l’emissario di un fiume che stava diventando un immissario del locale, ma poi ha richiuso. Anni di immagini televisive che fronde che vanno spezzandosi verso il vento e finalmente le ho viste. Anche se mi sarebbe piaciuto uscire. Eh vabbè. Ho mangiato al buio non solo per l’attitudine stessa del locale, ma soprattutto perché continuava a saltare la corrente. La usavano giusto per la tv e per un’insegna che non sono riuscito a interpretare, ma quelle andavano e venivano. Ho mangiato del nonsoche fritto nel mio colesterolo a lume di candela con un hippie (perché così me l’ha presentato l’host father che crede nella libertà americana e sostiene che Obama li stia trascinando, uno a uno, nel socialismo, come un grande fan di Obama), una donna da cui non son riuscito a ottenere un granché e un host father che stava alle finestre per avere il segnale al cellulare per una non meglio precisata ragione. E insomma. Usciti poi il caldo se n’era andato, quel caldo che uccide le mucche iniziando a cuocerle già nei campi, ben prima che arrivino da McDonald’s, c’era giusto parecchia acqua per terra che passava poi per aria sotto le ruote delle altre auto e addosso alla nostra auto di conseguenza. Tornati a casa in zona campagna, le mele erano cadute dal melo, e questo non è dovuto al fatto che avessero ottenuto una particolare considerazione di sé. Erano giusto cadute. Erano tutte pressoché marce o in via di decomposizione (spesso era in via di decomposizione pure il verme al loro interno) e le ho raccolte, a una ad una, perché dovevo stare ben attento a dove mettevo le dita ché mai avrei voluto che un qualche parassita mi saltasse addosso e cercasse un’unione carnale con me. L’obiettivo di raccoglierle m’è francamente sfuggito, ché venivano poi gettate in un cassone in cui sarebbero andate a decomporsi. Cosa che a occhio potevano fare anche a terra, ma tant’è. Sono stato assalito da delle farfalle, nel frattempo, nessuna di loro in cerca di un maschio, tutte pronte e decise a spaventarmi. Inutile dire che ci son riuscite. Più utile dire che farfalle così grosse non ne ho mai viste. In realtà, tutti gli insetti kansansiti sono particolarmente grossi, quando proprio sono nuovi per me. Qualcuno ha detto moscavallo? Eh vabbè. Dopo essermi divertito raccogliendo mele da terra per poi scagliarle a pochi centimetri da terra, mi hanno illustrato un rudimentale sistema per scagliare per aria bottiglie, con acqua o meno all’interno, sistema particolarmente importante in caso di attacco alieno o di invasione di ultracorpi, ché i tizi verrebbero fermati piedi e piedi prima che tocchino terra. Manciate di metri, ma trattasi di un sacco di piedi. Poi son tornato a casa. Non troppo interessante giacere a casa per quelle ore, in attesa del bonfire, ché non sapevo bene ancora cosa fosse. Poi ho cercato su wordreference. Il primo falò della mia vita, che storia. Peccato ci fossero tempeste ancora in giro e la pioggia scrosciante mi faceva un po’ dubitare del falò. Però qui le tempeste sono particolarmente sentite, ci sono segnali radio, decine di scritte in sovraimpressione in tv, previsioni ora per ora e cose così e quindi programmano tutto al minuto. Ho assistito a un arcobaleno kansansita. È piuttosto simile al nostro, forse un po’ più grosso. Pffffffff. Il mio fratello kansansita, dopo l’arcobaleno e prima della seconda ondata di tempsta, mi ha chiesto se volessi uscire a cena. Piuttosto per caso, diciamo, ché sarà stato obbligato da qualcuno. Andando, un colpo di vento più forte di un soffio, ma più debole di un colpo di vento ha rovesciato la copertura del retro del truck del caro amico Xander, facendoci accostare, spostare il cosodimetallo su una piazzola, faticare per metterlo nuovamente al proprio posto, rischiare le mani in ogni ordine di posto, aspettare l’amico che viene in soccorso con una corda elastica e non trovare degli agganci per la corda, mentre il nastro adesivo funzionerà divinamente sotto la grandine. Eh vabbè. È comunque stato bello vedere un pezzo di auto sollevarsi mentre eravamo fermi a uno stop, scavalcarci e finire vicino a una stazione di rifornimento. Poi. Pizzeria a buffet con brownies più che discreti, ma l’ho scoperto solo dopo. Quello che ho scoperto subito è che questi kansansiti sono santi quanto dei santini e spacciano birra nei parcheggi di pizzerie discutibili. Per altro, la fremente voglia di Xander (che d’ora in poi chiamerò Zed. Lo chiamo così o Zeta quando parlo [male] di lui in italiano. Ché mi spiacerebbe se si sentisse chiamato in causa e non capisse come e perché ce l’ho proprio con lui), dicevo, di Zed, di ricoprire il suo truck era perché all’interno del retro c’erano tre casse di birra. E non si possono comprare o bere sino a ventuno anni. E lui ne ha diciassette. Paurissima! E intanto ho visto un tizio girare con due sacchi neri dell’immondizia per un parcheggio fingendo nonchalance. Poi siamo andati al bonfire. Dove è stata la tristezza in ogni ordine di idee. Dall’agglomerato di maschi seduti su sedie scomode intenti a guardare una partita di uno sport discutibile quanto il baseball della loro squadra preferita. Partita che per altro hanno perso. Così, per dire. Poi dei bagagliai sono stati più o meno magicamente riempiti di alcool, delle bottiglie idem, e qualche ora e un sacco di chewing-gum dopo mi son trovato a dormire su un pavimento accanto a due italiani ubriachi. Fortuna fortunella che la mattina dopo ho mangiato uova e salsiccia e patate. E insomma. Questi kansansiti mi stupiscono discretamente, vanno fuori di testa per dell’alcool (causa efficiente e non), ma a messa comunicano con una specie sola, perché sotto i ventuno proprio non si può. Pregano ogni sera con la stessa formula particolarmente inflazionata e poi dopo quattro birre stanno vomitando e si preoccupano credendo che il vomito sia nero. E così via. Il peggio rimangono gli italiani ubriachi, ma c’è poco da fare anche lì. Poi son successe delle altre cose tra venerdì e oggi (giovedì 19, 23.09.53), ma non sono granché interessanti. O meglio, non le ricordo. E poi questo post aveva un punto che ho faticosamente raggiunto ora e non vi ho badato nemmeno troppo, ché sabato avevo delle idee e poi le ho perse. Tipo che sempre sabato sono stato a un parco divertimenti. E più che essermi divertito, ho parco, ma chissenefrega. È stato bello. Poi è scattata la routine, l’uniforme, il viaggio agli armadietti durante ogni cambio di ora e mezza, i libri che pesano un sacchissimo perché sono tutti con la copertina rigida, i quaderni quasi sempre inutili, le persone che ti salutano nei corridoi purtroppo non consce che non sai chi siano, gli insegnanti che si fanno tranquillamente perculare dagli studenti e gli studenti che per percularli basta non essere totali deficienti. E insomma, stasera sono uscito in bici. Cioè, uscito in macchina per andare poi in bici. Attorno a un lago. È stato bello, al di là del fatto che indossavo un caschetto. Era sul tardo pomeriggio, sole in tramondando e me lo son goduto da una parte piuttosto alta, a spiovere sul lago a sinistra e sulla strada a destra, con le rondini sopra di me, un arcobaleno che non so da dove provenisse e gli ultimi raggi di sole a morire dietro una collina. È stato bello. Poco dopo, una volte mi ha tagliato la strada. Mi fosse successo un mese fa, avrei detto che non era granché. Ora dico che non è big deal. Bisogna solo capire se è cambiato qualcosa.

Dammi tutto quello che non ho.

Let’s go to the mass, today

8 agosto 2010

Sono stato anche al Mall, in realtà, ma ben tre volte, quindi non era valida come questione bizzarra su cui fare un post per poi riuscire a non parlare di nulla. Quindi ho preferito storpiare la dotta citazione a cotal guisa. E insomma. Anzitutto mi chiedo per quanto andrà avanti questa baggiatanata per cui io non so le preghiere e quindi posso stare sempre in silenzio e per quanto quella ancora maggiore per cui quando parlo italiano o dico cazzate o cito canzoni, cose che a volte collimano. E insomma. Il vangelo di oggi diceva una cosa molto semplice: gli schiavi che conoscono il volere del loro padrone e non lo rispettano facendo qualcosa di grave devono essere beaten severely, mentre quelli che fanno qualcosa di altrettanto grave non rispettando il volere del padrone per ignoranza, vanno beaten softly. Ed ecco un altro ottimo insegnamento di cui il mondo aveva bisogno. E io che credevo che ci fosse pure qualcosa di buono nel vangelo, tipo la punteggiatura. E infatti c’è, giacché la predica ha tralasciato questo punto fondamentale che dovrebbe essere alla base della convivenza civile per commentare le spesso pacchiane e sempre retoriche domande di Gesù (sei il figlio di Dio? Che cazzo fai domande?), quella di oggi suonava suppergiù What/Who is your treasure? E insomma. Io ho scartato gli what, perché il materialismo mi imponeva di scegliere. Quanto agli who, se può essere di qualche interesse per qualcuno, non ho nemmeno scelto Gesù. Qui cantano, cantano tutti, durante la messa. Cantano tanto, molto più di quanto mi pare si faccia da noi, cantano anche la liturgia. Sono bravini, per altro. Viene voglia di applaudire lo spettacolo, magari a metà, sperando in un intervallo, ma non ti bada mai nessuno. Altri tentano di applaudire costantemente e sono bambini ritenuti iperattivi che vengono sottoposto a EKG in attesa di ottenere l’autorizzazione a somministrare loro Ritalin, così, tanto per. Ha otto anni, è iperattivo, qui anche il pane è fatto con lo zucchero, sono tutti segni che un medicinale è necessario.  E insomma, è una nazione così. Bambini drogati, consumi di carburanti alle stelle perché tutti hanno le macchine grosse perché tutti hanno le macchine grosse – mio fratello, alla stessa domanda e con una maggiore quantità di fantasia ha risposto “Perché hanno tanto spazio” – e quindi si curano del pianeta quanto io mi curo della pineta dietro casa. Però, e qui io vedo un gigantesco paradosso, ben più grande di quello che vedo in uno specchio o in una webcam che riflette al contrario, sono tutti gentili. Qualsiasi commesso di qualsiasi negozio ti chiede come stai. se tutto bene, come e in che misura può aiutarti, se vuoi la tua giacca perché 19° fahrenheit sono un po’ pochini anche per l’aria condizionata, se può sdraiarsi sulla pozzanghera che c’è per terra per farti attraversare e così via. Belle persone. Quelle stesse persone che, dopo averti dato fuoco alla casa, inchioano l’auto per far passare il camion dei pompieri, generando incidenti tra loro, ma chissenefrega, l’importante è spegnere il fuoco. La stessa nazione che durante la messa prega per la pace e per i propri soldati che non stanno esattamente esportando pace in scatola, magari qualche razione di fast food, ma that’s all. Stasera, cioè tra un’ora, cioè stanotte per te che leggi, devo andare a scuola. Ti cagheranno il cazzo per la barba che non ti fai da una settimana perché sei pigro, mi hanno ammonito così, poco fa, i geni di qua, in altre parole, ma il succo era questo. E io così, ribelle, vado a dare il cinque alle statue, as Ritalnoah does, a dire non m’importa come il signor I don’t caaaaaaaaaare, ma con meno stile e con uno scarso accento del midwest, cosa che purtroppo un po’ mi pesa. Intanto ho scoperto che McKenzie si chiama MacKenzie e ha perso buona parte della sua attrattiva nei miei confronti, soprattutto perché l’ho persa di vista e credo non la vedrò più sino all’inizio della scuola e difficilmente allora mi riconoscerà, visto che sarò un rivoluzionario coi capelli corti e la barba tagliata. Ciao Kenz, è stato bello. E avevi anche un cognome così figo, avrei premuto perché lo avessero i nostri figli. Intanto ieri mi è successa una cosa che mi capita più o meno periodicamente, cioè andare da qualche parte aspettando qualcuno e finire per rischiare che questo non si presenti o così via. Ieri era tutto parte di un grosso fraintendimento, ma un paio d’ore a fluttuare per un centro commerciale me le son fatte comunque. Purtroppo, non c’è tantissimo di interessante, visto uno di tizio che sta seduto per ore a bere una bibita e ogni tanto chiude gli occhi e sembra che dorma, ma poi li riapre al volo perché era uno scherzone, li hai visti tutti. E credo tu le abbia viste tutte anche quando scopri che puoi pagare i tipici giochi da centro commerciale per bambini. Ottocentotrenta parole, viva me.

There is an old cliché, such and old cliché, under your Monet, baby.

Dimenticavo. Perché le cose interessanti si dimenticano sempre, sennò non sarebbero interessanti: a pranzo, sono stato l’unico a pranzare, gli altri hanno fatto colazione. E ho pranzato con del pollo fritto, perché non c’è nient’altro qui, ma soprattutto, avevo tre condimenti da scegliere da una lista di vegetables. Here’s what I got: mashed potatoes, maccheroni&cheese and dumplins. Yay!

Cronica de un viaje anunciado demasiado fuerte

5 agosto 2010

Tipo che ieri sera avevo iniziato a scrivere questo post e poi per errore ho cancellato tutto e non sono stato in grado di recuperarlo e allora ho fanculizzato tutto ed eccomi qui. Sedici ore dopo, more or less. Insomma. Il titolo del post l’ho pensato mesi fa, quando avevo iniziato a pensare a questo bizzarro viaggio e avevo la vaga certezza che l’avrei fatto. Mi ero ripromesso di trovare una rima sensazionale per viaje o un titolo decente, ma non l’ho fatto. Been kinda busy lately. Nulla, son partito, sebbene il segnale luminoso dicesse Kansas City e sebbene in macchina m’avessero detto che saremmo andati a Topeka, il viaggio è terminato nel cliché di un cliché. Non mi stupisco che i telefilm americani siano così perfettamente aderenti e inerenti alla realtà. Ci sono un sacco di cose bizzare, qui. Dall’acqua della doccia che è annegata nel cloro alle persone che vengono annegate in quell’acqua piena di cloro perché non immaginano che essa possa scendere così forte e così concentrata e così in bocca. Alle auto che sono fottutamente grandi e la più piccola disponibile è una berlina e loro andrebbero messi alla berlina per quello e non si capisce perché il mondo permetta loro di essere così esosi. E insomma. Lasciato l’aeroporto, tipo venticinque ore dopo essere entrato nel primo aeroporto, sono stato catapultato in un locale, chiamato Cheesburger Paradise, che immaginava il paradiso dei cheesburger come fosse una spiaggia. Una spiaggia di gente che non segue i consigli di Studio Aperto sulla prova costume. Poi ieri sera m’è toccata una riflessione. Con cui avevo aperto lo scorso post che era terribilmente razionale rispetto a questo, ma credo che il colesterolo mi stia bloccando i pensieri e quindi tanto vale buttarli giù mentre arrivano, senza aspettare. Riguardava una ventosa. Potrei chiamare la prima puntata della Cronìca La ventosa e il suo rapporto di avvicinamento e allontanamento dalla merda, ma ho preferito evitare. Potevo pure chiamarla I’m too shy to say I’m not shy, che è stata la prima delle tre battute che ho fatto in questi giorni (penso che quando ridano negli altri casi in realtà non capiscano). Ventosa. Di quelle che si vedono solo nei film, col color arancio tipico della pellicola da film per la tv, col manico lungo un metro perché all’occorrenza si trasformi in un’arma improria da usare per uccidere i propri cari in assenza di una più precisa pistola. Perché col caldo, nella parte est di Topeka, si spara un sacco. Insomma, una ventosa.  Tipo che sto lavorando a questo post da tre giorni, ma non lo sto limando, sto solo aggiungendo cose a caso. Dicevo della ventosa. Mi è parsa una buona metafora della vita. Il tentativo indomito e spesso inutile di aggiungere e rimuovere cose per sistemarle, aria nello specifico, per andare a sbloccare una situazione, merda nello specifico. È anche una metaofora del corpo umano, chessò, l’aria lì va a finire dopo complicatissimi e intricati movimenti. L’avevo descritta con più stile, e durante la nottata di martedì aveva più senso. Insomma. Ieri ho mangiato delle smashed potatoes. A cui aggiungono del latte e del formaggio. Qualcuno lo chiamerebbe puré, ma guai a dirlo, patate schiacciate va più che bene. Insieme a dei pork chops. Che sostanzialmente erano carne di maiale impanata, ma chiamarli così fa decisamente più figo. Il tutto ricoperto di gravy. Che non ho capito cos’è. Più chiedevo cosa fosse, più mi dicevano che andava sulla carne. Ce l’ho messo. Quasi buono, via. E poi quello era un pasto sano. Ho visto il gravy durante la cottura, in realtà – ché Amy ne ha lasciata una quantità devastante sul fuoco mentre andava alla porta a rispondere alla vicina di casa a cui era morto il padre la settimana prima ed era stata via e non aveva ricevuto la posta che Amy aveva preso e ha riso un paio di volte del tempo caldissimo. Era disperata, cazzo. – e inizialmente era un cumulo di latte, ma non so se è stato aggiunto altro successivamente. Penso di sì, lo suggerivano i grumi marroni. Costante di ieri è stato tale Eric in giro per casa. Che, a parte ritenermi francese, sembra avermi preso in simpatia. Era pure convinto che il mio nome si scrivesse Mitia. Gentile. Oppure è così con tutti, non so. Fatto ‘sta che ha quasi otto anni ed è il mio bambino preferito e sua sorella è la mia diciassettenne preferita. Se solo capissi come si chiama, per dire. Aveva una maglietta spettacolare che diceva God bless America, except Missouri, come si fa a non amarla? E insomma. Eric nel pomeriggio mi aveva chiesto di fare da regista per un qualche film che lui e Noah stanno girando circa un qualche bad guy, un cop, e un good guy. Ho pure dovuto fare il cop e inseguirlo per la cantina di casa. Senza prenderlo, ché sennò il film era finito. Metafora della vita inside. La sera, allenamento di baseball. Tipo che al quarto tentativo ho colpito la palla sufficientemente male da darmi il tempo di arrivare alla prima base. Senza dimenticare che ho le gambe più lunghe di tutti quelli che evitano di correre perché sennò morirebbero lì per lì sul campo, direi che non è andata malissimo. Pallavvvvvolo in piscina, dove sono fantastico perché tocco il fondo in ogni punto e non per altro e infine vasca a idromassaggio. Stica! La roba più inutile del mondo, ma ci si potrebbero spendere ore. Metafora della vita inside. Stamattina, dopo la classica colazione – a base di latte a basso contenuto di grassi e di cereali che aiutano a ridurre il rischio di heart disease perché ovviamente sono i cereali a uccidere e non gli hamburger – ho iniziato lentamente a morire attorno alle 9.30. Mal di testa e insana voglia di vomitare mi hanno fatto peregrinare da un letto all’altro, sperando di non morire per strada, cosa che non è accaduta. Alla lunga mi son sistemato nella cantina, dove fa freddissimo, ma tutti ne sono fieri. Sdraiato lì ho assistito a un’intera processione di persone che scendevano le scale rumorosamente,  entravano (non c’è una porta, però sentivano il bisogno di picchiettare i piedi qui e là), accendevano la luce, si avvicinavano, notavano la mia presenza, si dicevano di spegnere la luce, facevano ciò che dovevano fare e poi se n’andavano. Fantastico. È successo tipo tre volte, non ci sono nemmeno così tante persone in casa. Nel frattempo, ho dormito un paio d’ore, sebbene avessi sognato di averne dormite quarantotto, nei vari sogni ce n’era anche uno circa una vecchia signora americana che parlava un po’ di italiano e mi mordeva un ginocchio iniettandomi vampire-way dei calmati/sonniferi che a lungo andare mi uccidevano. Più o meno premonitore, quando mi sono alzato mi è stato offerto del Tylenol scaduto a marzo 2008. Dovrei provarlo, magari, prima di andare. Magari no. Oppure dovrei testarlo su Noah.

Quando potrai passare in uaa cruna, che tutto stringe e tutto fa già pianto tra noi.

Resta là, se puoi. È l’unico modo.

1 agosto 2010

È che temo di non potere.

Ad astra per aspera.

Senza spunti

24 luglio 2010

Perché, ora, sono un ragazzo normale. Non che io prima fossi anormale, ora sono semplicemente più normale. Grazie zia, sei sempre illuminante. Soprattutto quando non ti lanci in complimenti sperticati.  Credo di essere normale almeno quanto qualcuno che cerca su Google ai nipoti piace far vedere il pene alla nonna e finisce in questo blog. Ci sono molteplici ragioni che possano spingere qualcuno a cercare una cosa simile su Google, tra cui la nonna con tanti piccoli nipoti esuberanti, i tanti piccoli nipoti esuberanti che hanno una fervida immaginazione, un pedagogo con qualche dubbio circa la sua laurea, o semplicemente un malato di mente. Di certo c’è solo che ai nipoti dotato di una scorta di amor proprio da usare negli attimi di crisi dopo che tale è stata dichiarata la situazione da un qualche organo di supervisione che sia però al servizio del nipote stesso, mostrare il pene ai propri prozii non piace da morire. Ci ha riprovato, per la cronaca. Eddire che ero senza spunti, ma ne avevo un paio, a sufficienza per decidere di iniziare un post, non abbastanza per scriverlo, ma si confida sempre che qualcosa esca e riesca. E uno di quelli l’ho dimenticato. Ma pure tutti gli altri. Ricordo solo in modo piuttosto vagulo il prozio che mi ha riportato a casa, dopo avermi rapito ché se non rispondo alle 8.31 a una chiamata nonostante io abbia il cellulare accanto al letto e nonostante questi vibri da morire, forse una ragione c’è. Rapitomi, condottomi in piscina, spintomi a nuotare, spintomi a uscire, spintomi a camminare, hanno pensato di foraggiarmi con una bistecca che aveva decisamente un suo perché, ma non se ne vedeva troppo la ragione. Ho avuto anche dei bei problemi quando mi hanno mandato a raccogliere il prezzemolo, un casino riconoscerlo, un casino stabilire quanto fosse una manciata, pressoché impossibile riuscire a tagliare un gambo e ad afferrare il piedo di prezzemolo relativo, assurdo anche solo pensare che le api che mi ronzavano attorno non volessero vedermi morto, ma necessitassero di prendere un po’ di sole sulla mia schiena, coperta da una maglietta nera. Ben altra lotta è stata contro le porte del garage ad apertura automatica, e temo abbiano vinto loro. Premendo un pulsante – scelto a caso dalla vasta gamma di opzioni, si aprivano – e potevo bloccarle con un altro pulsante a caso. Qualche minuto e decine di punture dopo, era un attimo rientrare, ripremere il primo pulsante a caso, che faceva partire le porte verso l’apertura, premerlo nuovamente per chiuderle, muoversi con agilità facendolo richiudere. Tre volte prima di notare l’esistenza delle fotocellule. Poste a un’altezza sufficiente per non essere scavalcate e troppo bassa perché potessi passarci sotto senza scavare una fossa. Poi ho potuto ingozzarmi col prezzemolo che son riuscito a rubare alla natura pagando numerosi pegni – ndc. Che non ricordo per cosa stava “c” quando ho coniato quest’espressione e allora la uso a caso sperando che il mio subconscio mi venga in soccorso un giorno in futuro, magari in sogno, ché mi hanno detto che va di moda e ti spinge a fare viaggi in Egitto. Ecco, ndc è che la natura non mi ha fatto pagare in natura, doveva averne già abbastanza del prozio -  e sostanzialmente basta. Poi ho dovuto salutare la prozia che mi ha chiesto di abbracciarla e io non sapevo assolutamente come fare e l’ho solo pensato e non gliel’ho detto però magari l’ha capito perché a parte qualche inploit direi che non è stupida e così via. Poi ho visto una meridiana. Cioè, l’ho attentamente osservata segnare il mezzodì alle 13.26.24. Tutto questo grazie a un’esatta equazione del tempo, senza contare che siamo spostati di non so quanti gradi rispetto a non so che meridiano e quindi vanno aggiunti venti minuti. E insomma. È stato bello poi chiedere al prozio che accade con l’anno bisestile, e lui non ne aveva assolutamente idea e penso che morirà col dubbio perché è testardo e vuole capirlo da solo. Oppure mi viene a dire che da quando il monossido di carbonio è uscito dalla sua vita, la sua memoria ne ha giovato. E insomma. Sto pontificando, come dice e fa lui. Mi ha riportato a casa, sano e salvo, è sceso dalla macchina, l’ha ruotata tutta in un tempo necessario a perlustrare diciotto volte il contorno, ma non era particolarmente in vena di correre, s’è posto in un punto vagamente rialzato rispetto a me con le braccia aperte come volesse un abbraccio o qualcosa di simile. Alla fine due baci, grazie al cielo, ché il panico-abbraccio me l’ero già giocato una volta. Il panico-baciosullaguancia, beh, quello è sempre valevole, e infatti ho toppato la guancia di partenza con tanto di imbarazzo successivo e necessario e bilaterale e così via. Eh vabbè. Poi è entrato, quindi inutile siparietto. Ha mangiato quello che sembra una torta gelato, ma in realtà è una meringa, anzi forse una sacher fatta col cioccolato bianco – e c’è chi lo chiama cioccolato. Pfui -  che m’è costata una cicatrice invisibile sul dito. Mia madre in casa a montare la panna, io chiuso fuori dal cancello aspettando invano che qualcuno cogliesse la mia presenza. Data la mia presenza e la mia prestanza, ho dovuto scavalcare il cancello rischiando buona parte delle malattie infettive che il ferro può infettare, ma soprattutto rischiando la morte per passare accanto a una ragnatela ché se la toccavo ora non ero qui, ma là intrappolato a gridare mentre un ragno mi assale. E insomma. Si potrebbe anche citare la cena di ieri sera, che tra un L’universo è come un grande organismo. Si distende e si contrae, come il diaframma durante il respiro e un La talforestadiunpostodelcazzodicuihannodiscussopermezz’oraedicuiamenonimportavaassolutamentenullaequandomihannochiamatoincausahodovutofareunabattutaperché siaspettavanotuttilamiapiùcompletaattenzione è il più grande organismo vivente del mondo [e per due dannate volte ho scritto orgasmo invece di organismo] e un Seh, anche quella cosa che non discendiamo dalle scimmie, mah, beh, son riuscito a sopravvivere. E tre mesi tra dei creazionisti fanno meno paura. Non molta meno. Un po’ meno. Tipo poco meno. Ma vedeste che camera ho là.

We were fated to pretend

17 luglio 2010

Non è che ci sia un we a cui io possa riferirmi senza andare a creare ingenerose situazioni e spiacevoli complicazioni di situazioni che non erano complicate e ora invece lo sono per un pronome abusato. Non è che io sospettassi l’esistenza dell’aggettivo fated prima di imbattermi per caso in una canzone tanto tempo fa. Non è che il passato del titolo possa riferirsi in qualche bizzarro modo a una situazione che c’era e che ora non c’è più quale potrebbe essere, per dirne una a caso, la vita, giacché sono ancora qua e così via. Non è che io ci creda. Però ogni tanto mi piace pensare che qualcuno possa avere delle pretese sulla vita e sul mondo e così via e venga ricambiato. Perché il destino sarebbe anche questo, sarebbe ricevere qualcosa. E dopo questa infelice considerazione, posso passare ad altro. Quant’altro! Inteso nel senso di “Quanto altro c’è qui da dire che io censurerò ai minorenni e minorati e trascriverò nelle righe per tutti gli altri ed eviterò di scrivere per me”, non nel senso di “Tutto il resto”. Che è banale. Non ricordo più il mio ultimo post. Ok, ora sì. Sarà che ho controllato. Era il 4 luglio. Gli americani (tutti, tolti quelli che mi ospiteranno e così via, ché loro sono più avanti e hanno provveduto prima) stavano festeggiando il quattro luglio – Grazie di essere venuto anche quest’anno. Speriamo tu ci sia anche l’anno prossimo, proprio non sapremmo come fare senza di te. Inoltre, non dimenticarti dei quattroluglii che sono morti attendendo la resurrezione dei corpi, mi raccomando, prendili per i culo – io ero qui a resocontare una vita poco interessante, fatta di fatti poco interessanti, in modo assolutamente non accattivante. È questa la ricetta vincente, no? Parrebbe di no. Orbene, sinceramente non ricordo molti eventi che sono andati susseguendosi tra lunedì e domani – la giornata di oggi la do data per persa, abbiate pazienza – di certo la mia ipersensibilità sta andando scemando a intermittenza per garantirmi la sopravvivenza e quindi se riesco a scrivere un post su una settimana devo considerare la cosa già una vittoria, mentre scrivere un post al giorno diventa pura utopia, insana pazzia, raccapricciante razzia di persona restia a farlo. E insomma. Diciamo che se lunedì, martedì e mercoledì avessi vissuto in apena in una vasca di acqua e cianuro probabilmente avrei reso al mondo maggiori servigi di quelli che già gli do. Gratis. Poi giovedì è stato un giovedì che sapeva di mercoledì. Ed è un attributo positivo. Venerdì sera sono stato rapito. Che è la ragione per cui non ho scritto. No, la ragione per cui non ho scritto non c’è, se non il caldo, ché ormai mi cola il sudore anche dai polpastrelli – francamente non credo lì vi siano dei pori. Però ecco. Francamente non andrebbero esplicitate le iperboli. In ogni senso. – e soprattutto lungo le braccia che stanno appoggiate alla scrivania – gomiti compresi. La malaeducazione si fa largo in me, prende il posto della malavita e vanno a creare il malaffare. – decisamente sotto, si crea una coltre di umidità incredibile e la temperatura percepita aumenta esponenzialmente e così via. Ecco perché non ho scritto. Per questo e perché non avevo tempo, ché non ne possiedo, è troppo caldo ultimamente per i miei gusti. Le cose bizzarre accadono tutte insieme e venerdì sera mi hanno trascinato da mia cugina, che è appena stata maturata e quindi è ancora oggetto e soggetto di numerose attenzioni e così via e io devo fingere che abbia anche la mia attenzione e non solo la mia indifferenza. Perché, per altro, un po’ ne aveva. Rapitomi da casa, in modo piuttosto accondiscendente, sono stato gettato in piscina, in modo molto meno positivo, con molta meno spinta emotiva a fare cose e nuotare e così via. Non pago della cosa, mi sono pure fermato a dormire da cugina. Così, necessitavo di una botta di vita e una notte con il climatizzatore accanto all’orecchio poteva fungere come catalizzatore per la mia vita e così ho potuto essere fated to una nottata da trascorrere e più che altro lasciar scorrere il tempo e aspettare che fosse tempo di alzarmi e così via. Ridendo e scherzarno, il punto cui ero giunto prima del punto precedente questa frase riguardava suppergiù settimana scorsa. Nel senso che è lì ancorato da domenica scorsa. Non c’è ragione. Non posso dare la colpa alla mia mancanza di idee, o alla mancanza di tempo, o alla mancanza di presenza altrui, o all’abbondanza di altri lui, non c’è modo e non c’è verso e non c’è ragione. Non posso dare la colpa al caldo. Ora. Si sa. Non è tanto il caldo quanto l’afa. Non sono tanto i 38° all’ombra quanto il senso di oppressione che la calura genera sulle persone, si sa che nel deserto ci sono seicentottantasette gradi e le persone cuociono la propria carne poco prima di darsi al cannibalismo, la nuova frontiera della cucina al cartoccio, una commistione tra le tradizioni cannibali e la cucina occidentale. Posso quindi dare la colpa all’afa, forse? Mah. Punto è che, da un certo punto di vista, le cose accadono, e io non le fermo,e non si capisce perché dovrei ed è giusto così. Ogni tanto vedo cose che mi ricordano del blog, del fatto che potrei scriverne, del fatto che potrei scrivervi, e non mi riferisco semplicemente alla cronologia o al fatto che scrivendo “cr” in loco di “ve”, come m’è più probabile digitare, nella barra dell’URL compaiano millemila indirizzi e così via. Giacché non è tanto il caldo quanto l’afa, non è tanto nemmeno il fatto che l’antifascismo ormai sia considerato un atteggiamento “burino”. In pieno dialetto romano (?), dalle vette dell’intelligenza e dell’estro bresciano. Non è tanto la voglia di comprare un lenzuolo uscendo dal cinema. È  più una questione di sfoltimento. E direi che ho sfoltito.

There’ll be no tomorrow, they say, well I say, more’s the pity.

Non c’è più religione. Grazie a Dio

4 luglio 2010

Tutto ciò, con l’ambiguità che mi contraddistingue. Che mi caratterizza ormai dal lontano luglio 2008. Sarebbe carino festeggiare l’anniversario, ma purtroppo non so quale sia la data precisa. E soprattutto, non ho nulla da festeggiare. E insomma, l’assenza della religione e la pressante presenza di Dio fanno sì che i kansansiti diventino sodomiti giusto per garantirsi dei passatempi che non pregiudichino loro la visione di un qualche programma Disney in tv e che non preveda quindi un viaggio in chiesa. Chiesa che, per altro, dista proprio poco dalla casa in cui vivrò. Fa sempre piacere ribadirlo. La mia madre americana ha una madre, anche lei americana, che ha un cancro. O l’ha avuto. O l’avrà presto, chissà. Speriamo sia passato o sia futuro in là, mi scoccerebbe fingere di piangere in inglese. Insomma, qualcuno direbbe che è una piacevole coincidenza che io l’abbia scoperto giusto giovedì, qualcun altro non sa a che mi riferisco e va bene così. Questi vanno in Texas per frequentare il loro cancer doctor. Anzitutto. Che povertà linguistica c’è, se non usano nemmeno il termine oncologist, lì, bello pronto. Mi sarei accontentato anche di Wilson, così, per associazione di idee. O di un albero, per la stessa ragione. E invece nulla. La madre della madre ha un tumore e va in Texas che, ho dato un’occhiata su Wikipedia, non è proprio comodo come andare al Plainsboro. Fintamente preoccupato dalle sue condizioni di salute quanto dalle scarpe che indossava per intraprendere questo viaggio in Texas su mucche dalle indubbie doti di bestie da soma, le ho chiesto come stesse. It’s just a check up. Mh. Tanto finto clamore per nulla. But say you’re prayers that it turns out ok. Oh, finalmente ci siamo. È qui che riconosco il mio Dio non vedente che necessita delle mie invocazioni auditive per non far perire vecchi sfiduciati sulla sanità kansansita. E io dovrei pure assicurarmi e rischiare di finire in quegli ospedali. E che mi dite dell’arm doctor che dovrò frequentare quando mi romperò un braccio – e succederà, ne sono certo – nel bel mezzo di una coreografia di cheerleading?  Questa è la prima premessa alla mancata esistenza della religione e alla smaccata permanenza di Dio. La seconda riguarda la Meyer. Per cui io ho avuto anche parole dolci – qualcuno mi ha mai sentito dire che, visti gli altri, il primo libro è un capolavoro? ebbene lo penso tuttora – ma per cui le ne ha avute molte di più. Amy è una quarantaduenne con un crocifisso grosso quanto me in soggiorno che prega per la malattia della madre con un po’ di ritardo in ogni sistema di riferimento – in particolare in quello in cui Gilardino è Dio e quindi lo si prega per curare i tumori (anche se sono piuttosto sicuro che sarebbe ben più utile pregare per prevenirli. O mangiare i broccoli. Chissà. Io di broccoli non ne mangio di certo) che insegna Inglese e che trova che i libri della Meyer siano awesome e pure well written - purtroppo non ricordo le parole precise, ho giusto fissato il concetto quando me l’ha detto, i brividi che ho provato hanno fatto il loro per la memoria tattile e ora riporto a modo mio. Ma fedele alla realtà. Come un tafano. – e in fondo andrebbe anche bene così. Insomma, c’è di peggio nella vita. Chessò, scambiare superstizione per suppurazione, è la prima cosa che mi sovviene. E quindi si parla della Meyer, in modo vago e approssimativo, ché francamente e non ero in vena e la domanda più complicata che è riuscita a farmi riguardava le mie preferenze per i vampiri o per i lupi mannari. I vampiri rullano, per la cronaca, ma non serve che sia io o la chat di Facebook a dirvelo. Sto tentando di mascherare la cosa, rimandandola, voglio shakerare questa pillola per tentare di addolcirla e renderla commestibile, ma insomma, il fulcro è che il libro che lei ha preferito è l’ultimo. Io non ho ancora avuto l’onore di leggerlo. Ma lo farò, o se lo farò. Al momento la mia opinione al riguardo collima con quella che altri hanno tentato di inculcarmi – a ragione, ne son convinto – e che qui riporto per una maggiore comprensione per chi di Meyer non ne sa nulla.

Bella ed Edward si sposano, vanno su un isola deserta, scopano, Bella (non si sa come, dopo che per tre libri si era detto che i vampiri non potevano avere figli) rimane incinta, è un mezzo vampiro che le succhia il sangue, lei è morente, la famiglia vuole che abortisca ma Bella e Rosalie si oppongono, nasce la bambina che quasi ammazza bella e perchè non finisca ammazzata Edward la trasforma in vampira, Jacob ha l’imprinting con la bimba (che l’hanno chiamata Reneesme), i Volturi vengono a sapere che c’è una mezza vampira bimba e vogliono dsitruggerla, allora i Cullen si organizzano con un piccolo esercito di amici, seguono 300 pagine di preparazione alla battaglia, nel mentre scompare Alice, quando si arriva al campo di battaglia, ci sono delle discussioni, stanno per attaccarsi quando arriva Alice portando un mezzo vampiro adulto, facendo loro vedere che non è pericoloso. i Volturi se ne vanno e vissero per sempre felici e contenti.

Eh beh. La trama è bella, pur non essendo Bella, davvero niente da dire. Sono i valori intrinsechi che un po’ fanno vacillare le mie convinzioni. Però sono quasi convinto che Amy non ne abbia colto nessuno – là, quando mi sarò stancato di lei, le dirò che la Meyer è una mormona, per il solo gusto di vederla morire in preda a bizzarri rituali satanici riservati ai seguaci di Joseph Smith (perché il fatto che abbia un nome così comune e non uno figo e altisonante come, chessò, Gesù Cristo o Abū l-Qāsim Muḥammad ibn ʿAbd Allāh ibn ʿAbd al-Muţţalīb al-Hāshimī [risata fornita in collaborazione con Wikipedia] mi fa dubitare più di quanto io già dubiti di gente che si sacrifica urlando contro il cielo [grosso ? a proposito del corsivo] in punto di morte?) e quindi il mio disprezzo per lei da questo punto di vista è probabilmente quantomeno ingiustificato. E poi in fondo le voglio bene. Voglio dire, mi ha mandato delle caramelle. Quanti di voi possono vantare la stessa cosa? Triste, molto triste. E insomma. Questo è stato fondamentalmente il picco di raccapriccio delle giornate appena trascorso, ché mi evito perlopiù tutto il resto, in un modo o nell’altro, fuggendo e sfuggendo e If I was young I’d flee anche senza this town, ché sostanzialmente è quello che sto facendo in modo quantomeno fallimentare. Evito tutto, evito il mondo, senza alcuna ragione assoluta o apparente. Vaghe conseguenze ce n’è, per esempio l’abusare del termine vago in ogni sua accezione e storpiatura (vagulo la mia preferita), l’uso smodato di libri dalle dimensioni raccapriccianti, ma dal contenuto che mette insieme i cocci. Non è piovuto molto dall’ultima volta che ho scritto, giusto una volta per una decina di minuti. È stata una gioia momentanea e apparente, ma vivo del suo ricordo. Quantomeno non fa così caldo. Quantomeno non in camera mia.  In palestra, invece, fa caldissimo. Ma è un ambiente veramente terribile, non riesco assolutamente a capire perché lo frequento, è diventata ormai una sfaccettatura della questione di cui sopra e non riferisco alla corroborazione da parte della scienza della religione mormona. Non concepisco un luogo in cui tutti ti salutano, spartendo con te giusto le gocce di sudore sugli schienali vari e il fondo dell’acqua che si accumula nella doccia – questo mi ha generato un’infelice immagine. Il “fare la scarpetta” (altra cosa che ho sempre trovato terribilmente infelice, ma l’italiano non mi assiste in certe cose e le difficoltà sussistono) in quell’acqua stagnante. Sarebbe quantomeno affascinante e lesivo per i tendini dei muscoli. Ché lì arriverebbe dopo aver corroso tutto il resto – eppure un Ciao non si nega praticamente a nessuno. O meglio, io nego a parecchi, ma mica se la legano al dito loro. Mi additano con il dito slegato come uno ancora nuovo, forse. Fortunatamente tra un po’ smetto. È praticamente borioso il loro modo di fare. Non è un saluto dettato da gentilezza, è dettato da tradizione, una tradizione imposta dall’alto, un alto che loro vorrebbero sradicare, ma temo non sappiano come fare. Non ho molta fiducia nella loro intelligenza, se debbo essere sincero ed esporre il mio essere pregiudizioso. Essere pregiudizioso che ormai mi caratterizza quanto l’ambiguità, mi accompagna ovunque e mi trascina a fondo con sé negli scarichi delle docce delle palestre. Insomma, mi sta affogando. E non è bene. E d’accordo che non è estate se non sto male in una forma qualsiasi, da scegliere dalla rosa di categorie possibili e plausibili e papabili, ma mai m’era capitato di sfogarmi sugli altri. Venerdì, cioè l’altro ieri, ho visto l’orale della maturità di mia cugina. È una cosa degna di nota giusto per potermene ricordare la data in futuro ché son sicuro che un giorno mi servirà una cosa simile, non ci sono altre notazioni da fare, se non che quella scuola è particolarmente disprezzabile soprattutto a luglio e che l’ansia può giocare brutti scherzi, vedasi il tizio che doveva entrare dopo mia cugina che poco prima ha preferito raccontarmi la filmografia di De Niro e non, per dire, la sua meravigliosa tesina sull’Aggressività. Per altro son scappato subito dopo, quindi non so quanto aggressivo sia risultato alla commissione. Poi ieri sono stato in libreria. Vado per sommi capi, ché almeno riesco a seguirmi, voi non potete farcela, ma va sempre tutto inglobato nell’enorme categoria di una memoria volatile e portatile e portabile e potabile e quindi non importa. In contrasto con i consigli dei maggiori esperti di prontosoccorso e dei maggiori idioti che fanno da cassa di risonanza per cose simili – l’ho fatto di nuovo, dannazione – sono uscito di casa alle 14.40. Mioddio, ho rischiato di morire. Mi sono trascinato stancamente fino alla libreria, dopo essere passato accanto a un campo che qualcuno ha ben pensato di tagliare in quel preciso istante (a lui non l’avrà detto nessuno di non uscire durante le ore centrali della giornata? mah) e di uccidermi con quel mondo di cose che mi ha investito nel mentre causandomi reazioni allergiche a profusione. E insomma. il mio libraio mi ha poi offerto un caffè. E un bicchiere d’acqua. Devo avergli fatto davvero pena, insomma. Non è stato un sabato di grossa condivisione fatta da gente con più voglia di vivere e boria di me riguardo al passato filosovietico della suddetta persona che ha messo in comune i suoi beni primari – un caffè di merda. Ma almeno era in comune – ma c’è stata un po’ di condivisione del mio passato, che di filo non ha proprio granché, temo. Mi ha consigliato un libro di un tizio che è in grado di lasciar trasparire e traspirare gli odori della corteccia dalle pagine. È un peccato che io non sia pronto per piaceri simili, ma non ho voluto dirglielo. Tornando a casa, mi sono imbattuto in un cane. Mi ero imbattuto in lui anche all’andata, mentre stavo lentamente soffocando sotto una pioggia di graminacee, il mio sguardo piangente il suo sguardo inquisitorio si sono incontrati per un attimo. E poi ho pensato che sarebbe stato bello se, almeno lui, si fosse fatto una vita.

Che sempre l’ ignoranza fa paura ed il silenzio è uguale a morte.

Piove

29 giugno 2010

Anzi, ha piovuto. Meglio, è piovuto. E sì, io sono uno di quei malati di mente che per i verbi intransitivi usa solo l’ausiliare essere e spesso cancello pensieri in corsa per questo fatto e soprattutto col condizionale è un casino e se son lento a pensare fare dire e pensare una ragione fondamentalmente c’è. Ed è il fatto che non uso le virgole. Pare brutto fare un post sulla pioggia, ma per quel che mi concerne pare brutto anche solo fare post, quindi tanto vale unire la produzione alla scarsa qualità e avremo il capitalismo del mio blog. Pare anche buffo. Probabilmente è impossibile, ma noi ci proviamo lo stesso. Allora, il caldo, lately, è soffocante. Lately è il mio nuovo avverbio preferito – che si affianca a emottisi, mio nuovo termine preferito da ieri – perché è quello che uso quando non rispondo alla famiglia americana per lungo lungo tempo. Sorry, I’ve been busy lately. E loro un po’ ci credono. E in realtà pure io, ma temo che la realtà sia un’altra. E non solo il fatto che non piova più e sto generando un paradosso temporale dicendo che piove quando non è così. E chissà che sarà del mondo quando in Kansas starà nevicando e rileggerò il mio post. Qui ancora non nevica, nevica solo in Abruzzo. Mentre stavo scrivendo, cioè in una sorta di pausa, ché ogni tanto metto le dita ammollo in acqua distillata a 4° perché possano rilassarsi, ecco, mentre le mie dita si stavano allegramente riposando, mi ha chiamato un prozio. Sono in autostrada. Dove? A-u-t-o-s-t-r-a-d-a. Ah, ho capito. M’era parso di capire aeroporto prima, per fortuna che hai specificato. Insomma. Passa a prendermi e mi porta in piscina, per suo sommo gaudio, per mia grande gioia, per mettere via un po’ di pudore. Prima di andare però mangia una scaglia di Grana. Per sistemarsi lo stomaco. E ufficialmente la scaglia di Grana è diventata mio baluardo pro e contro la vita, per sopravvivere e per morire. Ma il fulcro era un altro, questo è stato solo un improvviso frammezzo. Insomma. L’estate sta essendo quella che è. Più enigmistica di quanto pensassi. Non ricordo francamente come sono arrivato vivo et vegeto alla fine di giugno l’anno scorso – c’è l’Eco dell’urlo del Nome della rosa, ma non credo mi abbia occupato così tanto e così bene – però ricordo bene luglio. E sembra che non sia così quest’anno. Meglio? Dubito. Meno raccapricciante? Ahia. Diverso, ecco. Ché la mia vita è cambiata un po’ ma non troppo sicuramente da un lato in meglio, certamente da altri in peggio – per esempio. Ho un anno in più. E tolti alcuni frangenti, questi 365 giorni li ho proprio buttati via. Senza pensare minimamente a fare la raccolta differenziata. L’angolo Giornate gettate per ottusità sarebbe stato bello pienotto, ma ne avremmo ricavato almeno un paio di Giornate intonse ancora da buttare. Tra le scoperte terrificanti della giornata di ieri – È morto? Nah – c’è anche la fervente attesa che cosparge i Kansansiti che non hanno nulla di meglio da fare che spendere gli weekend tra messe, fuochi d’artificio da osservare e poi da comprare, appena in tempo per il quattro luglio, ché sarà festa grossa. Stronzi sionisti all over again. Mi faranno una festa. Partiremo col piede sbagliato, ho idea. E la sola cosa che mi attrae, ormai, è l’aria condizionata sotto la doccia. Poi. Ieri ho scritto. Non per caso ma quasi, diciamo con caso, e poi me ne sono vergognato ed eccomi qui a sfogare frustrazioni represse attraverso piccole stalattiti che picchiettano sopra piccoli cumuli di ghiaccio nell’enorme mare che è possibile definire oceano a certe temperature. Ho anche realizzata che la letteratura mi è stata scuola di vita. E non si capisce perché io mi voglia mettere a scrivere. E la cosa si chiude qua, fondamentalmente. Stanotte è piovuto. Prima parecchio, poi poco poco, poi ancora un po’, poi nuovamente parecchio, poi poco poco, poi è morto Taricone e io mi sono addormentato (non necessariamente in quest’ordine) e così via. Stavo con le braccia distese lungo i fianchi, ma veramente distese, non come chi le distende e poi appoggia le mani sui fianchi coi polsi ad angolo retto, palmi all’aria a ringraziare Gesù per la pioggia che aveva mandato sulla terra per salvare i suoi fratelli ché lui c’aveva provato e aveva fallito. E così, mi accontento della pioggia. Non c’è molto da dire sulla pioggia. Un po’ perché l’ho vista per dieci minuti ed ero in stato catatonico/adulativo, in cui non entravo dal frangente in cui ho scoperto che il nome insalata ha un suo perché e non solo un suo cosa e da cui potevo giusto godere del cielo illuminato a festa da un qualche fenomeno atomosferico e che non conosco e che non conoscerò mai. E poi basta. Poi ho dormito. E non fa niente se dormire ha tutta l’aria di un verbo intransitivo, non fa proprio niente.

E morì come tutti si muore, come tutti cambiando colore. Non si può dire che sia servito a molto perché il male dalla terra non fu tolto.

Ho messo via un po’ di speranza

25 giugno 2010

Ora. A me Ligabue non piace. Non mi piaceva nemmeno qualche ora fa, ma ora in particolare, ché mi accingo a parlarne male. Più che non piacermi, diciamo che non lo sopporto. Nulla contro chi l’ascolta, eh. Non voglio vedere questi fan strisciare ricoperti di vermi durante il giorno dei giorni in cui a una data ora sarà la fine del mondo. Oh no. Quello lo lascio ai fan di Vasco. Fatto sta che a me non piace. Però, per forza di cose, lo conosco. Penso di conoscere pure un buon numero di canzoni (notare che è il numero a essere buono, non le canzoni, quelle possono essere solo “di”, vi lascio la libertà di completare la dicotomia) , tra cui la citata nel titolo. Però il caro Liga, interprete dei sentimenti di milioni e milioni di care persone, non s’è mai fatto interprete dei miei, né in un senso né nell’altro, nemmeno oziando fuori dall’Arena di Verona, tant’è che quel verso l’ho dovuto coniare io. Sì, l’idea della canzone con una frasetta a caso ripetuta e poi un complemento oggetto a caso è sua, sia mai che qualcuno non gli attribuisca questo colpo di genio, roba che nemmeno i rapsodi, però i trovatori sì. E così mi son trovato a un certo punto ad aver messo via la speranza. Qualsiasi tipo et genere di speranza, da quella più o meno banale di vedere la mia caviglia sinistra muoversi in modo subumano, prima o poi, ché ormai sono due settimane che la mena e non vedo perché dovrei conservare il piede se non posso fruirne come voglio. Per altro, questo aprirebbe numerosi altri spiragli sulle potenzialità sprecate, sulle possibilità non potenti ma semplicemente possibili, ma meglio passare tutto. Tacerò le altre speranze, ma senza sfociare nella scaramanzia, limitandomi a una molto più basica pigrizia. Così basica da evitarmi l’acidità, ché ormai non ne vale più la pena. Ho pensato tutto ciò questa mattina in piscina, mentre ero soffocato dall’acqua, spaventato dai bambini e replicato dal prozio. Quello stesso prozio a cui appartiene l’abbandono di un senso del pudore che io invece vorrei conservare, essendo l’unica cosa palpabile tra le poche cose che continuano a rendermi umano. Eppure lui no. Perché fa parte della crescita. Perché anche questa è scuola. Perché questa è la scusa che tira fuori sempre quando vuole farmi fare qualcosa e non ha basi logiche per sostenerlo. E così, l’ho dovuto fare. E non lo farò mai più. Io ci tengo al mio essere umano, almeno quanto m’importa il mio essere macaco. È l’essere ameba che mi scrollerei di dosso se avessi una colonna vertebrale in grado di sorreggermi durante l’atto dello scrollamento stesso. E così, mio zio ha messo via il suo pudore mentre io mettevo via le mie speranze, che un po’ collimano, no, come idea? Un po’ collimano soprattutto perché fa ormai caldissimo pur senza fare caldo e le cose si sciolgono e poi si mescolano e di notte di riuniscono e poi è tutto miscelato e non si capisce più un cazzo e tanto vale lasciare che si sciolgano e disperderle all’ombra di un ciliegio in fiore.  Questo perché Bologna è un po’ come l’India. Questo perché c’era un passaggio in Shantaram che mi aveva portato a questa considerazione, proprio mentre mangiavo una granita al limone, assaggiandone una alla mandorla (limone wins. Poche palle), ma niente, non son stato in grado di ritrovarlo. Questo perché sono stupido, oppure perché quella cosa non esiste e ne ho interpretata una io ad hoc tanto per e soprattutto tanto per cambiare. Perché così dev’essere stato. E così ti devi abbandonare all’India, così ti lasci vivere da Bologna, lei ti lascia parlare ai muri che poi, a dieci metri di distanza, possono pure ascoltare, ti lascia sovradimensionare il tritone che ha dato vita a Tritone, ti lascia prendere un autobus che prima avevi perso, ti chiede solo di andare a capo ogni tanto nei post, ma anche no. È così. Come sono i toast alla marmellata di fragole, come mangiare una mela, come sta in chiesa la cera. Mi ero pure portato una foto, da Bologna, ma obiettivo fallito, al momento. Non penso che verrà completato futuramente, ma in caso, vi faccio sapere, ché mi rendo conto  è cosa di grosso se non estremo interesse. Poi beh. Non è colpa di Bologna, ma è affascinante anche quando senti i moscerini che hai appena inghiottito (e praticamente subito ingerito) che sono percossi da onde sonore. Onde sonore che si accompagnano a della luce accecante. È più che affascinante, ecco. Stasera praticamente un evento mondano: la figlia di un’amica di mia madre passa per invitarci al suo matrimonio. La buona notizia è che io sarò in America, quella cattiva è che mia madre potrebbe fingere di esservi perché è fondamentalmente pazza e paranoica. Per la cronaca, ho notato pure io che il post è sconclusionato, ma temo di poterci fare ben poco. E non solo su questo.

Volli fare qualcosa, ma non c’era più nulla da fare.

Ah, già. Quasi dimenticavo. Com’è che a sedici anni non si ha più nulla da dire? E nulla da dare?

Ciao. (non) sei ancora morto?

20 giugno 2010

Non penso che ci sia qualcuno in questo o in quel mondo, su questo o su quell’asteroide, tra questo o quel cielo dipinto sul soffitto, che possa venire a recriminare dei diritti d’autore su questo titolo, giacché non ho preso spunto da nulla di reale, ma ho modificato una porzione di realtà, rendendola più simile alla realtà. Non sono ancora morto, no, il mio blog ha qualche anelito di vita, qualche grumo di saliva rimasto incastrato tra le corde vocali che viene spruzzato fuori grazie alla respirazione bocca a bocca che qualcuno (non io, non voi. Probabilmente Dio) tenta di fargli. È affascinante che mi segnali la parola “blog” come scritta in modo non corretto. È affascinante come io parli del blog nel blog, ché forse questo verterebbe a dimostrare quanto non abbia più senso continuare a scrivervi e quanto sarebbe ben più necessario iniziare a fare altro, o smettere di fare qualcos’altro per sempre, dare una svolta, svoltare con la freccia, senza, saltare su un sasso grosso quanto il Colosseo, chessò. Questo doveva essere suppergiù il contenuto dell’ultimo post, poi mi son lasciato trascinare da altro e così ho un po’ deviato, senza freccia, e i danni che sono accaduti si possono ancora riscontrare proprio là sotto. Avevo spento il pc una mezz’ora fa avvolto dalla tipica tristezza domenicale, dalla costante morte nel cuore che solo un giorno così infame può introdurre in ognuno di me, dal forzato brivido che mi spinge a dare da bere ai cani di piazza Verdi, dal raccapricciante desiderio che mi sconvolge quando leggo dom là sopra in ogni sua forma e dimensione, qualunque sia il mese l’anno la stagione il periodo lo sconvolgimento purché io sia solo. E al momento lo sono. Teoricamente e praticamente, tecnicamente e ovivamente, solo e abbandonato, e quindi e quindi e quindi. Volevo provare a leggere, ma m’è venuta voglia di scrivere, in base a non so quale legge del Contrappasso, se si sta leggendo una cosa buona, si finisce per scrivere lammerda. Il tutto senza scrivere lammerda, basta solo fare delle considerazioni in proposito. Mi è arrivato un pacco kansansita (il pacco kansansita?), contente, suppergiù, una maglietta (unica cosa che si salva, ndr), un tornado domestico, delle caramelle vagamente discutibili rapportabili tranquillamente alle Tuttigustipiùuno che tanto mi furono e potrebbero furmi care futuramente – sperando di non beccarne alcuna al cerume. Era una sorta di mia paura più recondita quand’ero piccolo. Per fortuna che l’altro ieri son cresciuto-, un disegno che il mio futuro piccolo fratello ha realizzato anni or sono – almeno spero. Un’attenta analisi suggerisci che l’abbia realizzato quando aveva 6 anni. Se così fosse, è quasi accettabile. Se fosse un disegno recente, inizio a credere che la vergogna del mondo non abbia mai fine -, delle caramelle che fanno uscire di testa persone che, prima di questo episodio, ritenevo ampiamente dentro di testa e invece e forse va bene anche così, una pannocchia che sarebbe volta alla produzione di pop-corn ma io sospetto sinceramente sia di plastica e vada usata al massimo per il Dolce Forno e per soffocare Barbie durante uno sfogo d’ira, e infine una bandierina americana che è la cosa più kitsch di questo mondo e non si capisce perché non gli rimando indietro il tutto scrivendo “Stronzi sionisti” e così via. Raggrumando i pensieri, ho dovuto pure scrivere loro della mia gita a Roma, mandando pure alcune foto, evitando però di descriverla come non l’ho descritta qua, ché loro non devono conoscere alcun lato di me che non sia quello che invento per il mondo che invento, ossia quello che praticamente non conosce nessuno che mi conosce, ma tant’è. Eddire che stavo quasi per rendere questo blog largamente pubblico, hodie. Grazie al cielo non l’ho fatto. Lo farò poi. Lo farò poi perché devo ben capire prima cos’è questo blog. L’idea per come era nata la ritenevo quasi nobile, nobile nel senso di nota, non nel senso di figa, intendendo che tutti potevano essere interessati a raccontare la propria vita e quindi io ero solo uno in più che lo faceva e lo facevo qui perché avevo caratteri infiniti a dispozione, domande retoriche a go go, possibilità di scelta per quanto riguarda i lettori (anche se la mia élite sta andando un po’ disperdendosi, come i tuoi ideali al sole d’agosto), per quanto di scelta si possa trattare con in ballo centinaia di migliaia di migliaia di migliaia di sguardi indiscreti pronti a leggere diventando improvvisamente discreti. Mentre scrivevo, sono stato interrotto da una telefonata. Solitamente non rispondo al telefono, soprattutto quando non so chi c’è dall’altra parte, ma, a questo giro, la possibilità di non sapere chi c’era dall’altra parte mi ha intrigato. Un incontro al buio. Poteva essere l’amore della mia vita. Era un’amica di mia madre. Non si capisce perché, ma pochi al mondo hanno recepito che quando dico che per il Kansas parto ad agosto intendo effettivamente agosto e non, per dire, la prima settimana di giugno e così era stupita. L’ho lasciata a stupirsi. Mentre parlava con la sua cornetta. Mi rituffo in questa domenica, a capofitto, sperando che non ci sia acqua nella piscina e che questo mi garantista di picchiare la testa davvero forte.

Vogliamo la fine del mondo scritta a caratteri cubitali sugli schermi dei cinema.


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